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Leone di Lernia

c_2_fotogallery_3009415_1_imageE’ morto uno che conoscevo, perché, ogni volta che uscivo per andare a prendere un decaffeinato dai cinesi, lo incontravo, stazionario e ululante al chiosco di fiori dei giardinieri pugliesi sull’angolo: era Leone Di Lernia. Si tratta, come quasi chiunque sa o può venire a sapere, del re di certo trash, che in decine di trasmissioni radiofoniche e televisive aggiungeva al casino la sua voce a polipi esofagei, con le incrinature e gli stridii dialettali tranesi. Si piazzava sull’angolo tra Bligny e Ripamonti, la gente in macchina lo riconosceva e gli urlava in idioletti sempre più tarri e sempre meno locali, lui rispondeva, piegando la lingua di Lino Banfi a uno zero di Kelvin sonoro, barrendo e agitandosi, d’inverno con il suo cappotto colore cammello e la sciarpa indossata a mo di un “cuménda” anni Settanta, gli occhiali fumé, quell’epidermide pachidermica e corrotta dai capillari esplosi, quel bugnato della pelle arrossata e vizza, tipica di un alcolista o di un alpinista. Non starei a celebrare uno dei volti più noti di un’orrenda stagione italiana, quella degli Ottanta, in cui “i contenuti”, ovvero ciò su cui lavoro, iniziarono a essere deprezzati e il palato collettivo si riempiì di afte fatali, sicché il gusto e il canone storico e l’antropologia di leonedilernizzarono. Tuttavia ricordo un momento apicale fattomi vivere da questo non-cantante, non-cabarettista, un uomo di nessun talento, che incominciò a farsi vedere sugli sfondi delle dirette nelle interviste a calciatori nelle tv locali lombarde, prima di estrudere se stesso nel Paese intiero, emblematizzandone la morte culturale. Ordunque un’estate, al solito matta e disperatissima, ero solitario come sempre, abbandonato da me stesso e dagli altri, incapace di godermela e di migrare verso litoranei degni di essere vissuti rilassatamente. Calcavo ferocemente l’asfalto semisciolto della via in cui abito. C’era, aperto, soltanto un bar in Ripamonti. Lo avevano rilevato due calabresi, una coppia di mezza età, la consorte era giunonica e stava sempre seduta al tavolino, il marito sembrava un sosia di Francis Turatello messo a stagionare in un crogiuolo di margarine vegetali e pietre pomici, salvo cofanarsi la pettinatura, tingendola di un rosso brunito che non ha eguali in natura, pettinandosi i baffi con un rastrello da giardiniere e piazzandosi dietro al bancone da bar, per servirti un caffè con la velocità e la furbizia di un’iguana al sole. La coppia era fan di Berlusconi e si intendeva di interior design, avendo appeso, sul grande specchio mensolato con le bottiglie di Fernet, una pagina a quadretti strappata da un quadernone ad anelli, su cui si leggevano lettere maiuscole, pervicacemente e difficoltosamente incise nella carta: L’AMORE VINCE SU TUTTO. Alle mie spalle, mentre attendevo l’era in cui il decaffeinato sarebbe stato compresso nella macchina per il caffè, quindi tre ere precedenti a quando avrei potuto sorseggiare la bevanda eccitante, alle mie spalle si apre una scena inattesa: c’è una lectio magistralis di Leone Di Lernia. Sta insegnando ai fiorai e ad altri quattro avventori. Facendo il calcolo, ricordo che pensai che erano più presenze di quelle assise in una grande libreria ad ascoltare una scrittrice che avevo presentato il giorno prima. Leone Di Lernia sta monologando flogistico, acceso, rauco e giaculatorio, espressionista e performativo, una specie di incrocio tra Orlan e Stelarc e tutta Brindisi. Ecco cosa insegnava, mentre il mio decaffeinato attendeva il ciclo cosmico successivo, quando sarebbe entrato nella macchina: dice che lo sa lui che Michael Jackson, ai tempi ancora vivescente, gli spaghetti non gli piacevano, glieli faceva lui con le cime di rapa, usando quelle macchine della griglia a bordo piscina a Disneyland. La magione di Jacko si chiamava Neverland, ma lasciamo perdere. Allora Leone Di Lernia, che era stato invitato direttamente da Michael a Disneyland, gli fa sulla griglia gli spaghetti alle cime di rapa e il cantante greige li apprezza, se li scofana, “Tre piatti, se ne è scofanati!” dice Leone Di Lernia mostrando quattro dita, e allora sono diventati intimi e Michael Jackson lo ha invitato a scendere nello studio di registrazione, che stava “All’ottavo piano sotterraneo!”, e sono scesi e nell’ascensore è scoccato il momento fatale, poiché “E’ lì che Michael mi ha detto che era vero, lui aveva plagiato Al Bano, era una canzone perfetta per essere plagiata”, finché non si è arrivati all’ottavo piano inferiore, dove “C’era ‘sto studio grande come una piscina”, giusto per utilizzare una scala di grandezza comprensibile e abusata, e poi “Abbiamo duettato fino alla notte”, registrando tutto, per cui: “Adesso esistono delle registrazioni di Michael con me e devo vedere se dargli la liberatoria”. Gli alumni erano incantati. La leggenda umana che avevano di fronte non li deludeva, con la sua elefantiasi contenuta e l’emissione vocale da Vajont che crolla. Le “e” acute e strette si allargavano nell’usuale e caricaturale gnagnera dialettale. Rosso in volto, Leone Di Lernia osservò davanti a sé il beota che ero e mi disse: “Ciao!”. E’ morto di una malattia fulminante e mancherà, in qualche modo mancherà, all’angolo che giro, per rinnovare i miei decaffeinati, che i cinesi della nuova gestione eseguono con agile efficienza e minore surrealtà.

PS. Conoscevo Leone da 18 anni. Mi fermavo a parlare con lui della Juve, della quale gli fregava zero. Mancherà, non soltanto in un qualche modo, bensì specificamente, lì al semaforo, ad arrossare le gote agli altri con il barrito da Zoo di 105.

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