Mese: aprile 2016

Nella convergenza Platone-Hiroshima

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Un certo signore giapponese, ammonendo Marguerite Duras che lo ricordò in un’intervista, si permise di avere ragione asserendo che noi occidentali abbiamo i nostri classici, da Platone a Goethe, e i giapponesi hanno il loro: Hiroshima. Quale dei classici è più classico: l’umanistico o lo storico, che è anche conseguenza scientifica? Al momento la questione sembrerebbe non darsi nemmeno, a un occidentale medio, per il quale si sarebbe tentati di ricordare che non esiste forse tutta questa grande differenza tra Platone e Hiroshima, e cioè tra come gli occidentali hanno prima letto l'”Apologia” e poi pensato e prodotto l’atomica. (altro…)

Stephen Hawking, l’oltreuomo spettacolare

Una delle apicalità raggiunte dall’occidente è incarnata da Stephen Hawking. E’ l’ultimo uomo: il terminale del pop, l’ultimo essere vivente in grado di imporre alle menti il graffio che fu detto: l’immaginario. La sua storia personale è densa di aspettative del superamento a cui l’occidente educò le anime belle e anche quelle meno belle, che ebbero la ventura di apprendere la preghiera alla speranza frontale o che miscredettero, anticipando in forma divina l’esperienza televisiva. Il continuo, sebbene non eterno, superamento che Hawking interpreta vivendo e continuando ad apparire in ciò che è decisivo, con le vesti del profeta così simili al camice dello scienziato, ha il suo contrappunto nell’esperienza fisica che, sinestesia vivente, Hawking stimola in noi a livello quasi subcorticale. (altro…)

25 aprile: canto di Liberazione

Si pubblica qui di seguito l’inno della giornata fondamentale per l’Italia democratica e repubblicana, e cioè la Liberazione, cantata da colui che Gianfranco Contini definì «il migliore tra i poeti italiani nati nel Novecento», e cioè Andrea Zanzotto.

VERSO IL 25 APRILE

Trissotin: Vous avez le tour libre, et le beau choix des mots.
Vadius: On volt partout chez vous l’ithos et le pathos.
(MOLIÈRE, Les femmes savantes)

Nel tempo quando avevo i sentimenti,
da cui nessuna forza poteva ripararmi
nessun noa né tabu
il 25 aprile andando per i cippi
dei caduti, come per le stazioni di un calvario,
sopraffatto tremavo, e poi dalla piccola compagnia mi defilavo
come in una profonda definitiva pioggia.
Il vostro perire – nel sacro della primavera –
mi sembrava la radice stessa di ogni sacro.
Anche se per voi, certo, non lo era.
Anche se eravate scomparsi una sera
presi da batticuore, ormai rimossi da impatti col vivente
proprio per l’essere stati fino-al-picco del vivere.
Io no. Scrivevo in quegli anni entro gli annali della mia morte,
deliravo sul verde delle piante, sulla beltà,
senza perdonarmi ignoravo, quasi, ogni assenza
e svanimento con me, nella mia omertà.
Ora mi pare di vedere, con onesta ebetudine
e insipidire dei sentimenti, il tradirsi
di tutto in molte friabili forme
senza arrivare a un niente veramente accettabile,
reo totale come si vorrebbe;
e l’adombrarsi di ora in ora
mi pare una fatata legge, con una sua eleganza,
e il silenzio non dista dal grido –
piamente connessi chi sa dove
entro la tresca fuggente di questi prati e forre. Ma:
lo sterminio è ovunque e sempre in atto
mai c’è stato armistizio dopo l’eroica emergenza
e la morte-di-paglia si fa di gran lunga più orribile
che quella per piombo nel tempo
[[sadico/mitico.
Allora: vedere senza battere ciglio, come al frullare
dello sgricciolo nulla batte ciglio
tra gli spogli cespugli del clivo di Carbonera.
E questa dunque la saggezza perversa della sera?
E questa la congiunzione alla sapienza,
la farneticata ieri come vera
congiunzione al coraggio?
Ora, compagni, amici, né-amici, né-compagni –
dèi per me malgrado voi stessi –
avvicinandomi per cumulo di età
e per corrosione a quel punto
in cui voi foste allora –
mi riconduco, osando muto, ad allora, per voi;
e sono partecipe, finalmente, delle azioni
da cui mi distoglieva il deliquio amoroso e pauroso
anche se in esse ero travolto. Mi pare

……………………………………………..
Mi pare, e con mano assisto la tenerezza e il profumo
non ancora del tutto spento,
e i tracciati dei viottoli i fogliami e i filamenti vitali;
con mano assodo i pregi dell’essere vissuto,
e passato a un millimetro da dove
la selva e il vostro sangue
si sfiniscono, incespicano, sputati fuori mano.
se ancora si gira per i cippi
– emersi a picco –
– nel sacro della primavera –
su cui segni scivolano immolati
al rituale autovomitarsi di ogni storia
al non-farsi-capire di ogni ammicco,
allo sbrindellarsi del tessuto di comuni allusioni,
mi ribello, ribelle come voi allora,
e mi traluce bruciando un disincarnamento di me, del mondo,
mi s’impone un giusto adorare penando
un giusto richiamarsi all’obbligo
di ethos e pathos anche se i più arcanamente sfigurati
un giusto bestemmiare moduli e ragioni, nel furore
di un pianto che l’archiatra sommo dirà causato
dal remoto, dal lontano, dall’-alto-dei-cieli, dal vietato
ad ogni aggancio – mera verberazione
fustigazione compiuta a mio danno da falsi paesaggi
interni ed esterni
o semplicemente «da stanchezza, da insonnia».
E, sono pronto, insonnia
fuoco e parto che non si rilassa, intrigoso braciere.
Ecco, capisco che la praxis la poiesis adescano solo poche cose
quando vedo i vostri nomi
nemmeno sforzarsi più di galleggiare sulla pietra
e voi non siete più qui, ne altrove; noi v’inseguiamo
lungo il falso itinerario dei cippi, sudando, o sotto i rovesci
[[della pioggia
delle memorie, delle folate eroiche;
se nemmeno in questo-qualche-modo siete ormai stati,
nemmeno, ora, noi, siamo, qui.
Allora soltanto se se un’insonnia
bestemmiante braciere ripeterà i vostri nomi
nei luoghi dell’insonnia, della pretesa
Ecco queste sono le pretese dell’insonnia
anche questo pretendere di darne intepretazioni
ithos pathos
bestemmiarono i cespugli sommessamente
cippi hipnos pretendere
………………………………………………

Per me il buon calore e il tanto latte dei sentimenti
Ebbe sempre nel fondo un elemento di nera esaltazione.
Erano ferite dentro le colline
Nei fianchi giovani e amorosamente annosi del folto;
e io le vedevo e amavo
cercavo di sopperire a quanto esse esigevano.
In quel mio remoto
smontare e rimontare oggettivi – da
fanciullo iracondo, implacabile –
voi che innocenti come guizzi di ruscello
come stellari girini svaniste nel sangue,
ora entrate – o eravate già entrati allora?
E non so come, fate vostro quel ch’era mia turpe sacralità,
lo portate sensuato e senziente
nel vostro assoluto assolvimento
in ciò che punta i piedi seppur
senza più rendersene conto
non culla non tomba non segno
e neppur scoppiettare maligno d’insonnie/sogni
(ithos) (pathos)

 

Da Idioma

“Composizione composta”: una poesia

COMPOSIZIONE COMPOSTA

Ecco appare l’aurora che la terra non sa.
E questo di lontano andava, andava a me,
come, desolato, era me a decidere la madre dell’aurora
di essere in una desolazione fonda
in un falasco di vita. Dove dirai:
“Sono stato una persona di storie, poche,
e pochi venti hanno eroso me in un pianeta, amato,
tra spoglie deserte e gigli e S.E.R.T.
dove pensavo di fremere bambino di metadone
in metadone ragionando gli altri, magri, lunghi,
con unghie nere di gromma, lontano dalle gralle,
tra i biglioni sulla sabbia all’Adriatico e i dolori
di, in ottavo, un Kafka, una cosina umana, e nemmeno,
un pallore piccolo e portabile
e disse: ‘Uccidesti il figlio dell’Aurora:
non rivedrai né la sua madre ancora!’…”…
E là?… E là…?
Là è la madre delle cose un punto
e chi è baratro al pari di me è bravo
a resistere dolcemente ondulando a pena
e poi, sapete?, fiotta, e urta le pareti
solide, e con cupo impeto rimbomba.
Si travolge infinito abisso dico.
Non intendo davvero di dare un’immagine e,
a pena, una mnemotecnica, una pena
e di finire dove finisco io e giunse
giunse a, immenso, l’azzurro oceano natale e sa
stare che non sapevo e vedevo lontano
le madri affaticate, le levatrici, antichi ardori…
… e tutti voi volare via dallo sguardo tutti…

Esce per il Saggiatore l'”Antologia di Spoon River” tradotta da Antonio Porta

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Cosucce saggiatoriane: è arrivata in casa editrice la prima copia dell'”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, nella storica strepitosa traduzione di Antonio Porta, per la cura di Pietro Montorfani, con testi inediti, tra cui la mitologica “Genesi di Spoon River”. Quest’opera si deve soprattutto alla sapienza e tenacia di Rosemary Liedl, moglie di Antonio Porta. E’ l’edizione nettamente più completa e poetica del capolavoro americano che si possa reperire nel panorama editoriale italiano, non solo per gli apparati e gli inediti, ma soprattutto per la versione che un grande poeta italiano qual è Porta dà dei testi. Quanto a me, si tratta di una infinitudine di rapporto che si conferma vivente: se scrivo, è grazie a Antonio Porta, e figurare tra i suoi editori non è affatto una restituzione simbolica, ma un dono reale che lui fa a me e tutti.

Il cinema horror italiano premiato ai David

La premiazione del cinema italiano ai David di Donatello, l’incredibile autocelebrazione del peggio esteticamente espresso da questa nazione, ma nemmeno, dalla capitale di questa nazione, le interviste a questi con accento romanesco che parlano di una cinematografia italica che tornerebbe a fare, l’angosciante e disgustoso velleitarismo a livello di qualunque componente di un’arte che fu nobile (fanno schifo le regie, la recitazione, le sceneggiature), lo spettacolino e l’entusiasmo “emozionale” con cui “adoro” il “genio” e “talento” di questi anni inverecondi e bollandi da qualunque intellettuale serio – tutto ciò contraddistingue il momento storico, il mainstream, la pervicacia con cui verminosità si ergono in gigantismi improbabili. In particolare, vedere “Youth” di Paolo Sorrentino, ovverosia una delle autentiche opere d’arte cinematografiche di questi anni italiani, premiato per la migliore canzone, mi ha lasciato allibito. Il sistema romano della produzione cinematografica e televisiva è per me indigeribile. E’ doloroso, per esempio, non vedere premiato il film di Michelangelo Frammartino, uno dei veri registi contemporanei di cui dispone il comparto italiano: e non lo si vede premiato, perché non c’è, i produttori avranno pensato che è difficile o troppo alto o forse Frammartino non avrà accettato i soliti compromessi. Questo sistema ha sempre fatto schifo, ma oggi fa più schifo di prima, e mi fa schifo pure la connivenza di gente che conosco e che, a fronte di una situazione gravissima a cui sono costretti gli artisti autentici, tace o addirittura acconsente senza nemmeno tacere. L’indipendenza è l’unica strada, il lowest budget pure e bisogna mutare l’intera impostazione di produzione di un film, mutando l’arte: si deve arrivare a fare film con diecimila euro, non pensando al grande schermo. Bisogna spalancare l’arte, fare un’altra arte. Tanto poi arrivano i film in VR per Oculus e l’arte sarà cambiata comunque, sarà tutto “Inception” ma *reale*. E però con Oculus si entrerà in un mondo vituale in cui si entrerà in un locale virtuale che dà su una strada virtuale e ci si siederà nel buio virtuale davanti a uno schermo bidimensionale virtuale per vedere un film vero.

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L’incipit di “Zero K” di Don DeLillo

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Chiunque desidera possedere la fine del mondo” è l’incipit di “Zero K”, il nuovo libro di Don DeLillo, che esce a maggio. E però la fine dell’universo non desidera essere posseduta da anima viva: è possibile. Non è detto, tuttavia, che la fine non desideri. E così Don DeLillo decide per un romanzo filosoficamente zoppo alle prime nove parole, che sono scritte in corsivo e dovrebbero essere una citazione diretta dal padre del narratore. E’ una voce esterna a dire che cosa sia la follia del possesso, del mercato universale, dello scambio tra azione e reazione, della sussunzione della psiche in coscienza, della dialettica tra origine e termine. A nove parole siamo gettati a una velocità folle in una zona che i matematici frattali definirebbero “attrattore strano”: siamo nell’unica forma di universalità che consente il paradigma attuale (la cultura dell’accelerazione scientifica e la prossimità all’estinzione dell’umano per come è stato biologicamente conosciuto finora). Queste nove parole mi sembrano tracciare il territorio dell’unica letteratura possibile oggi, il che non è difficile: è la forma che ne segue, che va a fiorire o scavare dentro questo territorio, a risultare per me ciò che è cruciale nel mio presente artistico. E’ qui che attendo che Don DeLillo continui a essere per me il maestro che è da decenni.