I vecchi arresi

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“Cosa pretendono questi vecchi arnesi? I vecchi? Di durare! Al giorno d’oggi dispongono delle migliori comodità e posso gustare gli aromi prelibati della vita, standosene al sicuro nelle carcasse rese immunodepresse al punto giusto. Ciò non li persuade a dismettere i loro apparati di sentenze e sospiri, con i quali si sono fatti via via più aggressivi, via via più saccenti, ritenendo che l’arroganza fosse una qualità pilifera dell’aria che respiravano loro e soltanto loro. Forse una volta hanno figliato, non se lo ricordano più. La loro disattenzione è grave, il dilemma non gli sfiora la ciribiciaccola, trincano succo d’agave e di aloe per mantenere una certa igiene degli sfinteri e rabbuffare una volta di più di aria quelle bisacce cuoiate dei loro polmoni, che si stanno stracciando nelle cuciture del cuoio vivo, della fibra, dell’energetica che è fievole, ma non per questo meno coriacea. Si sentono al centro dell’imperio comminato ai nipotini, questi esseri lisci e nuovi, che blaterano una lingua liscia e vuota, che credono nella novità! Quante novità si sono abituati a vedere sfiorire nell’indecenza i nostri anziani, tutti savi, tutti prestigiosi perché quella vitiligine del tempo è un’offuscatezza che ricorda la discrezione, con cui brilla il sesterzo antico? Ritengono forse che quella callosità, che è il loro fisichino coperto di garze e strati di una pellicina fintobimba, giunto alla consunzione dell’oltremagrezza, sia forse la moneta che esigiamo noi per pagarci la bella vita? Si innalza a folata verso destra in alto uno storno di poiane: ma loro conoscono tutte le uccellagioni, tutti gli stormi, li hanno visti in un tempo dimentico di testimonianze che non siano quelle di cui si fanno latori, silenti immobili scarni, questi carapaci vuoti, queste persistenze, queste ottusità e le loro sclerosi, le loro cingolature che annichilano qualunque squittire o cinguettare del mondo. Il loro astro solare irradia una luce oscura. La loro notte è all’inizio e pensano di stirare le membra novelle in un’alba di docile ribellione. La placche papillari li rendono insensibili alla saporificazione dell’elemento che ingollano, oramai, a singulti di sopravvivenza, osceno gluglù con cui pompano l’essenziale alla macchina toracica, all’enfisema che deve fischiare tra le stolidità cornee dei bronchìoli incarboniti. I loro muchi, i loro catarri! Le folle di fole e di ricordi che ricordano, uno sterminio e un abuso, vomitano verticali nell’aria questi succhi di gioventù e resipiscenze, la aggrommano col loro autismo maledetto e foriero di un dramma puberale: i papà non vi vogliono bene, eccovi la sculacciata! Illetamiti, corrugati fino all’irrancidire degli interferoni tutti, ex universi ridotti a qualche grammo di meteora e di cistite, questi pezzi di merda ottuagenari devono morire e anche la loro morte deve morire! Noi giovani non ne possiamo più: non ne possiamo più! Vattene, vecchio: mi fai ombra. E pascolano nell’ombra più anemici e nematelminti che mai, questi pallori dai quarant’anni in su. Olocausto su tutti gli umani: tutti, porcamadonna!”

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