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COSE VISTE DEI GIORNI DI OSPEDALI E NIENTE, TANTO

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COSE VISTE DEI GIORNI DI OSPEDALI E NIENTE, TANTO

Vedevo ventiquattro ore al pronto soccorso con un uomo di ottantasette anni che ha un bastone e i capelli di argento azzurro e uno sguardo azzurro che dice che è l’ultima persona ad avere visto mio padre vivo, era vivente!, mentre aspettiamo, attendiamo che le zone di malessere spalanchino le porte di plastica ruvida e lei può entrare finalmente nel lettino della barella nell’astanteria ma non entra, sta sulla sedia cattiva di plastica ruvida biancastra, e io appoggiato al corrimano orizzontale per anziani e degenti mentre passa nella barella un anziano che muore senza la dentiera e marrone caffelatte delle coperte e dei golf loro dei vecchi che muoiono, delle giacche da camera e lo psicotico picchia il poliziotto nella zona psichiatria, e poi lei entra, e vedo l’anziana negli spasmi neurologici e il coniuge che mi dice che non sono i nervi il cervello, sono le ossa, e la donna sulla carrozzella delle case popolari ha, improvvide, le impronte rossastre per il sanguinamento sottopelle e l’edema delle mani dei mariti violenti, che hanno violentato la figlia, e lo sguardo nell’imbarazzo troppo giovane della guardia giurata in forma di poliziotto davanti a quella violenza e aspettiamo, attendiamo che si spalanchino i polmoni in un respiro senza febbre sereno finalmente, gli strani edemi, la realtà della carne sotto i rovesci del volto che fa paura e trema, le grandi secrezioni, le fondamentali, della carne in una oscurità di grasso giallo per appiccicarsi ai muscoli, ai nervi, alle ossa, del teschio incancrenito che saremo dopo le putrefazioni.
Sentiamo noi putrefazioni.
Cristallinamente non è niente di cristallo in un pronto soccorso dove la vita va, grande nave piena che ammaina o dispiega i velami delle cose proprie e stiamo. Nell’ambulanza ci trasportano tra i padiglioni da un reparto all’altro prima che fuori un’altra alba sia la resistenza usata e successiva del giorno seguente dove siamo anche noi, ma dentro, dentro il padiglione. Sta in una barella dura e stretta che fa i lividi sottopelle e chiunque ha l’edema, la mente parla per edemi e morsi in un morse e braille che tu non senti, è liquido di aria, è uno stato. Si adunano le mie paure usate come le gazze nuove di Milano che vediamo tra i padiglioni al Policlinico, uccidono i passeri con i becchi aguzzi e li mangiano, sono striate di grigio al collo più nero e antracite e vanno grosse nell’aria con delle ossa nei rifiuti domestici dell’ospedale a cercare un ossicino della mensa, di pollo, una lisca o qualcosa di radioattivo e infetto. E’ infezione ovunque sui corrimano verso i reparti e un baretto in un sottoscala sotto i motori e i tubi che convogliano aria condizionata e la legionella di cui ti ammali, le solite mele gialle, un poco gialle e avvizzite, di appassimento e pietà verso i vegetali, che stanno lì come a dire tutto quello che hai intorno nella notte e i giorni, senza dei dei grandi, senza deliberazione, in un’assenza di mappe e di registri strani, dove deriva tutto.
Erano povere le due vecchine ai lati della barella immote, una con il mento non in asse con il teschio e l’altra con i capelli radi nel cranio innervati, sembrava, e non si muoveva e voleva il tè, a gusto di limone liofilizzato e troppo zucchero di conforto al caldo, fumante, che fonde i bicchieri in plastica nel mobile mobile di alluminio che contiene tutto come una nuova madia, di fantascienza, da cui si estrae i cibi poveri di sali minerali e condimento, dei ciuffi di spinaci sconditi di erba strana che non lo sono, forse non sono spinaci e polvere di rafani possa in un raviolo di verdura per allentare la tensione fuori, con un fratello piccolo in forma di persona dolce, dentro un ristorante del Giappone, a respirare un po’. Poi andavamo aspettando in un’ora verso le sei per una cena che arriva alle sei di sera, la sera si divertiva, lei, a vedere che era striata di rosa inquinamento e arancio da polluzione, nel centro policlinico dove stava, tra le rovine dei reparti abbattuti e arrestati i processi di ricostruzione per via dei bandi, di camorre e simili, da tre anni a qui, dove siamo noi in centro di rovine e tubi e padiglioni primonovecento, tra le corsie e i bimbi che saltellano saccenti con un gelato e lo schiocco negli occhi e la saliva a arrossare le boccucce rosa fluo per il i gelati. Furibondamente sto dentro un vento a fumare obliquo ma verticale in un’area attrezzata dietro i neurologici, in un retro di aiuola e un muro di mattoni in cotto antichi ottocenteschi a retro di una casa di accoglienza, della beneficienza milanese. Le cartacce volano contro di me che accendo, la sigaretta, strana, ha sapore strano di stagno ogni giorno più. Porto la frutta di un colore acceso, unico nella corsia del reparto. Quindi veniva una notte di agonia di una novantenne con un Alzheimer ricca, con i parenti e i pudori che necessariamente hai, quando muore uno, una, accanto a te a mezzo metro e agonizza, perché non hanno resettato un’ossigenazione e è reato, di umanità, essere pudichi e spostarsi mentre si muore nella stanza. Dicono di no. Hai disincrostato un cesso in comune con una amuchina di fortuna e un guanto, che un negro ha dato senza pietà dicendo: “Domani”.
Si sta così, senza sala di aspetto ad aspettare, dove l’architettura fascista più solida è con delle vasche di metallo disertate dalle ninfee e è in attesa, di restauro, anche le lettere che cadono con i nomi in carattere fascista dei fondatori di quel reparto, stretti tra il cantiere all’entrata dello stesso e la macchinetta dove è “21” il decaffeinato a poche monete che sa di ammoniacale.
Ho visto queste cose dove senza armi sto a recarmi per portare un po’ di sufficienza, sentendo come la fanghiglia alla foce del Po quando un’anguilla con due stivali di verde marcio era presa, un capitone, da dei padri sulla riva e io vedevo, sapeva di marcio.
Ecco che ero, cosa ero, la macilenza, era di andare sempre via dove sentivo questo, andarmene, fumare, me medesimo, tendendo, le idee, la senzienza, verso il polo universitario che senza di me evolve e va avanti…

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