Io in fumo

13226448586254Da mesi sto tentando di smettere di fumare. Sono sceso a otto sigarette al dì, che non sarebbe tantissimo, ma il fatto è che proprio *devo* smettere. La congiuntura non è favorevole. L’attrito del mondo si fa sentire e ravvedo quanto una sigaretta costituisca, incredibilmente, un momento affettivo. Mi sveglio e vado sui gradini fuori a fumare la prima sizza della giornata. La combustione delle singole sigarette è più veloce e intensa di un tempo, quando, forse, usavano additivi chimici, oppure non li usavano e li usano adesso. Fatto sta che dura la metà di un tempo: come tutto, del resto. Sto lì, meno imbambolato di un tempo, con meno ipnosi, meno piacere per il colpo retrosternale, meno apprezzamento: tutto è minore, come tutto del resto. Tutto, del resto, è tutto. Seguono ore di allerta e nervosismo, di calcolo mirato, di consunzione del me stesso e di trionfo dell’algoritmo, uno dei moltissimi, che mi popola, mi attraversa, ne sono eterodiretto. Il senso di colpa fa da contenitore per il senso di orrore, per il gusto guasto, questa terra desolata che ho dentro e scruto fuori, la mia ragione sociale che sfuma come il fumo della sigaretta, così prossimo al mio naso e alla mia ipotetica congiuntivite. E’ tutto un potere, un non potere e mai un potere che no. Anche i miei libri sono combusti. Anche i mercati, i lavori pregressi, certe emotività, certo corpo. Questo è il corpo: mangiàtene, dico alla legione che sono io, ma non ne mangio: mi limito all’addizione chimica, per rallentare la comburenza, l’irrancidire, l’estinzione. E tuttavia oggi: cammino solitario nella via Ripamonti semideserta, le spalle contratte e ingobbite, preoccupato da tutto e, fuori dal tutto, accigliato perché devo calcolare quando fumare la seconda sigaretta del giorno. Di colpo, dal nulla, appare: un ragazzino, forse tredici anni, di origine mediorientale, i capelli neri spumosi fuori dalle mode nel tentativo sbagliato adolescenziale di essere dentro la moda e quindi il tempo (i capelli sono: comportamenti), esilissimo efebo brutto, con l’accenno di baffo puberale, la peluria che si accompagna al dolore sordo del capezzolo gonfiato nelle ghiandole dagli ormoni, i vestiti da mercato rionale che scimmiottano la moda e il tempo, l’enorme cartella per fogli bristol e squadre dell’educazione tecnica, un cellulare povero nella mano, meno rimbecillimento di quello alla moda nello sguardo infisso dentro il touch e, nell’altra mano, eccola, esile e letale, scandalosa: una sigaretta. Questo ragazzino fuma non sapendo fumare. Non è un gesto consumato, dunque prevedibilmente non è un gesto che consuma. E’ come se un celenterato disarmonico e sproporzionato si desse al volo aereo, essendo per natura submarino. La gestualità è tutto, nel tochscreen della realtà, questo dispositivo che consuma. La consunzione è lo screen del touch: così pare. E’ indecente che un dodicenne fumi. La parresia muta del piccolo d’uomo che cammina sgraziato, un passo dietro di me che l’ho superato, in direzione bar Picchio: cosa pretende di protestare, quindi di esibire, questo discendente dell’Atlante o di un Libano pre-Gemayel? La sua piccola rivoluzione edipica fa schifo? Fa tenerezza? Come è possibile che gli adolescenti espongano un corpo simile a quello di Lazzaro risorto male? Vorrei fermarlo, fargli la paternale, organizzare una controprotesta, esibire contro la sua esibizione, protestare contro la sua protesta. Questa mia reazione è identica al consumo di una sigaretta: com’è intensa? Come lo puoi apprezzare, questo momento che ti giustifica, scribacchino Giuseppe Genna! Eccolo un ruolo: a portata di mano: puoi agire da padre illegittimo. Sono un padre illegittimo: posso fare il padre quando voglio, senza assumermi in toto le responsabilità del padre. Grazie, o figlio illegittimo, perché sei una giustificazione contro il vacuo. A volte sono vasto, a volte sono vacuo. Ierinotte leggevo, e non guardavo, Mark Rothko, protestavo tra me e me contro la mia ignoranza in materia di espressionismo astratto, se anche avessi voluto guardare Rothko, davvero non potevo farlo, avevo a disposizione fotografie a stampa delle sue opere, il contrario di ciò che Rothko auspicava e che io stesso auspico. In tutto ciò, davanti a Rothko, ero un figlio illegittimo: questo ruolo non mi pacifica. Ero nel letto, avrei voluto fumare, ma la fatica di alzarsi, di vestirsi, di esorbitare di una sigaretta il numero di quelle consentite prima dell’estinzione del vizio: mi dissuadeva.Percepivo le folate del sonno, questa sabbia di essere in cui sprofondo, questa gola che emette un urlo silenzioso, sempre… Quel ragazzino magrebino, così fragile e inerme alle mie spalle, così spaventevole e spaventabile, appoggiava il filtro alle labbra carnose e malcerte, quasi a succhiare il fumo azzurrino, con una grazia femminile nel polso, che insospettiva: il padre illegittimo desidera sempre fottere il figlio illegittimo? Quale padre sarebbe legittimo? Quale figlio? Mi ricordo alla sua età, magro come lui, brunito come lui, con i capelli spumosi come lui e all’incirca i medesimi vestiti da mercato rionale addosso, terza media, piazzale Martini, mattina presto, quella luce da crepuscolo ombroso all’alba, la sigaretta esilissima Kim tra le labbra carnose, lo sguardo buio di un adulto addosso: io, il riprovevole, il protestante protestato. Ero io. Ero all’inizio. Quindi ho desistito. Da cosa ho desistito?
Io vivo così, questo.

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