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July 23, 2015 at 11:00AM

Una vecchia e irrancidita strategia spettacolare faceva perno sull’antica idea che il sacro ha a che fare con la scopata e addiveniva alla falsa verità che il prete è bello, lo si può portare a letto, per approfittare del brivido salmastro che la pelle esprime trasudando sudore e non più incenso. Gli uccelli di rovo hanno l’oro nel becco almeno quanto il mattino ce l’ha in bocca, offrendo una immagine supersalutare e idolatra in luogo del carcinoma della carie, della suppurazione delle carni. Questo sentimento barocco del mondo e del corpo ha la tonaca dal Seicento in poi e conduce dritti tutti alla costituzione e decadenza dei costumi borghesi, i quali sono tonache laiche, implicitamente spettacolari. Oggi tuttavia siamo oltre lo spettacolo diffuso, in quanto non si ravvede il diffusore, siamo a bordo della forza di accelerazione che la natura, la quale è la stessa cosa della tecnica, sta esprimendo attraverso la storia della specie. Nell’esplosione degli schermi, dunque, è possibile ravvisare certi fenomeni decadenti, tipici di qualunque messianesimo messo fuori gioco dalle accelerazioni. Non vi è nulla di più patetico dell’arlecchino in stracci, quindi del prete, a questa altezza temporale, che mostra la povertà e il delirio di qualunque genesi dei costumi. Il prete ambiva al silenzio prima e dopo e durante la storia, ma si è abituato da secoli alla chance che offre la parolina di troppo, seducente e suasiva, che offre la possibilità di fuggire al silenzio, il quale angoscia e riempie le gonadi dell’universo mondo, affinché sia disponibile, a prezzi di supermercato esistenziale, l’accesso alla finzione del memento mori e all’illusione della pedagogia al derelitto umano. In questo movimento di caduta, che non sarebbe per nulla adamitica, il prete si riconcilia con la natura della propria finzione originaria, cioè l’ascolto di una inesistente voce di un inesistente dio. Egli si ospedalizza per missione, diviene un volontario universale, cioè un volitivo, un servo della volontà, che si mette a disposizione di una forza suprema, di cui può tranquillamente ignorare la natura, se essa sia interiore o esterna. Egli, così facendo, si risparmia tutta la fatica della teologia, per scegliere la pratica infermieristica: un infermiere ha certo delle responsabilità e una funzione, ma sicuramente non quella del chirurgo. Il rapporto tra malattia e prete è ravvisabile anzitutto nella prossimanza tra vocazione e malattia mentale, quasi un genoma pretesco, che impone le vesti cardinalizie al’uffizio sacerdotale. Per contegno il prete si darà allo strepito e alla sperequazione dei finti affetti, declinandosi a confessore dei peccati spettacolari, che sono la fase apicale di ogni divismo: la decadenza di Nerone giustifica ogni incendio. Lo strafare e lo stradire al fianco del fu potente e del fu beniamino, ovverosia dell’inutilità fattasi danno politico, della disoccupazione che si ingegna di giustificare se stessa con l’impegno al nuovo impiego. A questo punto si pensi a Don Mazzi.

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