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Addio, Tommaso

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E’ morto all’improvviso Tommaso Labranca. La notizia lascia senza fiato non soltanto Gianni Biondillo, ma anche me. L’ho appresa all’interno di un autogrill della catena italiana: a Tommaso, credo, sarebbe piaciuta la situazione.
Non lo vedevo da anni. Aveva scazzato con moltissimi. Ero dispiaciuto per il fatto che scriveva su “Libero”, ma l’ultima volta che abbiamo parlato mi aveva detto delle condizioni economiche e, quindi, io penso: si inculino tutti, ma proprio tutti, coloro che potevano dare lavoro a una delle persone più inventive, acute, sintetiche della nazione e la hanno lasciata sola o hanno avanzato proposte umilianti, indegne e a volte pure barbariche: questa persona era un uomo che aveva uno stile. Lo ha sempre avuto, del resto. Soprattutto sulla pagina, poiché scriveva da dio.
Negli anni Novanta, ma a partire da prima, distrusse a colpi di ironia e di postmoderno il tondellismo: di ciò non smetterò mai di ringraziarlo.
Aveva una cultura vastissima. Non si smetteva di ridere e di frizzare, in sua presenza. Telefonammo a Maria Giovanna Elmi. Parlavamo della psoriasi di Cossiga, una psicosomatosi che manifestava molti nascondimenti. Ti attaccava al golfino una spilla del monoscopio Rai prima della nascita del terzo canale.
Era un figo.
Mi frega zero di quanti ha insultato. Poteva anche insultare il sottoscritto, non lo fece mai, gliene sono tanto grato. E gli sono grato di quell’apertura in un decennio orripilante, come tutti i decenni, quando si inventò la sintesi di un intero immaginario: l’ultimo immaginario a essere unico.
Aveva 54 anni. Sono dispiaciutissimo: dispiaciutissimo.
Ha sempre risalito la corrente, come i salmoni e coloro che considerano spazzatura se stessi prima degli altri.
Gli volevo bene, continuerò a volergliene.
Si va via. E’ così.

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