1979 E DOPO IN PIAZZALE MARTINI A CALVAIRATE

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1979 E DOPO IN PIAZZALE MARTINI A CALVAIRATE

Contavamo nello spazio della piazza aperta le auto che avevano le marmitte scassinate passando. Erano poche, erano Settanta/Ottanta. Guardavamo le targhe tra una macchina e un’altra con il pallone che andava sotto quei ventri meccanici, le pance, il fondo, delle macchine, come si chiama. Erano targhe pari e dispari, questo era il gioco, questo era gioco. C’erano le città, capivamo l’auto del Belgio dai caratteri rossi a bastoni sulla targa bianca. I francesi erano dei gialli, sempre saccenti come scriveva Enzo Biagi in un’enciclopedia delle persone e delle nazioni nella civiltà europea. Se pioveva era di una goccia calda dell’acqua di terme superiori romane, da sopra, immaginavo. Caleidoscopicamente tutto il cielo era; e stavo tra le erbe vecce e la sabbia con le siringhe: io. Se piove ora è incubo e tosse di polmoni morti, con dei lividi di edemi e fatti di uomini infelici e viola dove vedo la mattina, l’avanmattina. Si rende la pioggia stabile mutando i climi con una salinità iodata, zinco in una stratosfera, verso i bambini neonati in Cina andando nelle loro gole, nello spasmo bronchiale a fare nuovi uomini di argenti e silicati: siamo così. Avevo una corazza fatta di sapere delle parole, una pelle corazzata, si stabilizza con del sapere e vivere senza preoccupare il perdono o convocarlo, tra le tue braccia o madre
dove calore è cosa ultima e sulla tomba restino questi canti, bimba,
questi canti seguì mio padre giovane mia madre.
Nella piazza Martini a Calvairate era un sambuco, un salice che piangeva dove avevo la mia tomba, io speravo. Chiudevano di fantasia alle macchine la piazza, mi stendevo tra i fogliami fradici di autunno all’ombra verso la tomba in un chiarore azzurro a specchio molto lombardo, lì, in un’orgia, di vestiti borghesi e senza nessuno attorno, non visto come i cani e gli elefanti. Cimitero che portavo tra cervicali e cuore, cuore duro, quando a quattordici anni ero dio e cieco alla pietà verso di me data, data da chi? E era ammesso soltanto il matto di Lumumba a quella tomba, al funerale, uno di Calvairate con la calotta cranica in metallo, che si era lanciato dal quarto piano in via Visconti urlando la fine materiale di Patrice Lumumba di Katanga nei Settanta. Così fantasticavo ai giardinetti tra panchine di giada concrezionata e spazio a sabbionaia dedicato ai bambini delle madri con quei secchielli, gialli. Cuore petroso, di vertebre e peccato ero, di renitenza a tutte le cose amate, ricordate, a oblio, a tomba viva.
Se poi qualcuna di queste cose che contengono cose non solo vere ma esatte (e il lettore comprenderà anche qui: certe cose non s’inventano, anche a volere), ispirasse un più acuto ribrezzo del male, io, oh! non me ne terrei io, ma ne benedirei la memoria dei miei cari martiri, per i quali nessuno (nemmeno i loro assassini) soffrì, e che dalla loro fossa rendono anche oggi, per male, bene.
Diciamo i deboli, i devoti, i deserti.
Dèi memento sono: DIMENTICATE.

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