Polaroid dal day after

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Credo si tratti della più devastante situazione parapolitica che mi sia trovato a vivere nella mia umile esistenza. Dico parapolitica perché, a conti fatti, è dall’inizio degli anni Ottanta che ciò che è stato detto politica risultava in effetti un processo di addormentamento della coscienza civile e del sentimento democratico. Si potrebbero scrivere trattati su tutto ciò, e in effetti menti brillanti si sono adoperate a scriverli. Lasciando tuttavia perdere lo schema generale, che mi pare quello di una senescenza irreversibile del processo democratico, e cioè di una crisi del sistema capitalistico a fronte di un salto di qualità di ciò che un tempo fu detto mercato e ora manifesta un volto che le suddette menti brillanti avevano pure previsto, rimango nel pittoresco, cioè nella fotografia di queste ventiquattro ore, in cui sembrerebbe che invece la coscienza civile si si erta nuovamente ad arbitra del proprio destino nazionale (un aggettivo che possiamo continuare a utilizzare, così come possiamo andare in bicicletta nell’era dei viaggi spaziali turistici garantiti da Bezos o dalla Virgin). La fotografia fotografa il fotografato ovunque: Massimo D’Alema, i capelli troppo gessei e l’inflessione nasale della parlata in falsetto e parodistica, non riesce nemmeno a ghignare, essendo egli stesso un ghigno umano, sempiternamente, è l’uomo che ha mandato gli aerei in Jugoslavia e parla ancora di sinistra; Renato Brunetta fibrilla come un cactus inaffiato di sostanze stupefacenti dal punto di vista della stupefazione; Matteo Salvini eloquia con una maschera non si sa se di schifo o di tronfiaggine, dice “noi vigileremo”; Mattarella è invisibile, essendo però negli occhi di tutti, è quello che è; Padoan è l’ultimo della schiera di quegli eterni equivoci per cui si scambia un paltò loden per un’incarnazione della saggezza, il suo volto è provato dalla forza di gravità, il suo inglese è encomiabile, il suo sguardo sembra essere immune dall’attonimento o dal privilegio, al contrario di Grasso, che manifesta una rusticana ambizione sotto forma di incredulità a risultare lì dove si trova e dove rischia di trovarsi; Franceschini è identico a Franceschini; Roberto Speranza, con la sua aria da pulcino inadatto alle cospirazioni, sfodera il suo sorriso più effervescente, qualcosa che sta a metà della smorfia di inermità di Troisi e l’armonia dei colpi di coda del girino nella pozza; qualunque 5Stelle è al di là, è wittgensteiniano, rappresenta il bordo finale del linguaggio, il limite del dicibile, oltre il quale c’è la notizia che la seconda forza parlamentare del Paese non ha un programma di governo e si appresta ad approvarselo on line, via social o blog; Cirino Pomicino twitta, perdona chi ha votato per la riforma costituzionale; chiunque è convinto che Renzi ha preso una tale botta, da imitare consequenzialmente Enrico Letta e scavarsi una nicchia in un buen retiro, il che credo non sia, ma magari mi sbaglio, come sempre; Meloni esoftalmica esulta, oramai qualunque primaria è qualunque elezione che è qualunque referendum; Ciwati torna a parlare, ma chissà se qualche telecamera lo vede; Pier Luigi Bersani, sostituito il giaguaro prima con la mucca e poi con il toro, ci regala un po’ di suspence per la prossima metafora, magari nuovamente zoologica, manca tutto il regno ittico e il rettile; i giornalisti sono felici della bacchettata che hanno tutti potuto dare al premier, con quelle faccine trattenute nel risolino da pezzi di merda fintamente primi della classe, solo perché disponevano degli exit poll con due ore di anticipo, allora tutti a redarguire il giovane avventato, l’uomo solo al comando, il ragazzino incicciottito colpito da ubris; Marco Travaglio appare scavato e nondimeno efficace nella ripetizione della tesi secca, in cui si infilano i nomi di Berlusconi e di Napolitano; i renziani della seconda ora si cacano addosso in un delirio diarroico che raramente si è visto; uno pensa “Gentiloni” e subito smette di pensare, è un aiuto per chi desiderasse intraprendere la meditazione buddista, davvero, ti si arresta la mente; vorrei ricordare Toti, Tosi, Zaia, Maroni, Emiliano, Fassina, Gasparri, insomma, i soliti, e vorrei che fermaste l’immagine dei loro volti in queste ore, nella vostra mente; e anche Farinetti, Oscar Farinetti, e Baricco, e tutta la sfilata alla Leopolda; un attimo di silenzio che arriva la nera signora; “Mario Monti”; “Giuliano Amato”; ecco, questi erano la nera signora. Io non dico che abbiate fatto male a bocciare la riforma della Costituzione, avete fatto quello che avete voluto fare, io non ho voluto fare niente, niente campagna, accigliato, meditando su quella che fu una comunità di animi e sentimenti e che si è ridotta a scegliere tra la cacca e la merda, nell’immediatezza più grottesca a cui mi sia stato dato sopravvivere. Non è stata la vittoria di un populismo o la sconfitta di una saccenza intraguardabile. E’ stata la polaroid dell’Italia sempre, oggi più che sempre, un fenomeno oscuro e miorilassante, una pletora di domestici a schiena tutt’altro che dritta, un illuminismo sì, ma del caos, una cifra che supera quella di googol o del massimo numero primo mai stabilito. I miei concittadini mi fanno vivere bene? No, se proprio devo dirlo e scegliere, questa è la risposta, un monosillabo ben più atrabiliare dei due tra cui si era chiamati a scegliere ieri, ma solo se si voleva essere chiamati: la risposta è: no.

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