Mese: settembre 2016

Diario nell’epoca dell’accelerazione

io-sonoMai come in questi anni mi sono sentito dare del nichilista e io stesso ho percepito, come una grande ala che sfiora la mia nuca, il rischio di esserlo gravare su di me. I mutamenti repentini a cui assisto e che vivo in pieno, in effetti, giustificano tale atteggiamento di diniego assoluto alla proposta di mutare identità e di non sedimentare i propri processi psichici, almeno qui dove vivo, poiché non si dà più una piattaforma storica realmente tale: la storia è molto differente da come la modernità l’ha elaborata e, almeno per chi si è formato nella modernità, chiamandola sempre contemporaneità, lo spaesamento è potente e la sollecitazione, a cui va incontro il sistema nervoso, è altrettanto intensa. E’ verificabile alla mano come le quote di attenzione siano crollate e quanto si sia infrequentita la lamentazione sull’accelerazione, sulla mutazione tecnologica, sull’ignoranza dei canoni (sia storici sia esistenziali, dalle posture alle etichette, dalle prossemiche al cosiddetto problem solving minimo, il quale fallisce sempre). Quanto a me, avverto certamente la vertigine e sicuramente sono rassegnato al passaggio verso ciò che potremmo realmente connotare come modificazione sia genetica sia spirituale. Si svela molto della natura di tutto, in questi anni: dell’identità, che non era riguardata e vissuta sotto questa specie, così come dell’impermanenza. La vicenda della vita vissuta, che non è nulla a confronto della vita vivente, è davvero un grande maestro. Si è costretti a fare i conti con il divenire, che si apprezza disperando o si cavalca non tanto entusiasticamente – un divenire che mostra la faccia nascosta (per chi non l’aveva ancora guardata dritto negli occhi) della morte di tutto: la perenne declinazione barocca, lugubre, ossificata e desertificata del mondo e di se stessi, che esprime una sua poetica sempiterna, dando vita (in realtà, una semivita) a culture e opere che si compiono all’interno di quei vortici che sono, appunto, le culture. A questa “facies” del mondo e della vita attuali, per quanto concerne me, appartengono attività e spostamenti semicimiteriali, che soltanto qualche anno fa delineavano il paesaggio della mia esistenza, e dico le strutture editoriali, le comunità culturali, le proposte light del giornalismo, oltre che le più innocue o più letali iniziative dei miei “comrades”, che vanno assottigliandosi nel numero ed evidenziandosi per coriaceità e coerenza personale. Tuttavia devo ammettere, secondo i canoni diaristici, a cui evidentemente tengo, che nichilista non mi sento proprio e di fatto non sono. A un bravo ragazzo, che l’altro giorno appunto avanzava con discrezione l’ipotesi di un mio implicito nichilismo e mi domandava quale sarebbe la proposta alternativa alla demolizione del presente che pratico dialetticamente, ho risposto che tale proposta l’ho formulata in un libro non letterario, che si occupa però di letteratura almeno per un terzo della sua estensione, e si intitola “Io sono” ed è pubblicato per il Saggiatore. In quella sede affermo cose che non affermo io: si cerca semplicemente di tratteggiare il momento metafisico quale in effetti è, ovverosia una pratica molto semplice, che non subisce gli urti del mutamento storico. La questione è “centrarsi”, “sentendo” se stessi: il corpo, la percezione, l’emozione, il pensiero – e il “luogo” o lo “stato” in cui essi avvengono, cioè appunto il “se stessi”. Una vaga nausea, curabile con domperidone spirituale, mi coglie oramai quando leggo su quotidiani degli spostamenti editoriali e dei saloni, tanto del libro quanto del gusto, e di Torino e di Rho, e dei cosiddetti “colleghi”. Ciò definisce il prezzo dell’impermanenza che ho da affrontare, che ammonta a una cifra di paura e da paura. L’attrito del mondo, qui dove ho vissuto e vivo, si è presentato anche in forma di inaccettabilità dell’idea stessa di “ruolo”. Questo rifiuto, più o meno consapevole e più o meno protratto, comporta appunto una spesa, che parrebbe fatale, se non fosse un naturale movimento interno al più vasto fato personale, il quale a sua volta si colloca all’interno di un fato ancora più vasto e ovviamente vincolante, almeno finché uno non ha davvero appreso che il mondo c’è, qui c’è davvero e ora c’è davvero. La paura, lo spaesamento, la frustrazione, la rabbia, la disperazione, il panico: tutto ciò costituisce la strumentazione di un senso, che nemmeno è sesto e però è un senso, con cui si percepisce che si è qui e ora, che lo si voglia o meno. Non c’è la favola della buonanotte: non c’è favola e non c’è notte. E’ tutto.

L’arte della mia degenerazione

A uno, davvero, della degenerazione dell’arte non frega nulla. Se è moralista o nazista (due insiemi che si sovrappongono, sempre pericolosamente), può magari fregare della decadenza eventuale e varia. A me: no. Sto dalla parte di Burroughs: saccheggiate il Louvre, sempre! E’ l’unico modo per vedere il Louvre. Essendo distante dalle ubbie dei reazionari, tuttavia pensavo oggi a quanto mi fosse crollata la soglia di attenzione, quando si tratta di una produzione culturale contemporanea. Devo ammettere che leggo molto meno di un tempo. Deve essere l’età e anche una vaga sensazione epigastrica, tra la nausea e un’emorragia tanto incipiente quanto imminente. Se leggo ascolto e assisto meno di prima, però, è anche per la difficoltà nel reperire universalità nelle opere contemporanee. Avverto un non tanto improvviso calo del quoziente di ambizione, non posso dire soltanto formale o soltanto tematica, nella produzione contemporanea. Prendiamo i libri. E’ certo questione di poetiche, quindi di idiosincrasie mie personali, e tuttavia mi chiedo come sia possibile trovare su pagina quel gradiente di ambizione e di colloquio con gli universali soltanto nell’ultima prosa di DeLillo. Non che non abbia dato uno sguardo che a quella. Ho tentato, mi sono inerpicato, sono scivolato, ho abbandonato – potrebbe trattarsi soltanto della mia debolezza, della saturazione dovuta a sovraesposizione alla materia o al tempo, della paura, di altri generi di logoramento. Ciò che mi pare evidente, sempre in una prospettiva del tutto personale, è che o abbasso l’asticella o davvero non riesco a trovare soddisfacimento: a cosa? A un’ansia veritativa. Spero sempre di trovare sconvolgimenti enormi o microscopici, incanti e spostamenti, nella parola o nell’immagine. Forse cerco troppo poco, forse mi sono disabituato. Ho provato con alcuni classici: reggono gli universalisti, presso di me, non altri. Prendiamo certi classici letterari. Ho provato domenica con Stendhal e Balzac. C’è dell’universale lì, lo sanno tutti. Invece mi parlavano poco. Mi pare che le loro letterature di colpo siano invecchiate. Anche prima avevo l’impressione che la loro sentenza o la loro orchestrazione fosse meno gnomica o violenta o giocosa (nel senso più profondo dell’aggettivo) di quanto accade in chi, magari, ha quasi inventato la sentenza e pure l’orchestra, come Eschilo. Leopardi sì, Parise no. Mi pare quasi di essere giunto al muro del tempo, dove ogni parola si compie nel suo essere decisiva, nel suo rastremarsi. Non sto enunciando giudizi di valore, sia chiaro; discetto soltanto di mie sensazioni e di mie necessità. E oggi? Ecco, mi sembra che nulla ambisca a una simile tensione. La prosa letteraria, perlomeno, mi pare subire una flessione del quoziente di ambizione allo spostamento. Mi pare di entrare al massimo in fiumi lutulenti, in labirinti larghi e assolati, mai nella tenebra, mai nella scintilla. La poesia, in ciò, dimostra una potenza che per me è ancora irraggiungibile o irraggiunta, se non dalla tragedia. Dove un testo, anche al di là di quello scritto, è vivescente? Che cosa vogliono i miei contemporanei? Al Turner Prize è finalista l’opera nella foto; si intitola “Lichen! Libido! (London!) Chastity!” e ne è autrice Anthea Hamilton. Cosa desidera Anthea? Dove mi porta? E’ facile sollevare come Spock il sopracciglio e lasciarsi andare a considerazioni, le più umoristiche o depravate: sì?, davvero oggi possiamo essere depravati? E potevamo esserlo ieri? Ieri quando, precisamente? Saccheggiate il Louvre: tuttavia io osserverò se, da tale furia, saprete trarre e vedere e parlare e creare qualcosa che sia degno di un Louvre ulteriore. La mia posizione, rispetto ai tempi che sto vivendo, è, a scanso di equivoci, a scanso di equivoci: nitidamente ritengo che questo tempo non sia tremendo o finale, il che sento pronunciare con un fervore sospetto da chi mi sta attorno, però è veramente un tempo di rara bêtise, a principiare dal fatto che molti intorno a me mi sembrano borghesi fuori tempo massimo e, quindi, imbecilli a priori e rimbecilliti a posteriori. E’ un tempo che, appunto, per cadere nel tranello che ho appena messo in evidenza, può belissimo infilarsi nella scultura di cui sopra.

Su “Votate Robinson per un mondo migliore” di Antrim

antrim_libro3d-1Un tempo, poco tempo fa, la letteratura esisteva in un certo modo e si poteva scriverne in determinate maniere. Per esempio, stesi una prefazione al formidabile “Votate Robinson per un mondo migliore” di Donald Antrim, che minimum fax pubblicava in edizione economica. Ecco il testo: si va da Pynchon a Eugenides a Lovecraft, ragionando di futuro anteriore: il futuro connette in qualche modo a origini profonde e inindagate, ma perenni, perturbanti e pop, non soltanto in questo caso.

Quando questo classico di fine Novecento (uscì nel 1993) fece la sua comparsa, con la sua massa di immaginario compressa nella misura di un breve e denso romanzo, l’America riconobbe sconcertata l’eccezionalità dell’opera di Donald Antrim, che aveva spiazzato letterariamente chiunque. La reazione spontanea fu che si mobilitò la nobiltà intelligente, per cercare di classificare l’inclassificabile, quella sorta di distopia che è Votate Robinson per un mondo migliore. Una reazione collettiva instradò la lettura di questo piccolo capolavoro di ambiguità e di oceanica profondità in una classificazione che risultasse abbastanza riconoscibile: quella delle distopie, i tremendi futuri in cui l’immaginario fantascientifico relega l’avvenire del lignaggio umano, il terminale poliziesco e sadicamente surreale che sarebbe la logica conseguenza di una prassi che chiamiamo indifferentemente Storia oppure Occidente. Thomas Pynchon in persona si spinse a parlare di “spumeggiante allucinazione”, la quale era una ben strana allucinazione se, a detta dell’autore di V., descriveva con precisione i meccanismi alienati e sanguinari in cui noi stessi ci muoviamo (per Pynchon i protagonisti di Votate Robinson siamo “noi stessi”). Ancora più interessante: il New Yorker elesse Donald Antrim tra i venti scrittori che avrebbero fatto la storia della letteratura del XXI secolo – cioè il secolo in cui celebriamo questo romanzo segnato dall’invenzione paradossale, un composto instabile di schizofrenia e paranoia pronto a una pericolosa deflagrazione. (altro…)

“Inner Space” di Federica Intelisano in finale al Celeste Prize

Sono orgoglioso che “Inner Space” di Federica Intelisano sia in finale al prestigioso premio di videoarte “Celeste Prize”. E’ la metà della dilogia filmica composta anche da “Outer Space”, il quale è visionabile qui. La pressione dell’immagine analogica (si tratta di riprese reali da reazioni chimiche), e del montaggio che ne deriva, costruisce uno spazio che per me fa tutto il contemporaneo ed è il punto critico, o la faglia, su cui mi pare che stiano lavorando le migliori menti delle generazioni attuali: è lo spazio non simbolico o, meglio, che trascende il simbolico. Sono onorato di avere contribuito a quest’opera con un testo che, per controcanto, gronda simboli in ogni rigo (non sono versi e non sono frasi). La parte “interiore” del dittico filmico verrà proiettato alla Bargehouse della OXO Tower di Londra dal 7 al 9 Ottobre.

Nuovo paradigma: il tempo metafisico e feroce

Entro il 2021 il 6% dei lavoratori americani sarà sostituito da algoritmi o robot intelligenti. Il mercato librario italiano è calato del 14% dal 2012. In metà degli Stati Uniti il 35% della popolazione risulta obeso ad altezza 2014. Dal 2008, anno di introduzione dello Human Fertilisation Embryology Act, più di 155 ibridi umano-animali sono stati creati in laboratorio. Dal 2001 al 2013 sono sestuplicati gli indici percentuali di consumo psicofarmacologico in Italia. Il tempo dunque non è più devastato e vile: si è trattato di vivere una mutazione di paradigma. Non esiste un filosofo né un sociologo né uno psicoanalista né un antropologo né uno scrittore né un economista né un giornalista né un accademico etc che abbia affrontato organicamente o poeticamente o scientificamente o teoreticamente o praticamente la questione di una tale mutazione. Ciò definisce due dati di base: la cultura legata alla parola è inefficace a interpretare il nuovo paradigma; i miei coevi sono fortemente imbecilli e mutati geneticamente a priori. Non oso nemmeno sperare che qualcuno osservi quanto, a fronte di una simile rivoluzione su scala planetaria (il pianeta è occidente), soltanto il nucleo metafisico rimanga intatto: la questione della consapevolezza, o della coscienza o dell’essere o qualunque sia la nominazione che si intenda attribuire, si pone nello stesso modo sempre ovunque.
Benvenute nel tempo metafisico e feroce, anime belle: si inizia da qui.

Interpretazione dell’allestimento all’amatriciana al Museo di Storia Naturale di Milano

triceratopo

Non mettevo piede al Museo di Storia Naturale di Milano da quando ero giovane. Ci sono stato ieri. Fa schifo. E’ esattamente quanto si evince dalla vicenda italiana e, se si vuole, occidentale negli ultimi decenni: è andato tutto a farsi benedire. Sarebbe un luogo di mistero e di incantamento e diviene la preconizzazione della realtà diminuita. Salta il legame causa ed effetto, che andrebbe sì trasceso, ma per trascenderlo dovresti viverlo e comprenderlo. Si misura, in questa specie di playmobil a uso di imbecilli, la nichilistizzazione in luogo dello stupore, la piccola moda predigitale che anticipa la deriva delle ricerche scolastiche fatte utilizzando le schede wikipediane, l’assenza totale dello stile e della letteratura, la voga cattolica dei preti in blue jeans, l’ipocrisia dei genitori che facevano finta di non sapere che i figli già scopavano e quella dei figli che facevano finta di non sapere che i genitori scopavano. Si assiste all’assoluta assenza di assoluto. Non esiste nessun luogo più metafisico del museo, per una civiltà secolare. Ci sarebbe il tempio, ma nessuno fa più templi, al limite fanno i posti di commemorazione, con quel gusto lugubre fatto di colore viola e piccole luci discrete e crocifissi laici, a cui hanno appeso l’uomo qualunque in vece del corpus domini. Nell’aberrazione totale, che definisce un tipo umano ben distante da quello che per migliaia di anni ha fatto da saprofita al pianeta, si notava come, negli stupendi diorami che un tempo stordivano e oggi non ispirano più i figli dell’uomo, ai piedi degli elefanti, congelati nell’attimo fatale ed eterno di una vita finzionale resa immota per abolizione del tempo, i curatori avessero posto degli animalini in vetro di Murano, come neanche tra i negozietti della via principale a Sansepolcro o a Garbagnate, dove si vendono velleitariamente i brand più alla moda a New York, quando oramai chiunque se li compera su Amazon. Che la grande illusione diventi il piccolo illusionismo era prevedibile, ma concede comunque una fitta viscerale all’osservatore che scruta e desume come sia crollato non solo un secolo, non soltanto due o tre secoli, ma quattro millenni. Del resto, sui quotidiani del giorno che era ieri, si leggevano le solite bituminazioni, tra le quali uno slogan demenziale per l’ultimo libro del giornalista tv: “Quando la storia anticipa il presente”. Fa tutto un po’ schifo, ma senza drammi, ovviamente. Nella seconda sala del Museo, infatti, in vetrina ci sta un rotolo di carta igienica, a dire che consumiamo troppa cellulosa e si inquina il pianeta. Lo pterodattilo è messo che manco lo vedi. Al triceratopo è impossibile girare attorno. Le ossa sono posizionate per non stupire. Gli scheletri non fanno paura. Tutto pronuncia la formula: “non più”. Si è del resto già visto Ben Stiller fare il custode in un museo consimile americano, in un film orrendamente prefigurativo delle stato delle cose, del presente e della storia che lo anticipa: l’attore è un coglioncello che deve essere serio e lavorare per impressionare il figlio dopo la separazione e allora vive la grande avventura e un complotto 5 Stelle all’interno di un museo, di storia, naturale. La bassa intensità a cui hanno costretto il popolo occidentale, che da par suo ha risposto fottendosene dello stato dei salari ed elaborando un inveramento paradossale de “Futuro zero” punk, asserendo pubblicamente e con stolida continuità che per “i giovani” “non c’è futuro” – questo ammanco di vita vivente, questo trionfo della morte in vita, questa danza macabra che non ha nulla del tip tap o del flamenco: tutto ciò è la norma, a cui i trentenni attuali non hanno derogato, che i ventenni attuali non si immaginano nemmeno esistere e tantomeno se lo immaginano gli attuali decenni. Detto che c’è da prendere a calci nelle terga, e puntalmente, qualunque allestitore che abbia immaginato uno scempio del genere, si deve aggiungere che andrebbe preso a colpi di machete qualunque responsabile dello scempio sociale e intercontinentale. Nessuno lo farà, tuttavia. Sono finiti i tempi in cui. Vige il tempo del non più. Ci si trascina, bovinidi, davanti alla ricostruzione del prebovinide. Il diorama, come spesso si è qui annotato, è dinamico ed esterno alla vetrina, indifferente a tutto e primariamente a se stesso.

Schermata 2016-09-09 alle 10.40.08E’ accaduta una cosa incredibile e da me del tutto imprevista, nei tempi che viviamo. Riguarda la letteratura, quindi sarà secondaria per molti. E’ da circa un decennio che non vedevo un riconoscimento tanto alto e intenso come quello che il critico Massimo Onofri ha testimoniato, nell’apertura di Avvenire, a un lavoro così alto e intenso come quello che Andrea Morstabilini ha pubblicato presso il Saggiatore: il romanzo “Il demone meridiano”. Si tratta di uno dei libri più decisivi di questi ultimi anni di lingua italiana. Onofri non compila una recensione: stende un saggio, identifica un’intera poetica, fenomenologizza una linea letteraria, coglie tutto e lo rilancia. A mio parere, ed è ovvio in quanto ne sono l’editor, il libro di Morstabilini è non raggiunto attualmente nel licenziamento di un intero patrimonio linguistico e di immaginario, ovvero dell’intero stilismo che procede da Dante e Petrarca fino a Leopardi e Carducci e Pascoli (e, se si vuole, Carmelo Bene), insieme alla tradizione che dalla tragedia elisabettiana ingenera il romanticismo e, quindi, la sua derivazione gotica. A chi fosse interessato alla letteratura autentica e, di conseguenza, al più autentico tentativo non di mediazione, ma di riflessione profondamente teorica, consiglio la lettura del microsaggio di Onofri (leggibile con un clic qui) e della narrazione di Morstabilini: siamo a livelli infernali e limbici e paradisiaci, cioè a quelli normali per una disciplina artistica complessa e veritativa, che si estende in teoria e pratica, in prosa e in poesia. Bentornata, letteratura.