I Camillas: “La rivolta dello zuccherificio”

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State attente, se potete. Sono costretto a occuparmi, e non a fini pubblicitari, della produzione eccezionale, per quantoqualitatività, che Il Saggiatore sta eiettando sugli scaffali delle librerie, quelle digitali e quelle di una volta. Se torno a occuparmi de “La rivolta dello zuccherificio”, esordio narrativo firmato da I Camillas (dual band composta da Topazio Perlini e Mirko Bertuccioli), è per dire, amiche amici: leggetelo. Davvero, leggetelo. Io non dico di comperarlo: rubàtelo. Trafugàtelo dalle librerie digitali e da quelle di una volta. Entrate mascherati da Ronald Reagan con dei zucchini travestiti da AK55 e urlate a tutto tondo: “Datemi il libro de I Camillas e nessuno si farà male, ma se si fa male c’è qui pronto il cerottone”. Fate quello che volete, se non volete spendere per questo libro, ma credetemi: leggetelo. Dentro c’è di tutto: un’antichissima maestra degli anni Settanta che ha conservato tutti i temi scritti dai suoi alunni degli anni Venti e anche di adesso, su quinterni a righe conservati in una grotta in Antartide e scoperti da I Camillas stessi nel corso della loro storica esibizione al Memorial Alberto Lupo al Polo; c’è UN INEDITO DI ROBERT WALSER; ci sono sanatori per tisici, negozi “Compro Oro” sfondati, c’è il Blicero di Pynchon che qui chiama Bastiano, c’è l’uomo nero su uno sfondo nero per cui non si vede che c’è un uomo nero in quanto è tutto nero, c’è un portiere di un luogo abitato da Franz Kafka, c’è una donna seducentissima che fa la supplente, e soprattutto ci sono i giochi delle figurine e con il gesso sul marciapiede e la palla prigioniera.
Credetemi: è letteratura allo stato quintessenziale.
Fatevi un favore: leggetelo. In qualunque modo: leggetelo. Anche a testa in giù, facendo la cacca o mangiando un fragolone di gomma comprato agli angoli degli oratori degli anni Ottanta. Fatelo.
PS. ATTENZIONE abbiamo deciso eccezionalmente di divulgare il testo della quarta di copertina TOTALMENTE GRATIS per tutte voi, eccolo: “In una realtà avariata come quella discografica, coperta da spessi strati di polvere e ciclicamente attraversata da meteore indistinguibili, c’è un angolo di aria fresca – fra YouTube e i locali dove la musica si suona ancora dal vivo, e bene – in cui band innovative possono conquistare l’attenzione di un pubblico che non si lascia distrarre dalle facili lusinghe delle popstar usa-e-getta. Fra queste band nessuna è forse più stupefacente e atipica dei Camillas, che qui immaginano un giro del mondo, futuro ma non troppo, per promuovere il loro ultimo disco. E quale posto migliore per iniziare se non l’Antartide? Terra di ghiacci senza fine, abitata solo dai pinguini
e dai fantasmi di chi è morto esplorandone le coste insidiose, il continente antartico cela una vasta caverna la cui volta rimanda echi remoti e il cui ingresso nessun piede umano ha violato da migliaia di anni. Almeno fino a quando i Camillas, in attesa del concerto in una vicina base militare, non si mettono in testa di esplorare la grotta per ingannare il tempo, che è un gran credulone. Qui, fra massi e stalagmiti, trovano una scatola di piombo larga un ettaro, al cui interno un’innominata professoressa ha salvato i temi migliori di una carriera centenaria; anzi no, millenaria. C’è una realtà intera in quei quinterni a righe, innumerevoli realtà: imperversa una battaglia per la città di Isernia, frotte di ragazzine si accalcano fuori dagli alberghi per acclamare la stella del momento, un uomo sfonda con l’automobile la vetrina di un Compro Oro. Poi orchi, fantini; bombe che esplodono, bolle di sapone. Dagli anni settanta fa capolino, riccissima e biondissima, Minnie Minoprio, e dagli anni venti Robert Walser, già affascinato dalla neve. E che dire dell’esangue alunno Adamiasi, chiuso in un collegio tetro e crudele, abitato da figure che sembrano uscite dalle pagine di Musil?
Con una vivacità linguistica che spiazza e sorprende, e che avvicina i «temi» agli esiti più esilaranti – e insieme più inquieti – del dadaismo, i Camillas giocano con eventi, idee e figure degli ultimi cento anni, sottraendoli al rigore immobile della tradizione e trasformando l’immaginario del Novecento in Pongo morbido e arrendevole, da modellare nelle forme più bizzarre e sorprendenti, con la libertà euforica che è propria dei bambini e degli artisti”.

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