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August 01, 2015 at 06:46PM


In questi giorni, per via di determinate questioni editoriali, sono costretto a pensare al percorso in prosa che ho compiuto. Ho iniziato con uno scherzo che intendeva mettere al centro di un’azione comune un ordine estetico e politico attraverso la scomposizione dei generi tradizionali. Si era a metà degli anni Novanta, aveva senso, era abbastanza indecente la situazione di dominio di una narrazione che non aveva recepito nulla di ciò che la fine del secolo si trovava a ereditare. Agii quindi per ulteriori scomposizioni, lavorando ad “Assalto a un tempo devastato e vile”. Venivo dalla poesia, essendomi sentito insufficiente. Non credevo, e non credo, alle forme consolidate e tutte italiane della prosa: vedevo Gadda, Fenoglio e “Petrolio” di Pasolini. Mi interessava la zona di indistinzione tra prosodia poetica e narrazione. Era evidente che ci si trovava in una situazione in cui bisognava lavorare sui generi, al fine di portare a compimento i generi: sono i generi gli stilemi della società spettacolare, per come l’ho conosciuta. Mi pareva che le menti migliori lavorassero a questo. E ci lavorai anche io, tentando di forzare le gabbie. In particolare, per motivi contingenti, fui costretto a lavorare sul genere nero, che mi parve ideale per aprire lo spazio all’operazione metafisica tipica del modernismo e del postmoderno. Non interessandomi il successo, tentai di spaccare trama e strutture con “Nel nome di Ishmael”, quindi con quello che poi intitolarono “Non toccare la pelle del drago”, fino al rattrappimento e al manifesto di improbabilità che intitolai “Grande Madre Rossa”, che davvero non aveva più nulla del genere nero. Passai ad affrontare quello che mi sembrava il genere più orrendo, ovvero il romanzo postborghese: andava stressato tutto in quell’agone d’agonia pura, ovviamente per come potevo agire io, in modo molto topico e personale e ovviamente insufficiente – pubblicai quindi “L’anno luce”. Quindi mi trovai ad affrontare l’ostacolo per me più difficile, ovverosia il genere storico, che è il grande padre della forma romanzo, per come il romanzo è stato inteso da certa scuola critica. “Dies Irae” prima e poi “Io Hitler” (che venne intitolato “Hitler”) tentavano questo: dilatare, nel primo caso, le derive del genere storico, utilizzando alcuni protocolli che in quel tempo mi sembravano da infrangere o già infranti (certo romanzo di formazione, l’affabulazione della paranoia tipica di certo postmoderno, certo sociologismo, certo autobiografismo); nel secondo caso si trattava di affrontare un assolutismo da abbattere, a mio parere rifuggendo l’idea di invenzione e la necessità umana della soluzione algoritmica alla domanda “perché?”, con tutto il fraintendimento della prassi metafisica che ne consegue (per questo adottai una mimesi, ovvero la forma di un’enfasi, specificamente quella hugoliana). A questo punto mi trovai ad affrontare il problema di una non-forma in cui tentare ciò che io penso essere il poetico, cioè il momento in cui si manifesta il continuum prosa-poesia. Lavorai dunque a forme prive di storia, a una lingua impura, a una tenuta la più intensa che mi riusciva in uno spazio breve: “Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei cammelli polari”, “Fine Impero” e “La vita umana sul pianeta Terra”, che a mio parere è la cosa che più mi pare riuscita, tra tutte quelle che ho scritto. Nel frattempo sono riuscito a dare testo alla prospettiva metafisica che mi interessa, sia in senso neopsicologico sia quanto a visuale relativa alla letteratura, col saggio “Io sono”. E ora? Ora mi pare che la forma possa essere una non-forma, però di ordine poematico. La struttura in un flusso, che indica una narrazione più vasta, per lacerti, di quella di cui la scrittura del corpo testuale è digesto. Ho due possibilità: una è l’idea di un libro enorme, un infinite jest delirante sì, ma non incomprensibile, che gioca il fatto linguistico nell’ingaggio dell’italiano pesante, metallico e plumbeo, ottocentesco e poi dannunziano e fascista, di cui ho pubblicato su Facebook alcune prove (sarebbe il “Libro atro” legato a immagini un poco inquietanti: http://on.fb.me/1jN6PBV), che viene costituendosi come un fantasy impossibile e del tutto idiosincratico; l’altra possibilità è aumentare l’intensità e tentare un proiettile perforante, privo di storia, gelido e delicato, di non molte pagine, tentando una non-storia che è il non-racconto del bene, il quale, come si sa, “non fa romanzo”. Qui interviene evidentemente il dato editoriale: sono molto scettico rispetto al fatto che la grande editoria accetti un percorso di questo tipo e, se aggiungiamo che non è che io goda di stima e fede presso i grandi editori, ritengo sia plausibile attendersi di tutto.

da Facebook http://on.fb.me/1Ibx91u

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