Arbasino: “Che disastro la letteratura italiana oggi”. Ma che vada a quel Paese. Senza.

Pensavo ierinotte che Franz Kafka terminava, non terminandolo, il romanzo “Amerika” esattamente cento anni fa. Gli fu pubblicato postumo nel 1927. Quindi pensavo a quanto gli scrittori nati in quegli anni in Italia siano stati irresponsabili linguisticamente esteticamente politicamente e filosoficamente. Poiché la questione novecentesca degli stili non è in gioco in questo giudizio, l’unica istanza su cui hanno effettivamente lavorato mi pare indifferente. Non hanno visto niente del futuro, non nutrendo alcuno spirito utopico. Non dico l’ambizione minima, quella l’hanno nutrita eccome, l’hanno ingrassata, il fegato è scoppiato, loro si sono mangiati pure il triturato di fegato ingrassato ed esploso, hanno lambito con la lingua larga il proprio patè. Quel patè lo sputano addosso a chi viene dopo (si apprezzi mimica, retorica, sostanza e forma dell’incredibile e immotivato e ignorantissimo giudizio, che in questo video da 1’55” esprime uno di costoro: http://bit.ly/1jYWe7l). La letteratura precedente alla loro epifania era disinibitissima e sceglieva l’universale: che fosse teologico, morale, creaturale, sociale, filosofico non importa: prima della schiatta in questione scrittori e poeti spingevano verso una totalità, lavorando artigianalmente sulle forme. Poi, dopo avere pensato alle forme, si è pensato alla formazione: scuole e microscuole, una misinterpretazione continua del ruolo delle tradizioni e dei canoni, in un buio dovuto più alla cecità personale che alle tenebre future e a quelle presenti. Il punto-Kafka che rimane lì, abbandonato a se stesso, da cui nulla parte, se non conati che sono rigurgiti e male ermeneutiche esistenzialiste, moraliste, materialiste, mistiche: sbagli, sbagli di portata minima, sbagli che a nulla portano e nulla portano, se non la giusta indifferenza e un prevedibile oblio a breve termine. Nemmeno in tempi attuali si risvegliano: sono morti che camminano, anzi: nemmeno camminano. Mummie che soloneggiano, che lanciano giudizi e sentenze di cui fregherebbe zero ai loro figli e figuriamoci a chi – come me – figlio loro proprio non è. La loro letteratura non è capace di penetrare la nebula assai confusa di questo tempo, transitorio come tutti i tempi, ma forse ancor più transitorio in àmbito umanistico, poiché in àmbito umanistico esistono oggi poche teste che lavorano il vaso con la creta molle e plasmabile dell’universale. E questi Vittorini Calvino Arbasino, così per fare i nomi di un certo arco che intendeva se stesso come volta poetica, i loro assai trascurabili testi, i loro aforismi e i loro epistolari, il loro giornalismo suppostamente autoriale, i loro pigolii da cicisbei dell’industria culturale e da marketing cultuale: dove e cosa sono? Non è, in questi istanti, una questione di successo, di diffusione della materia prima, bensì di comprensione e di attenzione giocate nella lingua, con tutto ciò che comporta l’utilizzo ambiguo di tale sostantivo: la scossa sismica che porta a stato gassoso nell’etere ciò che prima stava compresso nella faglia, cioè l’immaginario, che non è mai stato né duro né ideologico, che non è mai stato la fabula e tantomeno un’unica fabula, bensì la sostanza stessa della fabula, mentre il corpo solido della mente inizia a percepire in modo corretto un’accelerazione che è partita tremila anni orsono… Non capirono nulla, gli scrittori italiani nati sotto “Amerika” di Kafka e non stanno capendo nulla gli scrittori italiani che vedono in Kafka, e lo dicono, una legittimazione per le loro inutili dispersive e pallide naivité: il confusionario spacciato per visionario, lo sdrucito venduto per sperimentale, la discarica fatta passare per contenitore sperimentale, il birignao divulgato come poetica, il singulto smerciato come lirica, il disdegno della trama contrabbandato come autorialità, il proprio momento geometrico e storico messo in commercio come assolutezza assoluta. Ciò dice soltanto: consolidamenti marginali di un “io” sostanzialmente mai conquistato, mai esperito davvero, mai dispiegato come lo si può dispiegare. E Kafka, che invece proprio partiva dall’esperienza di questo io come dato preconsumato? Si comprende bene che proprio Kafka costituisca non il punto da cui “partire”, ma il punto a cui nemmeno “arrivare” mai, per una nidiata che, non avendo ancora vissuto l'”io”, resta bamboccia mentre il corpo invecchia. Questo è l’arlecchino in stracci di Hugo: non c’è nulla di più patetico. O forse c’è: l’arlecchino in stracci che crede di essere vestito in smoking. Ecco, quello è più patetico.
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