Amaca sul tempo esausto

Il pueblo desunido non ha bisogno di essere vencido. Irrorato da quote di falso benessere, grazie all’obolo che gli è stato comminato (come qualunque moneta, era infettato da virus senescenti e letali), il popolo ha ritenuto che la delega di rappresentanza fosse una rottura burocratica e si è accomodato a farsi i cazzi propri. Pochissimi hanno urlato e continuano a urlargli che è il caso di restare svegli: la notte sarà lunga. Friggono tutti come wuberoni: all’autogrill che illustra lo storytelling del territorio su cartellonistiche pressapochiste a illustrazioni degne di un decenne, con l’enogastronomico in cui si sente versato chiunque, festival colossali europei del cioccolato in location perugina, tensostrutture bianche che addobbano il tempo libero delle feste unitarie e delle sagre più surreali, indifferentemente, e ben che vada quelli che ragionano sul referendum, che sarebbero tipo gli illuminati e gli illuministi del tempo esausto: cioè l’occidentale. Io non ho mai visto il mio occidente così franto nei coglioni ontologici. Non esiste un conato che valga la pena di essere allargato. Si sono rinchiusi, quelli più recenti, nel loro piccolo guscio emotivo, rattrappiti, dediti all’efficienza, un mostro che non corrisponde a nulla, né di loro stessi né del vivente attualmente biologico, e se ne stanno lì, indifferenti credendo di essere partecipanti, in una solitudine devastante e in una ingenuità che è pure pavida, in quanto essi non hanno coltivato minimamente la consapevolezza di una possibile scelta alternativa, che sarebbe poi la radice di tutto il piacere: non gli piace nulla e, se gli piace, mi raccomando: è tutto piacere in solitaria, tutto buio, tutto piacere finzionale. La schiavizzazione se la sono introiettata a priori. Non gli puoi dire nulla, perché non si sporgono davvero, certo, ma sono indefettibili: guardargli il curriculum e trovare loro un difettuccio è impresa da scalata agli ottomila senza bombola dell’ossigeno – muore sempre un Kammerlander, in queste ascensioni, che non hanno nulla dell’ascesi, e loro sono quelli che sopravvivono, senza essere capaci di conferire un minimo di eroismo a se stessi e agli altri. E’ impressionante: appena sentono odore di epos, di mitografia, la quale è ovviamente sempre posticcia, essi si ritirano nella valva del “se stessi”, con le loro ubbie e il loro temperamento slacciato e fin de siècle, tra una tisi e uno sguardo al prossimo robot. Tutti gli altri non è che giocano a Pokémon Go: *sono* Pokémon Go. Nessuno vede, nonostante tutto sia visibilissimo. Nessuno chiede. Nessuno propone. La vita collettiva è essa stessa rattrappita in valve aeree, che la realtà aumentata intercetta: non esistono, le valve aeree, ma sembra di sì. Tra la supermassa che frigge, essendo al tempo stesso bovinoide entomologica invertebrata bradipica rettile microfaga (magrofaga mai), e i nuovi talenti che si propongono sulla scena, davvero, non saprei chi scegliere. Tuttavia la massa è stata sempiternamente più volgare che mai, a ogni rivoluzione storica si è dato lo sconcerto in chi la osservava; invece i talenti no, questo è ancor più sconcertante. Non che il presente non esista: esiste tantissimo ed è stupefacente, come in qualunque tempo. Soltanto ieri, vedevo un capolavoro cinematografico di cui scriverò parecchio – lo ha realizzato una persona giovanissima e antica, una che proprio non è né recente né liscia né light, come si suole dire. E’ stata un’esperienza da brivido: esiste il cinema, esiste l’arte, esiste la profondità e la vocazione al nulla, in età digitale contemporanea, un poco prima dell’impulso alla definitiva ibridazione, che metterà finalmente a nudo il fenomeno vivente, il quale non era soltanto biologico. Lungi dall’essere rassicurato da una simile epifania di ordine ben più che estetico, sulla circolare milanese mi ritrovavo, qualche minuto dopo avere assistito al fenomeno estatico, in un ben altro genere di estasi, che nemmeno è più del pecoreccio e del brianzolo, bensì è di un Lovecraft declinato alla Mario Monti o alla Mario Draghi, il che è lo stesso: la povertà più ricca che io abbia mai incontrato, del tutto indifferente a se stessa. L’indigenza emotiva del talento è omologa al polo opposto, costituito dall’indigenza politica della collettività. Il popolo, ciò che fu un popolo, è unificato dalla divisione, dalla sconcia disponibilità a essere vessato nell’indifferenza e nella stanchezza precostituita, nell’ammansimento praticato nei confronti del mammifero che si conduce ingannevolmente alla stalla, quando invece lì è il recinto del macello finale, laddove però il mammifero destinato al chiodo alla tempia presente la fine imminente e scalpita, mentre questi si assentano per scrivere su whatsapp. Fa schifo un po’ tutto, ma nemmeno in maniera netta, nitida, definitiva. E’ come se tu avessi da sorbire oramai soltanto questa bibita: tiepida e sgassata. Agli uni auguri buona efficienza, non smettendo intimamente di dargli dei coglioni, per il dono che nemmeno scialano (almeno ne facessero spreco!); agli altri augureresti quello che si meritano, cioè il tiranno che silentemente invocano, nemmeno tanto inconsapevolmente, se non fosse che poi il fascismo e il totalitarismo dovrei subirli io in prima persona, insieme a loro. Perciò ai primi si fa ciaociao con la manina e ai secondi si continua a somministrare quel minimo di rancore che fa il politico tutto, ovvero la lotta di classe.
Si perdoni questa cartolina dall’inferno ex piccoloborghese, una piccola amaca attaccata male all’albero, con cui si cade sul prato, non ci si fa niente, è tutto un po’ ridicolo, speriamo che nessuno abbia visto la goffaggine con cui sono caduto, non è però una tragedia.
Buonanotte, coetanei.

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