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Non nominare il suo nome invano: Tommaso Labranca

Avvertenza: i nove decimi delle parole che seguono sarebbero state depennate da chi è al centro di questo ragionamento su tempo e opera dell’uomo che viveva a Pantigliate

Al centro di tutto c’è la percezione: qualcuno percepisce, esiste una relazione che si dice percezione – e poi c’è il percepito. Il percepito è sempre vivo. Anche se è un oggetto, il percepito è vivo in quanto irradia. Lo fa culturalmente, perché le percezioni sono elaborate e, a loro volta, diventano oggetti viventi, un chiacchiericcio, un’immaterialità, un conscio o preconscio o subconscio o inconscio collettivo. E’, come annotava Don DeLillo in un racconto che fu edito a fine Novanta in lingua italiana all’interno di un’antologia avantpop, “la cultura che tutti ci abbraccia”.
All’interno della civiltà di massa, questa radiazione, questa radioattività dei cosiddetti oggetti dà l’estro di formulare un discorso dominante. Accadde con evidenza proprio nei Novanta italiani, quando qualcuno, di molto meritorio, compì una potente fenomenologia analitica e critica proprio su questa dominanza. Fu una spaccatura all’interno dei sistemi ricettivi e di tutta quella che potremmo chiamare “classe piacente”, poiché aveva l’agio di godere delle percezioni e degli oggetti, soprattutto quelli culturali. La parte più avanzata della “classe piacente” trovò che quella fenomenologia era una profezia o una liberazione. La cultura dell’io e del noi andava in soffitta, ossificata di colpo, pietrificata all’improvviso dallo sguardo di Medusa del fenomenologo, il quale disponeva pure di una lingua all’altezza dello sguardo e della Medusa. Un intero sistema invecchiò all’istante, come i volti dei saggi di una canzone di Enrico Ruggeri, a cui bisogna togliere la polvere di dosso.
Tuttavia esisteva una contraddizione, di cui il neointellettuale era puntualmente consapevole. La “classe piacente” andava misconosciuta essa stessa, poiché tendeva immediatamente a farsi pensiero elitario, ammorbante, unicamente ironico: non vero, non autentico, non radicale. Questo marxismo esterno a Marx, ma non estraneo alla sua coda di cometa, è la cifra di uno slancio utopico che si apriva nei giorni non memorabili del decennio più brutto che io abbia vissuto. Quel decennio non era brutto dal punto di vista estetico, sebbene offrisse à go go esempi di bruttezza quasi inenarrabili. Si trattava invece di un decennio brutto per bruttura morale, per assenza di conato veritativo.
Fatto sta che fu facile diagnosticare, all’occhio tanto attento e avvertito, che una mutazione collettiva interveniva, con inusitata velocità, appena era stata stilata, con pari fatica e brillantezza, una gigantesca critica sociale. Se prima era stato possibile identificare nella massa-antimassa la sostanza stessa che faceva piroettare grottescamente fenomeni e brand (per esempio, il successo di Adelphi, giusto per isolare un momento emblematico), si passava a una passività generalizzata, da parte della “classe piacente” e di chiunque non fosse sclerotizzato, in attesa del primo device sorprendente.
Si entrava nell’era digitale e la critica stessa non era più comoda come prima, poiché sfumava il percepito e andava a farsi benedire la percezione. Il che significa: chi era davvero il nemico e chi il popolo? Che cos’era, a questa altezza temporale (gli anni Zero), ciò che avevamo chiamato e criticato sotto il nome di “cultura”? Non bastava più la tassonomia. Gli autogrill impazzivano nel proporre i prodotti di massa, non sapevano più dove e come esporli. La noce di prosciutto pepato continuava a cambiare di sede. Ciò accadeva perché si passava di grado: dalla massa alla supermassa.
La supermassa non ha nemmeno i gusti di massa, perché non detiene le papille gustative, non ha alcun gusto. La supermassa ha trasceso tutto, perfino se stessa. Questa nebulosa confuse qualunque analista. E poi c’era ben altro, illusoriamente, a cui attenersi: la crisi dei mutui subprime, per esempio. In ballo c’erano le vite del popolo, non quelle dei nemici, sia chiaro. Intendo che non è che non funzionassero le tassonomie, si vedeva molto bene che le analisi del decennio precedente erano validissime: soltanto, a nessuno fotteva più assolutamente delle tassonomie, perlomeno in senso critico. Si entrava in un tempo in cui la critica veniva spodestata. Nessuna mediazione otteneva legittimazione. La questione stessa della legittimazione era scardinata, stuprata, svuotata e volatilizzata. Per esempio: la televisione continuava a esistere, ma in un moto browniano in cui la televisione stessa veniva trascesa. Lo schifo diventava netto. Tanto valeva darsi alla fiction, ma, nel giro di un paio di anni, neppure la fiction esisteva più.
In questo discrimine abbiamo vissuto vite miserabili? Eroiche? Paterne? Filiali? Occidentali? Abbiamo vissuto vite. Gli sguardi tuttavia sopravvivono alle vite, sono come uno shangai della Mikado, restano incrociati e sospesi come prospettive che entità di carne assumono e replicano.
Non nominerai il suo nome invano: sembra un precetto, una norma. Tuttavia è una norma particolare, poiché è subordinata a una norma precedente, che è quella che stabilisce il valore dell’avverbio “invano”. Su queste pagine si è vissuto l’estremo tentativo di stabilire cosa fosse “invano” oggi in Italia, non soltanto in Italia e forse non soltanto oggi.
Non ho nominato il suo nome invano.

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