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“I lefebvriani” da “La vita umana sul pianeta Terra” di Giuseppe Genna

Il tempo che si è creato, vedevo e ho visto e vedo, tra le moltissime trasformazioni, comporta l’inesistenza della figura dell’intellettuale. Bene così. Per quanto mi è stato concesso esperire nel corso dei quattro decenni e mezzo di vita che ho fatto, in questo luogo e in questo tempo qui che ho detto, l’intellettuale faceva storcere il naso, ai norcini italici. Ho provato a dirla, questa cosa, in un brano de “La vita umana sul pianeta Terra”, in cui tentavo una fenomenologia dei miei coetanei, emblematici di tutto un mondo e un modo: li ho nominati “i levebvriani”. Il brano lo appiccico qui sotto: basta cliccare, finite alla pagina GoogleBooks del mio libro: basta leggere. Sono rimasto non poi tanto colpito che nell’ottuso meme social milanese, #nessunotocchiMilano, il quale hashtag si riferisce a una città che io ho sempre toccato e che i Lefebvriani hanno toccato sempre in modo opposto e a mia detta vergognoso, vedevo tra i manifestanti con la ramazza in mano molti miei conoscenti: li ravvisavo a uno a uno. Non sto parlando delle istituzioni: cosa dovevano fare le istituzioni? Lasciare che fosse Matteo (Salvini) a convocare gli spiriti del fare e dello scopare il ruffo dei comunisti dei centri sociali dei punkabbestia vestiti strani neri colla maschera antigas dei notav di nomuos dei noexpo? Certo, è stato lanciato lo hashtag: di qui le istituzioni non scappano e questo è tutto. Ma “i milanesi”, questi civici signori e signorotti e signorini con le signore (in milanese: sciùre) e le signorine e la festa dei bimbi e evviva – hanno capito davvero le profonde implicazioni di quella gioisa marcia rosea e paffuta sulla Dàrsena? Io non credo. Gliela faccio io l’analisi? Col cazzo: sono quei Lefebvriani che hanno abolito, inconsultamente quanto inconsapevolmente, con mirabile e rosea e paffuta gioia, la possibilità dell’analisi. Parlano i fatti: nevvero? Le parole servono, ma cancelliamole, se sono scritte male. Così pure, Milano non è stata devastata, ma risulta tale. Questi ancora devono giungere alla consapevolezza del paradigma spettacolare, in un tempo che si è mangiato la bell’epoca dello spettacolo. Servono altre strumentazioni, per comprendere. Io ce le ho, i miei amici ce le hanno. Siamo pochi? Tutt’altro. Ho visto una Lefebvriana che conosco da metà anni Ottanta: l’ho vista a dire che nessuno deve toccare la Milano, che è davvero di chiunque e non dei milanesi, i quali non sono mai esistiti e non esisteranno mai; l’ho vista non accorgersi del mio sguardo, con le amiche più vecchiarelle e posdemocratiche, alla manifestazione del 25 aprile; l’ho vista e la tengo in vista: è la mia cartina di tornasole. Ella è un aggregato di ignoranza allo stato puro, ammantato di una laurea che non le serve a nulla da decenni, dalla famigliuola che non le insegna nulla con le disgrazie e le felicità costanti e transeunti che qualunque famigliuola eietta nello stile del petardo o della stellina di capodanno. La sua alienazione è conclamata dall’intellettuale, il quale non esiste più. Non è mai stata possibile attività dialogica, dialettica, maieutica, propedeutica, di apprendimento. E’ un insieme di tag, da prima che le tag diventassero famose. Morirà come me, è un essere umano come me. La differenza è che io non ho vissuto un momento della mia esistenza, ma nemmeno uno, a fare o essere il Lefebvriano di un altro. Invento qui una nuova accezione linguistica, tutta milanese, conoscendo la sorte della lingua in questo tempo 2.0, il quale prevede un tempo 2milioni.0 e anche oltre. Ecco la locuzione: “Ma va’ a lavare i muri”. Ciao.
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