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La lezione metafisica di Anna Marchesini

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Non è raro il fatto che lo Spettacolo impartisca insegnamenti di metafisica. Del resto, la sua stessa costituzione è metafisica, poiché esprime sul pianeta terra, a occidente, un dispiegamento cosmico che è spettacolare prima di qualunque altro fenomeno: cioè il fenomeno stesso, l’apparire a qualcuno che sente e osserva. “Maya” è un termine che andrebbe tradotto più come “Spettacolo” che come “Illusione” – ma, alla fine, sempre di quella cosa si tratta: identificarsi con qualcosa che appare, in un incanto dio gioia e orrore e pietà e tremore, il che fa dimenticare se stessi, in quanto si è spettatori. Finito lo Spettacolo, resta lo Spettatore? No: resta chi assisteva all’esistenza dello Spettatore e dello Spettacolo. Ieri è morta Anna Marchesini. Il suo ricordo è legato per me a una stagione in cui percepii la fine della televisione. Il “leggendario” spettacolo di quella sghemba trinità, di cui Marchesini faceva parte, ovvero i loro “Promessi Sposi”, sulla televisione di Stato, generalista, già anziana, sotto l’egida di Pippo Baudo, oltre ad avere qualcosa di quintessenzialmente democristiano, nel momento preciso in cui si avvertiva che l’inossidabile Dc poteva venire meno, a un anno dal crollo del Muro di Berlino, mi inquietava e annoiava. Era il “Drive in” che prendeva possesso di una microlegittimazione, utilizzando una cultura suppostamente “alta”, ma in realtà bassissima, evocando il fatto che il testo di Manzoni fosse stato anzitutto “popolare”. La comicità del Trio veniva spacciata come surreale, quando era un po’ Zemeckis e un po’ Comunione&Liberazione. Spostava la risata ai margini dell’accettabile da parte delle masse moderate, a fine di un decennio in cui l’ideologia del Dopoguerra in Italia si era stremata in una forma più sottilmente ideologica, che i beoti dell’analisi nazionali supponevano postideologica: ovvero inesistente. Era invece esistente eccome. Il 1990 fu un anno di partenogenesi italiana: tanto quanto Bush chiamava all’ordine nuovo mondiale il pianeta, così si rispondeva con l’emersione veteroleghista al crollo del capitalismo nostrano, con l’apparire in primis della deposizione cristica, dell’agnello sacrificale, del bando al criminale, degli Orazi&Curiazi e di tutte le retoriche ante-post a cui questo strano Paese, a forma di calzatura, ci ha da sempre abituato: disabituandocene. I mondiali di calcio con la Nannini e il Bennato, il sogno già un po’ vuoto e un po’ design, emblematizzato dalla tecnocratica mascotte dal nome di un motorino (“Ciao”…), i lavori sfinenti per gli stadi e le metropolitane, gli scandali pronti a slavinare dai socialdemocratici di Cariglia a tutti gli altri (e gli altri erano: quelli importanti…), la preparazione meticolosa delle premesse per scatenare un’ondata di “terrore islamico” con il primo intervento in Iraq, le enormi privatizzazioni imposte dall’alto in forma di svendita del patrimonio nazionale, la nascita tecnopolitica del signor Mario Draghi, l’esasperante maturazione del lutto capitato nel 1984 con la morte di Berlinguer, la cretinizzazione delle platee televisive mentre si stava concludendo la fase di test del digitale (quattro anni dopo veniva diffuso come verbo il WWW, mentre ci si preparava a stare sotto la protezione del WWF umano, noi, povere bestie avviate all’estinzione): l’aria da morituri te salutant, coi miei coetanei impegnati a dire che erano prima anni mitici e poi anni in cui si vedeva che La Storia E’ Morta… Lì apparve massivamente ai miei occhi Anna Marchesini: e non me ne fregò un cazzo. Avevo altro da fare. C’era “Twin Peaks”, avevo paura. Giravo nomade per Milano e lavoravo, non mi drogavo e sopportavo le angherie di chi mi diceva che non mi drogavo perché ero “post”. Mi nutrivo di bile, per l’imbecillità generalizzata. Nominavo gli altri che ravvedevo attorno a me, impegnati a diventare degli sfaccendati di lusso o degli alienati della suburra. La polizia mi fermò una domenica d’inverno il primo di gennaio 1990: indossavo una kefiah e sembravo un mediorientale, ero a bordo di una Uno Bianca (si trattava di un’utilitaria impiegata da una banda di criminali fascisti, tra l’altro assoldati dai Servizi Segreti, che agiva a Bologna e dintorni, facendo stragi). La polizia mi rilasciò all’istante, andai coi miei amici a duemila metri su un deltaplano a motore, a Erba o giù di lì. Quattro anni dopo, con le Clarks bucate e un bottone di osso mancante sul mio vecchio montgomery, entravo a Montecitorio a fare non so ancora bene cosa, comunque cose legate alla poesia e all’intelligence. Mi pare tutto emblematico. Non ho più vissuto come allora, non soltanto perché sono invecchiato io, ma perché è invecchiato il mondo attorno a me: svecchiandosi sempre, facendo nascere fenomeni cerebellari a due gambe, ancora più *uguali* di quelli di prima. Il mio astio e la mia pietà verso il mondo si addolcivano? Nelle forme forse, nelle intensità non so. C’era questa illustrazione da libro di Roal Dahl, segaligna e spigolosa, Anna Marchesini, vestita da Lucia Mondella, che faceva l’erede designata di Franca Valeri, in un tempo che nemmeno era il 2.0 dei tempi precedenti. Mi divertivo a modo mio e mi annoiavo a modo loro. Marchesini faceva un birignao. Lopez non si sapeva che cazzo facesse. Solenghi si diceva che fosse superdotato. La donna, come sempre, era la più notevole e matriciale di quel gruppo comico mainstream di allora. La vis comica era lei, la testa pensante era lei, il corpo attivo era sempre lei. La loro macchina retorica era questa: svelo un’ipocrisia, facendo approdare il tutto alla medesima ipocrisia. Si travestivano da metallari, nel momento in cui dei metallari non fregava niente a nessuno, c’era il grunge, ma i metallari sembravano ancora sconvolgenti a gente che aveva compiuto i sessanta nel 1989: si strappava a questi giovani vecchi un risolino da tabù, poi si tornava tranquilli a fare mutui e cambiali, pensando di investire in Borsa a Milano.
Poi Anna Marchesini muore e dice parole che ha desunto da patenti letture metafisiche o, se non ha letto la metafisica, ancora meglio: l’ha fatta. Anna Marchesini ha detto la verità e tu hai subito, a distanza di ventisei anni da quando ti credevi qualcosa, una lezione memorabile, apprendendo la sua dichiarazione al bar questa mattina, sulle pagine del prestigioso quotidiano meneghino. Ha detto: «Sono così interessata, appiccicata, morbosamente ghiotta, obesa di vita, sono così interessata della vita che mi interessa pure la morte, che di essa è il finale e non è detto. Quindi mi astengo dal giudizio che sia qualcosa di bello o di brutto perché è qualcosa che ci accade, e tutto quello che ci accade è osservabile. Tanto più l’indicibile».
Non c’è altro da dire.

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