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Mad world

Scrivevo qualche tempo fa una cosa che un’amica riprende e trovo che era vero, lo dicevo, è: 《Oggi zuppo di pioggia alla ricerca della macchinetta per le sigarette con amico Aldo Nove pensavo, siccome lui nella pizza dall’egiziano che una volta puzzava e ora no riconosceva “Mad World” (https://youtu.be/SFsHSHE-iJQ) che era dei Tears For Fears e io non me lo ricordavo ed è chiaramente una delle canzoni più belle della storia della musica mondiale di sempre dagli aedi fino ai Travelling Wilburys, siccome è sui ragazzini e la tristezza e era il 1982 dunque pensavo: io non voglio più, mai più rivivere quell’orrore effusivo del vetro appannato d’inverno guardando fuori nel nulla una parete di palazzo urbano a cinque piani grigia di cemento e delle chiome di alberi di un giardino pubblico spoglio, toccando con la punta dell’indice dove è appannato per comporre via via ghirigori nostalgici fintamente allegri uno sopra l’altro, finché non esistono più forme e si cancella il vapore freddo con il dorso del pugno bambino tutto bagnato, sembra che a piangere sia il vetro della finestra; non desidero mai più essere nuovamente in quelle cene gelide, immobili, in silenzio, in una cucina laccata bianco, bambino, la madre ha un compito, il padre lavora, chiunque fa le cose diligentemente in un orrore di dopamina negata e di Mandarinetto Isolabella rinchiuso in uno scaffale bar irrisorio in una libreria di legno scuro con dentro dei bicchieri fintamente puliti per la polvere che vi era penetrata, una forchetta cade sulle piastrelle in una eco assoluta meccanica e cristallina è l’aria che vetrifica ogni gesto, ogni mimica, un dissesto di tutto; io pretendo di non esistere mai più in quelle feste di pomeriggi marroni e arancioni lenti e sfinite con addosso un golf a collo alto di tessuto sintetico azzurro, feste di carnevale o compleanno a casa di altri, dove gli altri sono eccessivamente pieni di trionfo e esultanti e io ho una pistola di plastica di argento del Ranger Solitario o di uno Zorro sbagliato e mangiano tantissime fette di torta con dentro nel soffice giallo una salsa rossa chimica dolciastra di sentore fragolato e intanto nella gola si forma un urlo di terrore che non si riesce a emettere, mentre vedo incantato e assenti i contorni a greche delle piastrelle e la tappezzeria impercettibilmente alle pareti si scolla un poco di più, un poco di più e corrono intorno al tavolo di finto ciliegio circolare come cowboy inscenando un divertimento in cui io non sono; desidero sia annullata dalla memoria universale akashica ogni occasione in cui io a sette e a otto anni e perfino a diciassette e ventuno e anche fino ai ventotto stavo con lo sguardo fisso abbattuto accanto a un cuscino o sul divano sentendomi escluso da chiunque e da qualunque cosa, mentre le paste di pane lievitavano nel forno della Ariston economica o sul ballatoio si posava un piccione sazio o la televisione andava, automaticamente voci e parlottii e melodie da jingle in un momento infinito fermo o anche le olimpiadi di Barcellona del 1992, io penso che è finito senza iniziare, tutto, infossato in una poltrona, assente davanti a una specie di Ben Johnson che vuole correre curvo nei muscoli tesi, un acquario luminoso che non vedo, nella stanza semibuia, fuori l’estate sta calcinando la via le cose le sagome le ombre, non c’è né amore né redenzione e non esiste il conato di vita, sfiancato da un pianto trattenuto, oppure il sabato con una luce al neon accesa troppo bianca e fredda nell’alloggio popolare da solo dipingendo i muri in una fatica enorme tutta la tintura accecante nelle stanze mentre nella radio dicono che è occupato il Leoncavallo e poi ci sono le cassette di Battisti e di Panella, “La sposa occidentale”, ripetute, ore e ore, fermo sulla scala coi pioli di legno malferma, da solo, un sabato, la vernice bianca che sta per colare dal pennello a rotolo; o anche andando al ginnasio, solo, davanti a Palazzo di Giustizia nella pioggia un gelo senza nessuno attorno, vie e vie percorse solitario con questo asfalto bagnato e squallido, accanto a un ospedale, con una paura immensa del greco antico, questo aoristo che mi chiedono e io devo rispondere esatto, tutti gli altri sono vestiti prestigiosamente con dei genitori che danno tante cose materiali e psicologiche ricche (vestiti, una moto contemporanea, dei viaggi) e sono tutti fidanzati e io non lo sarò mai, magro troppo e illividito da questo tempo né lineare né circolare ma sempre immoto, quasi assoluto, e strano; o anche attendere inutilmente un pomeriggio intero in silenzio con questa cassetta ortofrutticola dove si sono messi dei giornalini, qualcuno li compera passando forse, una moneta, sapendo che è tutto fragilmente ridicolo e immane anche; l’attesa di dovere baciare questa ragazza che si intrufola come un boa muscoloso nella mia ora con un maxipull rosa, ridendo troppo vicino, con della dentina nel sorriso, il rossetto che sa di fragola chimica e c’è questa cosa di muovere la lingua nella sua lingua, lentamente il giusto, attendendo fino al crepuscolo di farlo, perdendo tempo nei giardinetti polverosi a luglio nella caldana, vestito male, magro e sentendo un’inutilità di sé e del mondo, grave, proditoria, alimentata a colpi di una sorte minima, uno sfinimento vigile, una vigilia; o anche in piscina, a tredici anni, o in una stazione un’ora prima del treno, o anche tornando a piedi perché non avevo le mille lire del biglietto da Sesto San Giovanni fino a viale Sabotino, camminando, con le scarpe bucate vedendo l’orologio luminoso rosso acceso di piazzale Loreto lontanissimo in un Santo Stefano gelido verso le cinque pomeridiane, o in un bar cercavo lavoro o mi tuffavo male o anche una volta scappavo piangendo, etc.》

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