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L’Italia è una Repubblica democratica, fondata su Stefano Cucchi.

Se esiste un momento centrale della vita italiana in questo tempo, e non lo ripeto solo oggi, è la morte di Stefano Cucchi. Proverò a dirla così: dopo Alfredino Rampi, c’è Stefano Cucchi. E’ l’immarcescibilità del marcio, quanto apparati dello Stato (che sono poi persone e non semplici apparati) comminano all’intero comparto nazionale, massacrando infinitamente Stefano Cucchi e noi con lui: noi che stiamo assistendo alla crocifissione, senza avere urlato di liberare Barabba. Noi non siamo colpevoli, se non di essere italiani. Come scrive Andrea Gentile, in una potente lettera pubblicata oggi sul Corriere a proposito di giovani e potere, “l’Italia è una forma pericolosa”. Quel pericolo ha molte forme, ma non è nemmeno un pericolo: è una certezza. La vicenda giudiziaria, quintessenzialmente giudiziaria, che alcuni hanno avuto il buongusto di denominare “l’affaire Cucchi”, è la storia di un massacro protratto: fisico, spirituale, sociale. Tutto è avvenuto in un istante che, come per nel caso del dopobomba, deflagra nel tempo, non smette di esplodere. Le onde gravitazionali che ci attraversano provengono da un evento centrale, sono esse stesse quell’evento centrale, dialatatosi nello spazio che è tempo. Così, per Stefano Cucchi. Di cui la nuova perizia (scritta da uno che si chiama Introna, il che prestabilisce la validità della scienza linguistica) si viene a sapere oggi che asserisce come la causa di morte più probabile sarebbe un attacco epilettico. Ora, per negare la carne e il corpo bisogna metterci tutto l’impegno, la malafede e l’italianità di cui è capace questa gente devastatante in quanto devastata, che annovera poliziotti angoscianti che in questa palude si fanno belli al mare, coi muscoli fascisti a provocare il riverbero del dolore, e guai se Ilaria Cucchi si mette a fare casino perché abbia giustizia suo fratello e non subiscano ingiustizie i fratelli a venire di suo fratello. La vergogna non solo non sopravvive a questo esercito delle scimmie: non è mai stata percepita, non si è fatta viva. In un libro che scrissi qualche anno fa, “Fine Impero”, dedicai pagine alla descrizione del cadavere di Stefano Cucchi: stavo malissimo, guardavo quelle immagini e non ci credevo, provavo esattamente quanto avevo avvertito scrivendo un libro su Hitler – se ho scritto questo, così come scrissi di Alfredino, è perché ritengo che siamo in un pozzo artesiano, da guardare fino in fondo e verso la superficie: per essere, noi dobbiamo stare su quelle immagini di Stefano Cucchi. Sono la cultura che ci abbraccia tutti, ci contiene tutti.
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata su Stefano Cucchi.

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