Apocalisse con figure · blog · Hitler - romanzo

Da “Hitler”: il kaddish “Apocalisse con figure”

da “Hitler”

APOCALISSE CON FIGURE

(1941-1945)

Versione per lettura vocale

Porto a voi una preghiera diversa. Voi che siete gli innocenti dispersi. Gli innocenti concentrati in luoghi di non dicibile sterminazione, di ineffabile orrore. Voi che siete la nemesi della non-persona, che vi ha trascinati oltre fili spinati, per degradarvi, per disumanizzarvi con la scientezza di un boia colossale, che proviene da regioni esterne dell’universo. Voi sei milioni di nomi a cui si conduce un omaggio microscopico e inadatto: le parole di questo libro, le parole di tutti i libri. Voi i cui nomi, uno per uno, meriterebbero di abradere le parole che qui si stanno scrivendo, e di prenderne i posti e le vostre storie, e i volti che avete visto e le gioie che avete vissuto, e i dolori anche, anche le tragedie: sei milioni di nomi uno dietro l’altro, tornati individuabili, nel digesto finale della nostra storia.

Voi a cui porto una diversa preghiera. Con l’umiltà di chi dopo, grazie voi, è: ringraziando, rendendo la testimonianza impossibile. Oltre ogni possibilità, sempre, sia resa la testimonianza. Non la visione: la testimonianza.

Voi abbandonati inanimi in fosse dette comuni.

Non muti, continuate a parlare.

Parole vostre, e di chi riuscì a sopravvivere, compongano questo memoriale in azione.

La letteratura non redime, perché la letteratura ha creato lui, la non-persona che dispose il vostro genocidio. Lui, che letterariamente parlò alle folle invasate, inebriate, in ipnosi cieca e furiosa, desideravano quelle parole, e che in silenzioso segreto fece attuare per mani altrui, complici, lo sterminio.

E i bambini.

Voi tutti, nel separarvi dal corpo, ancora in forze od oramai disfatto in cencio d’ossa e organi minati, sotto i proiettili, nelle fiamme, nei gas inalati, non deposti ma rovesciati nella berciante fretta in buche di terra gelida a liquefarvi: un attimo prima di perdere coscienza, voi, i Santissimi, siete tornati bambini.

Bambini, siete qui e ora, nella sostanza cieca di una beatitudine senza corpo.

Conoscete tutto.

Quanto è difficile scrivere questo. Quanto sono state dure per lo scrittore le pagine precedenti, che conducevano a questo.

Vittime, voi, dell’impunità di una storia che continua, a cui si tenta di opporre arte e memoria, incluse queste parole, sapete che la letteratura non redime, le sentenze non redimono.

Infinitamente piccolo, di fronte voi, alti Santissimi, io invoco come nei tempi antichi la forza e la radiazione, come le Muse per chi mi precedette, affinché le mani scrivano quanto deve essere scritto in nome dei vostri nomi, della vostra Santità di separati, di esclusi da una non-persona.

Voi, fratelli maggiori invisibili, sostenete queste mani, questa mente.

Come in Geremia, alla fine del suo libro, incastonato nel Libro, io sono il re di Babilonia. Io sono il terminale dell’occidente che aveva segretamente in cuore la vostra morte, tutto l’occidente che l’ha preparata per secoli: io mi faccio carico di questo. Io sono, voi siete Evil-Merodàch, re di Babilonia. Geremia disse: “Ora, nell’anno trentasettesimo della deportazione di Ioiachìn re di Giuda, nel decimosecondo mese, il venticinque del mese, Evil-Merodàch re di Babilonia, nell’anno della sua ascesa al regno, fece grazia a Ioiachìn re di Giuda e lo fece uscire dalla prigione. Gli parlò con benevolenza e pose il seggio di lui al di sopra dei seggi dei re che si trovavano con lui a Babilonia. Gli cambiò le vesti da prigioniero e Ioiachìn mangiò sempre il cibo alla presenza di lui per tutti i giorni della sua vita. Il suo sostentamento, come sostentamento abituale, gli era fornito dal re di Babilonia ogni giorno, fino al giorno della sua morte, per tutto il tempo della sua vita”.

 

Tornando dal fronte russo, in arretramento tutte le divisioni della Wehrmacht, mentre l’Armata Rossa vomitava dalla Siberia inestinguibili riserve umane e i binari delle retrovie venivano fatti saltare in dodicimila punti da partigiani impavidi nel gelo sovietico – tornando a piedi con la sua divisione, il soldato tedesco W.R. sentì sotto la suola destra, a fiore di terra, scricchiolare e spaccarsi un osso. Si piegò, immerse le mani nel terriccio sfatto in fango, scostò la massa terrosa e vide il gomito slogato che si era spezzato al suo peso: sepolto. Chiamò gli altri commilitoni, e scavarono, per un’area che si estendeva oltre quanto riuscirono a scavare, e videro nel fango i capelli, la pelle conservata dal gelo trascorso degli inverni, e le ossa, e l’informe colliquame di migliaia di corpi che furono vivi, e videro i crani perforati da colpi a bruciapelo, lembi di pelle su cui le fiamme postume non avevano attecchito.

Erano alle porte della città di Dvinsk, arretrando in fuga verso il Baltico, lungo il fiume Daugava, sulla strada al ventiduesimo chilometro.

Il soldato chiese: “Siamo stati noi? Siamo stati noi a fare questo?”

 

Voce di Heinrich Himmler nel 1940, allocuzione alle divisioni di Einsatzgruppen, disse: “È molto più facile andare contro il fuoco nemico con una compagnia, anziché provvedere, con una compagnia, a schiacciare, in un determinato territorio, una popolazione recalcitrante di specie culturalmente inferiore, compiendo esecuzioni, deportando la gente, portando via donne urlanti e piangenti… Tutto questo dover fare, l’attività segreta, stare di guardia alla Weltanschauung, questo essere coerenti con se stessi, questo dovere ignorare ogni compromesso, in molti casi è molto, molto più difficile. […] Esiste una soluzione chiara e limpida del problema giudaico: fare sparire questo popolo dalla faccia della terra. Le SS si sono assunte questo onere, noi ci siamo caricati della responsabilità relativa. E ne porteremo il segreto nella tomba con noi”.

 

Bocca di Adolf Hitler, il labbro inferiore unto di saliva e di purea di coste e patate lesse sminuzzate, fatta fuoriuscire la forchetta ancora lorda di un filamento di costa unto, pronuncia: “La natura è feroce, e quindi possiamo esserlo anche noi. Se io spedisco il fiore dei tedeschi nella tempesta d’acciaio della guerra che si prepara, senza provare il minimo dispiacere per il prezioso sangue tedesco che verrà versato, non dovrei avere il diritto di togliere di mezzo milioni di individui di una razza inferiore, che si moltiplicano come insetti nocivi?”

 

Nero latte dell’alba noi ti beviamo la notte, noi ti beviamo al mattino come al meriggio ti beviamo, la sera noi beviamo e beviamo… Nella casa vive un uomo che gioca con le serpi, che scrive,

che scrive in Germania, quando abbuia i tuoi capelli d’oro Margarethe, i tuoi capelli di cenere Sulamith, noi scaviamo una tomba nell’aria, chi vi giace non sta stretto…

 

5 ottobre a Dubno, in Ucraina. L’ingegner H.F.G. testimonia: “Moennikes e io andammo direttamente alle fosse. Nessuno pensò di impedircelo. A questo punto udii provenire da dietro una collinetta di terra vari colpi di fucile in rapida successione. Le persone, scese dai camion, uomini donne e bambini di ogni età, su comando di un SS, che impugnava una frusta o uno scudiscio, dovettero spogliarsi e deporre i propri effetti in luoghi prestabiliti, le scarpe divise dagli abiti e dalla biancheria intima. Il mucchio delle calzature comprendeva, da quel che ho visto, da ottocento a mille paia, e c’erano grandi mucchi di biancheria e di abiti. I deportati si spogliavano senza pianti né grida, se ne stavano raccolti in gruppi per famiglia, baciandosi e dicendosi addio a vicenda, in attesa del cenno di un altro SS che era sceso nella fossa e impugnava del pari una frusta. Durante il quarto d’ora in cui sono rimasto accanto alle fosse, non ho udito nessun lamento o implorazione.

C’era per esempio una famiglia di forse otto persone… Un’anziana con i capelli candidi reggeva in braccio un bambino di forse un anno, canticchiandogli qualcosa e facendogli il solletico, e il bambino lanciava gridolini di piacere. Il padre e la madre guardavano la scena con gli occhi imperlati di lacrime; l’uomo teneva la mano di un ragazzino sui dodici anni, parlandogli a voce bassa, e il ragazzo faceva del suo meglio per inghiottire le lacrime. Il padre indicava con il dito il cielo, accarezzava la testa del figlio, sembrava spiegargli qualcosa. A questo punto, lo SS che si era calato nella fossa gridò qualcosa al suo camerata: questi isolò dal resto una ventina di persone e ingiunse loro di recarsi dietro la collinetta di terra. Tra queste si trovava la famiglia di cui ho testé parlato. Mi ricordo perfettamente di una ragazza sottile e coi capelli neri che, passandomi accanto, indicò con un cenno se stessa e disse: ‘Ventitré anni!’. Mi recai a mia volta dietro la collinetta di terra e mi trovai di fronte a un’enorme fossa; in questa le vittime giacevano fittamente ammucchiate l’una sull’altra, tanto che se ne vedevano soltanto le teste, e da tutte il sangue scorreva sulle spalle. Alcuni dei fucilati si muovevano ancora, certuni alzando le braccia e agitando il capo, per mostrare che erano ancora vivi… Volsi lo sguardo all’uomo che provvedeva alle esecuzioni, un SS che se ne stava seduto per terra, sul lato minore della fossa, con le gambe penzoloni in questa, un mitra di traverso sulle ginocchia, intento a fumare una sigaretta. I fucilandi, completamente nudi, scesero nella fossa per una rampa scavata nella parete di fango e, inciampando nelle teste dei caduti, raggiunsero il punto indicato loro dalle SS. Si disposero davanti ai morti o feriti, alcuni di loro facendo una carezza a quelli che erano ancora vivi e dicendo sottovoce qualcosa. A questo punto risuonò una scarica di mitra. Guardai nella fossa e vidi che alcuni dei corpi erano ancora agitati dalle contrazioni agoniche oppure erano già immobili. Dalle nuche ruscellava il sangue”.

 

Distruzione del carnaio di Kiev: “Ho assistito alla cremazione dei cadaveri di una fossa comune presso Kiev, durante la mia visita del mese di agosto 1942. La tomba aveva cinquantacinque metri di lunghezza, tre di larghezza e due e mezzo di profondità. Aperta la fossa, i corpi furono coperti di combustibile e dati alle fiamme. Per la cremazione occorsero quasi due giorni. Io avevo cura di sorvegliare che tutta la fossa fosse percorsa dal fuoco vivo fino in fondo. Così tutte le tracce furono cancellate…”

 

È certo che la decisione circa la soluzione finale, quale che sia il momento in cui venne formulata, non aveva nulla a che fare con l’aggravarsi della situazione sui fronti. I massacri erano coerenti con l’insieme del pensiero hitleriano e, a partire da tali premesse, addirittura inevitabili. Per Hitler il giudaismo, come più volte aveva dichiarato e scritto, era il vero agente infettivo della grande malattia mondiale. Quindi, secondo una concezione apocalittica, si trattava di sradicarlo dalla sostanza biologica.

 

Dicembre 1941. Kulmhof, nome tedesco per il polacco Chelmno. Castello di R.

Dalle stanze del castello vengono fatti discendere sei disabili mentali: le loro fisionomie contorte, le sopracciglia folte, gli sguardi bui, interrogativi senza interrogazione, la donna grassa in camicia da notte a piedi nudi. Scendono la scalinata. Di fronte al portale principale è il camion. È a tenuta stagna: un convoglio metallico. Non è evidente, verso l’angolo destro della pancia del camion, a poca distanza dall’albero a camme, il foro da cui penetra il freddo all’interno del container.

Piccola scaletta per fare salire, difficoltosamente, all’interno i disabili, che si muovono a scatti disarticolati, uno cade dalla scaletta e si ferisce in fronte e piange come un bambino.

Chiusura delle porte.

All’autista è stata somministrata una generosa dose di vodka.

I disabili, all’interno di quella cella su quattro ruote, metallica e spoglia, hanno freddo e paura, si agitano, è buio, battono coi pugni le pareti metalliche.

Viene connesso un tubo tra lo scarico del camion e il foro aperto sul pavimento del container: SS serrano i manicotti.

Ordine di accendere il motore.

Ordine di sistemare in folle la marcia.

Ordine di accelerare per emettere maggiormente gas di scarico.

Ordine di ingranare la prima, la seconda marcia, di girare in tondo.

Attesa.

Apertura della camera stagna del container: totalmente satura di gas.

A terra, morti per asfissia, i sei malati mentali, l’esoftalmo che impressiona, il colorito epidermico cianotico.

Ha funzionato. È il modello. Parte da qui.

 

I vostri nati torcano i visi da voi

 

Dal diario dell’ideologo nazista Alfred Rosenberg: “31 marzo 1941. Discorso del Führer a cerchia ristretta. ‘Compiti speciali’ a Himmler, per la soluzione del problema giudaico.

2 aprile 1941. Convocato dal Führer. Quello che oggi ho saputo non lo voglio scrivere ma mai lo dimenticherò”.

 

Il 17 marzo 1942 il lager di Belzec intraprese la propria attività, mediante l’utilizzo di gas asfissianti, con una “capacità di sterminio” giornaliera di quindicimila persone.

 

Che cosa ha provato la prima volta che ha scaricato i cadaveri, quando si sono aperti gli sportelli del suo primo camion a gas?

“Che cosa poteva fare? Piangeva… Il terzo giorno ha visto sua moglie e i suoi figli. Ha deposto sua moglie nella fossa e ha chiesto di essere ucciso. I tedeschi gli hanno detto che aveva ancora la forza di lavorare e che non lo avrebbero ucciso per il momento”.

Faceva molto freddo?

“Era l’inverno del 1942, all’inizio di gennaio”.

In quell’epoca non si bruciavano i cadaveri, semplicemente li si sotterrava?

“Sì, li sotterravano e ogni fila era ricoperta di terra, non li bruciavano ancora. C’erano circa qquattro o cinque piani, e le fosse erano a forma di imbuto. Gettavano i cadaveri in quelle fosse, dovevano disporli come aringhe, uno per la testa, uno per i piedi”.

 

Nero latte dell’alba noi ti beviamo la notte, noi ti beviamo al meriggio come al mattino, ti beviamo la sera, noi beviamo e beviamo, nella casa vive un uomo, i tuoi capelli d’oro Margarethe, i tuoi capelli di cenere Sulamith, egli gioca con le serpi… Egli grida: suonate più dolce, la morte, la morte è un Mastro di Germania, grida: cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell’aria, così avrete nelle nubi una tomba, chi vi giace non sta stretto

 

“Varsavia, 28 aprile 1943.

Io, Yossl, figlio di Dovid Rakover di Tarnopol, discepolo del rebbe di Ger e discendente dei giusti, dotti e santi delle famiglie Rakover e Meisls, scrivo queste righe mentre le case del ghetto di Varsavia sono in fiamme, e quella in cui mi trovo è una delle ultime che ancora bruciano.

[…] Il fuoco concentrico sbriciola e distrugge velocemente i muri intorno a me.

[…] Dai raggi di sole acuminati come lance, rosseggianti, che penetrano attraverso la piccola finestra mezzo murata della mia stanza, dalla quale abbiamo sparato al nemico per giorni e notti, capisco che ormai deve essere sera, poco prima del tramonto.

[…] In un bosco dove mi ero nascosto, incontrai di notte un cane, malato, affamato, forse anche impazzito. Entrambi sentimmo subito la comunanza, se pure non la somiglianza della nostra condizione. Si appoggiò a me, affondò la testa nel mio grembo e mi leccò le mani. Non so se ho mai pianto come quella notte: mi gettai al suo collo e scoppiai in singhiozzi come un bimbo.

[…] Il giorno ci consegnava ai nostri persecutori.

[…] In quell’eccidio venuto dall’aria morirono mia moglie e il piccino di sette mesi che teneva in braccio; altri due dei cinque figli che mi rimanevano sparirono quel giorno senza lasciare traccia. Si chiamavano Dovid e Yehudah, uno di quattro anni, l’altro di sei.

[…] Gli altri miei tre figli morirono nel giro di un anno nel ghetto di Varsavia. Rohele, la mia figlioletta di dieci anni, aveva sentito dire che nei bidoni dell’immondizia, al di là del muro del ghetto, si potevano trovare pezzi di pane.

[…] Ora è giunto il mio momento e come Giobbe posso dire di me, e non sono il solo a poterlo dire, che torno nudo alla terra, nudo come nel giorno della mia nascita.

[…] Non posso dire, dopo avere assistito a tanto, che il mio rapporto con Dio non sia cambiato, ma posso affermare con assoluta certezza che la mia fede in lui non è mutata assolutamente.

[…] Ora quello che ho con Dio è il rapporto con uno che anche a me deve qualcosa, che mi deve molto.

[…] Credo nel Dio d’Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in lui. Credo nelle sue leggi, anche se non posso giustificare i suoi atti. Il mio rapporto con lui non è quello di uno schiavo verso il suo padrone, ma di un discepolo verso il suo maestro.

[…] Perciò concedimi, Dio, prima di morire, ora che in me non è traccia di paura alcuna e la mia condizione è di assoluta calma interiore e sicurezza, di chiederTi ragione, per l’ultima volta nella vita: Che cosa ancora, sì, che cosa ancora deve accadere perché Tu mostri nuovamente il Tuo volto al mondo?

[…] Queste sono le mie ultime parole per Te, mio Dio colmo d’ira: Non Ti servirà a nulla! Hai fatto di tutto perché non avessi più fiducia in Te, perché non credessi più in Te, io invece muoio così come sono vissuto, pervaso da un’incrollabile fede in Te.

Sia lodato in eterno il Dio dei morti, il Dio della vendetta, della verità e della giustizia, che presto mostrerà di nuovo il suo volto al mondo e ne scuoterà le fondamenta con la sua voce onnipotente.

Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. Nella Tua mano, Signore, affido il mio spirito”.

 

“A volte i convogli erano treni di pochi vagoni, sigillati in metallo. Sul pavimento avevano gettato, per uno spessore di cinque o sei centimetri, calce viva”

 

L’Europa è un immenso occhio che serra la sua palpebra, stritolando carne ossa membrane ricordi. Questo trionfo a lungo atteso.

L’Europa dall’alto è una tavola d’alluminio, piatta, flessibile, con un buco al centro in corrispondenza di Berlino, un cerchio minimo e vuoto, da cui esce la voce di Adolph Hitler che dice, dopo averle scritte, le parole: “Il giudeo è una razza ma non un uomo”.

 

Sulla piattaforma dell’Europa si prescinda dai confini, la osserviamo come un vigile satellite dall’alto, la facciamo nostra con la vista monocola della mente. Prescindiamo dalle rotte militari degli aerei. Prescindiamo dalle divisioni armate, dai panzer, dagli schieramenti, dai fuochi di città secolari dove sinagoghe sono collassate per le fiamme azzurre delle insensate tarme umane, tedesche rumene italiane ucraine polacche bulgare baltiche. È un immenso tramonto baltico in cui vediamo svilupparsi le linee di un albero tristo, nero, rami minimi che si congiungono a rami principali e si snodano e percorrono, come linee di crepatura, l’immenso continente che fa quanto fa e non guarda. Queste linee sono binari, su quei binari i convogli, su quei convogli i deportati. A migliaia, centinaia di migliaia – milioni, infine. L’albero è senza apparente tronco: un insensato fiorire verso est di rami senza apparente coerenza. Il tronco esiste, è verticale, fatto di vuoto, sorge sotto il continente Europa, è fatto di aria, della voce di Adolph Hitler che risuona nel cavo di questo tronco, eco in andata e ritorno, voce astratta e metallica che dice e ripete, allontanandosi avvicinandosi: “Un popolo di razza pura, che sia consapevole della sua purezza, non sarà mai assoggettato dall’ebreo. Egli non potrà che essere il signore di popoli bastardi”.

Su quei convogli, io sono.

Oltre, la visione mentale si arresta. Un passo oltre il nome del campo di concentramento e sarebbe l’oscenità.

Istruzione per tutti gli scrittori: sia ammainata la finzione, la fantasia, oltre la linea che divide il territorio dal campo di sterminio. Chi non compie quest’opera di testimonianza cieca è osceno. Maledizione su di lui.

 

Umano tronco che sente pena. Tronchi che sentono pena.

 

Convoglio per Auschwitz-Birkenau, Polonia.

Convoglio di deportati: circa duemila, duemilacinquecento prigionieri per treno. Spesso leziosamente quanto anodinamente detti trasporti, composti da vagoni merci contenenti dalle ottanta alle centoventi persone. Convogli blindati, piccole fessure rettangolari verso il soffitto del vagone, da cui fare entrare l’aria. Penuria di ossigeno. Rari i rifocillamenti. Caldo soffocante. Viaggio compiuto in una media oscillante tra i dieci e i quindici giorni. Anziani morenti, deceduti durante il tragitto. Pianti di bambini assetati. Corpi degli anziani deceduti in rigor mortis, quindi in stato colliquativo. Assenza di luoghi deputati all’escrezione. Zaffi permanenti nel caldo afoso di urina quasi ammoniacale, gas dolciastri provenienti dai corpi morti caduti distesi e non toccati. Zaffo di merda. Tutti si spogliano per il caldo. I bambini assetati. Manca l’acqua, le lingue si appiccicano al palato. I bambini perdono muco e feci. Alcune donne in mestruo perdono sangue e tentano di nasconderlo mentre riga loro le cosce.

 

Io arrivo con gli abili, con i non-abili condannati a morte all’entrata del campo di sterminio, dove morirono più di un milione e centomila persone, Auschwitz-Birkenau: e non vedo più, nera una barriera mi impedisce la vista, una barriera oscura radiante, radiazione di male che preme le tempie e i padiglioni auricolari, non vedo, non è possibile descrivere.

 

Vi raggiungo con altra preghiera, Santissimi.

Innocenti: bambini, tutti.

 

Io sono sui convogli. Io annuso gli effluvi di materia organica, questo predisfacimento ottenuto con ostinata predeter-minazione.

Io tocco il progetto, Adolph Hitler.

Io, colmo di compassione, a distanza di cinquantatré anni dal momento in cui davvero questa carne che vedo si disfa e le costole incominciano il loro percorso di emersione e i lipidi bruciano e il letame, la diarrea, invade il pavimento del convoglio, e i bambini stridono.

Io sono su convogli che percorrono l’Europa, la cieca facitrice che, dopo questo ultimo, fatale, a danno di chi è altro, passo, non compie più un passo. Io ho visto le nazioni compiere non più un passo da questo momento in cui ravvedo un medico della Judenrampe ispezionare i denti all’anziana ungherese con la fascia stellata di giallo, la stella di David in panno lenci giallo.

Nessuno riconoscerà più l’altro. La crepa è aperta. La non-persona, sconfitta, si è garantita la vittoria postuma. Tutte le nazioni raccolgono silenziosamente la sua eredità, la nascondono in casseforti segrete, la praticano diluita, la emettono gassosa, atmosferica.

Uomo non sente più uomo.

 

E io vado per convogli. Le destinazioni accavallano nomi sconosciuti.

Arbeitsdorf, Germania.

Flossenbürg, Germania.

Westerbork, Olanda.

Bardufoss, Norvegia.

Kaunas, Lituania.

Mittelbau-Dora, Germania.

Natzweiler-Struthof, Francia.

Klooga, Estonia.

Oranienburg, Germania.

Buchenwald, Germania.

Herzogenbusch, Olanda.

Grini, Norvegia.

Kaufering/Landsberg, Germania.

Bełżec, Polonia.

L’viv, Ucraina.

Chełmno, Polonia.

Bergen-Belsen, Germania.

Mauthausen-Gusen, Austria.

Płaszów, Polonia.

Bolzano, Italia.

Riga-Kaiserwald, Lettonia.

Maly Trostenets, Bielorussia.

Risiera di San Sabba, Italia.

Sachsenhausen, Germania.

Bredtvet, Norvegia.

Stutthof, Polonia.

Majdanek, Polonia.

Breendonk, Belgio.

Neuengamme, Germania.

Theresienstadt, Repubblica Ceca.

Osthofen, Germania.

Breitenau, Germania.

Varsavia, Polonia.

Lager Sylt, Isola del Canale.

Falstad, Norvegia.

Gross-Rosen, Germania.

Hinzert, Germania.

Jasenovac, Croazia.

Langenstein Zwieberge, Germania.

Le Vernet, Francia.

Malchow, Germania.

Ravensbrück, Germania.

Sobibór, Polonia.

Niederhagen, Germania.

Treblinka, Polonia.

Dachau, Germania.

Vaivara, Estonia.

 

“È successo un pomeriggio, proprio mentre finivo di lavorare. Alla stazione regnava un silenzio irreale”.

 

“Le fosse erano troppo piene, la cloaca sgocciolava davanti al refettorio. C’era un odore nauseabondo… Davanti al refettorio… Davanti al loro baraccamento”.

 

“L’uomo urla, piange, mendica, si nasconde nelle grotte, si rannicchia nei fossati, fa di tutto per sfuggirgli: ma Jahvè è piantato come un pugnale nel suo cuore”.

 

Dal centro del buco vuoto Europa, dal centro di questo ciclone buio, la voce atona di Adolf Hitler urla le parole che ha scritto: “Se gli ebrei vivessero soli su questa terra, essi morirebbero soffocati dalla sporcizia e dalla sozzura, cercherebbero di eliminarsi, pieni d’odio, combattendosi il figlio contro il padre, il fratello contro il fratello”.

 

“Quando entravano nello spogliatoio, appariva loro un vero e proprio Centro Internazionale d’Informazione. Ai muri erano fissati dei ganci, ognuno dei quali portava un numero. Sotto, delle panche di legno perché la gente potesse spogliarsi ‘più comodamente’, come quelli dicevano. E sui numerosi pilastri di sostegno di quello spogliatoio sotterraneo, erano affissi degli slogan in tutte le lingue: ‘Sii pulito!’, ‘Morte ai pidocchi!’, ‘Làvati!’, ‘Verso la sala di disinfezione’. Tutte quelle scritte avevano l’unico scopo di attirare verso la camera a gas le persone già svestite. E sulla sinistra, perpendicolarmente, la camera a gas, munita di una porta massiccia.

Nei crematorii II e III, le cosiddette ‘SS addette alla disinfezione’ introducevano i cristalli di gas Zyklon dal soffitto, e nei crematorii IV e V da aperture laterali. Con cinque o sei cassette di gas uccidevano duemila persone. Gli ‘addetti alla disinfezione’ arrivavano in un veicolo segnato da una croce rossa e scortavano le colonne per fare loro credere che li accompagnavano al bagno. Ma in realtà la croce rossa non era che finzione: essa mascherava le cassette di Zyklon e i martelli per aprirle.

La morte per gas durava da dieci a quindici minuti.

Il momento più terribile era l’aertura della camera a gas, quella visione intollerabile: le persone, schiacciate come basalto, blocchi compatti di pietra.

Come crollavano fuori dalle camere a gas!

L’ho visto parecchie volte. Era la cosa più penosa di tutte. A questa non ci si abituava mai. Era impossibile.

Bisogna immaginare: il gas, quando incominciava ad agire, si propagava dal basso in alto. E nella lotta spaventosa che allora si scatenava – perché era una lotta – nelle camere a gas toglievano la luce, era buio, non ci si vedeva, e i più forti volevano sempre salire, salire più in alto. Certamente sentivano che più si saliva meno mancava l’aria, meglio si poteva respirare. Si scatenava una battaglia. E nello stesso tempo quasi tutti si precipitavano verso la porta. Era un fatto psicologico, la porta era lì… ci si avventavano, come per forzarla. Irreprimibile istinto in quella lotta contro la morte. Ed è per questo che i bambini e i più deboli, i vecchi, si trovavano sotto gli altri. E i più forti sopra. In quella lotta di morte, il padre non sapeva più che suo figlio era lì, sotto di lui.

E quando si aprivano le porte, cadevano… cadevano come un blocco di pietra… una valanga di grossi blocchi che cadono da un camion. E dove era stato versato lo Zyklon, era vuoto. Nel posto dei cristalli non c’era nessuno. Sì, tutto uno spazio vuoto. Evidentemente le vittime sentivano che in quel punto lo Zyklon agiva di più. Le persone erano… erano ferite, perché nel buio avveniva una mischia, si dibattevano, lottavano. Sporchi, insozzati, sanguinanti dalle orecchie, dal naso. Certe volte si notava pure che quelli che giacevano al suolo erano, a causa della pressione degli altri, totalmente irriconoscibili… Sì, vomito, sangue. Dalle orecchie, dal naso… Anche sangue mestruale forse, no, non forse, certamente. C’era di tutto in quella lotta per la vita… quella lotta di morte.

Era atroce da vedere. Era la cosa più difficile”.

 

Nero latte dell’alba noi ti beviamo

 

“Giacobbe aveva lasciato il campo benedetto e ferito. La ferità è la benedizione!”

 

“Due possibilità sono egualmente escluse: disperare del mondo a motivo di Auschwitz, abbandonando l’antica identificazione ebraica con l’umanità povera e perseguitata; ed abusare di tale identificazione come un mezzo per sfuggire al destino ebraico. È proprio a causa dell’unicità di Auschwitz, e nella sua particolarità ebraica, che un ebreo deve costituire un tutt’uno con l’umanità”.

 

Lei è stato a Belzec?

“Wirth con i suoi uomini… con Franz, con Oberhauser e Hackenhold, ha sperimentato tutto laggiù. Quei tre dovevano mettere personalmente i cadaveri nella fossa, affinché Wirth sapesse di quanto spazio aveva bisogno.”

 

“Orrore, orrore, uomo, togliti gli abiti”.

 

Copriti il capo di cenere, corri nelle strade e danza, còlto da follia.

 

Sono talmente prostrato, che la mia penna non può più scrivere.

Creatore dell’universo, vieni in mio, in nostro aiuto!

 

Descrizione di quattro delle sei fotografie conosciute scattate da detenuti in campi di sterminio:

– Da una finestrella aperta sull’esterno, obliqua per la posizione incerta dell’obbiettivo, dal nero dell’interno in cui la foto è stata cautamente scattata senza mirare con l’obbiettivo, gruppo di donne che si stanno spogliando all’esterno, sul nudo terreno. Dietro di loro, alte flessuose betulle e vasta porzione verticale di cielo.

Seguono tre immagini, riprese da una diversa angolatura: gli alberi sono più folti e più lontani sullo sfondo, i corpi dei cadaveri trasportati fuori della camera a gas vengono fatti bruciare da alcuni SS. Spesso fumo chiaroscuro dall’ammasso di corpi sul terreno corrugato.

Fotografie scattate da un membro non identificato della resistenza polacca ad Auschwitz. Prigioniere fatte spogliare prima di essere condotte alle camere a gas, agosto 1944. Questa serie di tre fotografie fa parte di una sequenza di quattro immagini realizzate da un gruppo di cinque detenuti. La fotocamera 6×6 fu introdotta nel campo o forse trovata fra i bagagli degli internati e fornita di uno spezzone di pellicola. Fu danneggiato un pezzo del tetto della camera a gas per dar modo a una squadra di operai di ripararlo: durante i lavori fu introdotto l’apparecchio nella camera a gas e nascosto in un secchio. Il fotografo scatta dall’interno della camera a gas attraverso la porta socchiusa e, non potendo mirare, lo fa con la mano tesa verso il basso. L’operazione dura in tutto 20 minuti, poi la fotocamera passa di mano in mano ed esce dal campo. Sopravvivono le quattro immagini descritte.

 

Fotografie ufficiali a migliaia al momento della liberazione.

Liberazione da cosa?

Come è possibile liberarsi da questo?

Meditazione sull’ultima domanda.

Sopravvissuti a migliaia che ripercorrono al contrario le crepe d’Europa che li hanno condotti ai terminali del progetto.

Volti escavati. Cumuli di cadaveri smagriti lasciati insepolti. Occhi sporgenti, clavicole sporgenti, zigomi sporgenti, òmeri sporgenti, anche sporgenti.

Sguardi incerti simili a certi animali in trappola.

Vivisezione conclusa. Niente può essere concluso, in questo caso.

Zyklon Europa.

Tu, Europa, compi attraverso la non-persona, il progetto covato da lungo tempo, discendi lo scivolo progettato e dimenticato, la fiamma che arde e consuma gli altri, che divide uomo da uomo.

Sforzo immane di ricucire la frattura tra uomo e uomo.

La mia disperazione di scrittore, impossibile con le parole suturare questa ferita, propagata, Europa, fino a oggi, agli anni che con i miei occhi fisici e i miei sensi intatti avverto l’estendersi della crepa, cerco la ricucitura e fallisce. La letteratura fallisce la redenzione della sua stessa colpa. La letteratura è all’origine dell’occidente e della colpa di questo sterminio, è dalla letteratura che prende vita la non-persona, e ciò perché non è stato compreso il Libro.

Europa distesa su catafalco e fotografata con flash da ovunque, in un enorme tempio che si crede ancora abitato dallo spirito, come il cadavere di Eugenio Pacelli che sibi nominem diede Pio XII e tacque dell’orrore europeo perpetrato sugli ebrei e su tutti i deportati: la sua salma, addobbata con i vestimenti rituali, mentre era esposta in San Pietro scivolò di qualche centimetro, si spaccò nel ventre, fuoriuscì liquido colliquativo, il volto smangiato e giallo e magrissimo del Papa cadavere e in San Pietro si allargò in effusione non l’incenso ma lo zaffo del corpo che è morto.

Tu cavalchi un toro morto, Europa, i capelli sfilacciati al vento, sono di stoppa, l’esoftalmo che piange muco, la parte destra del tuo corpo nudo piagata da lividi in cancrena, i linfonodi gonfi come grappoli di uva appassita e dura, a sinistra ponfi, tu lo cavalchi senza respiro, le sopracciglia estinte dal volto dilatato e pastoso, vacue l’iridi, tu cavalchi un toro putrefatto, che perde i polmoni dal ventre squarciato e corre per inerzia inesplicata. Le tue braccia fioriscono tumori, i tuoi denti anneriti. Fulminea trapassando ad arco per terre senza cielo, e decollando in immensa velocità, in accelerazione, con rumore di zoccoli e metallo in concrezione, punta lo sguardo bucefalo il toro oramai svuotato verso ciò che sta di fronte ed è un baratro d’aria, l’abisso orizzontale, la perfezione a cui hai sempre ambìto tu, Europa. Il cranio leso, in più punti le suture scollano lembo da lembo, dài ai fedeli del tuo corpo il tuo corpo, la malattia di un inverno perenne e un’estate senza gocce, aspra la sudorazione che a rivoli riga in acidi la tua pelle che fu alabastro. Oh!, la vicenda dei cuori, Europa, che estratti da umani costati hai passato con filo di ferro e trascini in fila al tuo trotto velocissimo, bissi immagini ripetute e non ti muovi pur accelerando, la fronte che mostra nello squarcio il luogo centrale della gemma strappata, l’osso frontale scheggiato, le unghie scollate, la spina calcanea che fora il callo al tallone, le anche fratturate e tu urli – stridii che uditi distanti captano per gioia o, di sollievo, sospiro. Tu cavalchi un toro irsuto, Europa, morto, di spine in metallo e di sarcomi accesi, le corna consumate dal vento e incrinate dal tempo, immensamente antica e dimentica di questo sei la vecchia, sei la paralitica, sei la terminale consunta, la crisalide non abitata dalla gemma del tempo strappata dalla fronte tua, e calpesti zoccolando nella tua corsa che finisce la piattaforma che ti sei creata di basalti umani, sei milioni di umani appiattiti in basalto, è per te ultimo sostegno, urlando senza voce, sabbia in gola ed è sabbia d’oro, oro che hai inghiottito, tu tutta piombo fatta, vene imbottite in iniezioni di argento, occhi placcati di stagno, capelli induriti in massa con flusso di nichel, lingua di uranii, caviglie in peltro, fatta tutta ferro su un pezzo informe di carne enorme che si staglia e si stacca correndo, verso dove?, aggrappata alle corna di oro decaduto a carbonio tu cavalchi verso lo choc frontale, Europa, l’epidermide di metallo duro e alcalino, toro in putrefazione, verso la sorda nera parete di vuoto che irradia, lì finisci nella tua ambìta perfezione, da tempo.

Noi, i mondani, gli attuali, trascinati, nella soglia di tale salto, noi non ci perdoniamo, noi domandiamo il vostro perdono, Santissimi bimbi.

 

Ha detto il Maestro Lanzmann: “Non capire fu la regola ferrea a cui mi attenni in tutti gli anni impiegati per elaborare e realizzare il film Shoah. Mi sono aggrappato a questo rifiuto di capire come all’unico atteggiamento possibile, etico e operativo al tempo stesso… ‘Hier ist kein warum’, ‘qui non c’è perché’: Primo Levi racconta che la regola di Auschwitz gli fu insegnata fino dal suo arrivo al campo da una guardia delle SS. ‘Non c’è perché’: questa legge vale anche per chi si assume la responsabilità di una simile trasmissione. Perché l’unica cosa che conta è l’atto di trasmissione, cioè nessun vero sapere preesiste alla trasmissione. La trasmissione è il vero sapere”.

 

Anime ovunque, fuoriuscite da quegli istanti, da quei giorni mesi anni, da quei luoghi che esulano e invadono, dai buchi neri spalancati per inghiottirvi, dal buco nero della non-persona: io tento di trasmettere la vostra preesistenza, la vostra attuale esistenza, la futura. Siete tra gli asfodeli, nelle metropolitane, siete nell’Ain-Soph senza forma decollate indentrandovi. Non siete in alcun paradiso, siete qui e ora, tra istante e istante, dove non è tempo, ma ciò che regge il tempo. Irradiate la sostanza bambina dell’appartenenza, della beanza che perdona.

Siete il legame.

Siete ciò che rende penultimo l’atto di scrittura, ultimo l’atto di trasmissione.

Siete oltre i numeri, oltre le forme, e i nomi.

Non è dimenticanza, la diversa preghiera che conduco scrivendo qui: è la ricordanza continua, la continua sapienza di essere dove voi siete, fuori dentro sopra sotto le mani che digitano nomi e forme, ritmi e massacri, orditi da mani che scrissero allo stesso modo.

Da questa scrittura prego Dio, che è Uno, non esca che pietà, riconoscimento che l’altro è l’umano.

Accolgo ogni male in me, lo storno dalla vostra memoria, Santissimi.

Uso la parola insufficiente, chiedo che da voi, o steli luminosi!, sia irradiata, chiedo in silenzio, dichiarando il silenzio per una simile parola.

Una parola – lo sapete:

un cadavere.

Laviamolo,

pettiniamolo,

volgiamo il suo occhio

verso il cielo.

 

Versione intergrale

 

 

 

 

 

Porto a voi una preghiera diversa. Voi che siete gli innocenti dispersi. Gli innocenti concentrati in luoghi di non dicibile sterminazione, di ineffabile orrore. Voi che siete la nemesi della non-persona, che vi ha trascinati oltre fili spinati, per degradarvi, per disumanizzarvi con la scientezza di un boia colossale, che proviene da regioni esterne dell’universo. Voi sei milioni di nomi a cui si conduce un omaggio microscopico e inadatto: le parole di questo libro, le parole di tutti i libri. Voi i cui nomi, uno per uno, meriterebbero di abradere le parole che qui si stanno scrivendo, e di prenderne i posti e le vostre storie, e i volti che avete visto e le gioie che avete vissuto, e i dolori anche, anche le tragedie: sei milioni di nomi uno dietro l’altro, tornati individuabili, nel digesto finale della nostra storia.

Voi a cui porto una diversa preghiera. Con l’umiltà di chi dopo, grazie voi, è: ringraziando, rendendo la testimonianza impossibile. Oltre ogni possibilità, sempre, sia resa la testimonianza. Non la visione: la testimonianza.

Voi abbandonati inanimi in fosse dette comuni.

Non muti, continuate a parlare.

Parole vostre, e di chi riuscì a sopravvivere, compongano questo memoriale in azione.

La letteratura non redime, perché la letteratura ha creato lui, la non-persona che dispose il vostro genocidio. Lui, che letterariamente parlò alle folle invasate, inebriate, in ipnosi cieca e furiosa, desideravano quelle parole, e che in silenzioso segreto fece attuare per mani altrui, complici, lo sterminio.

E i bambini.

Voi tutti, nel separarvi dal corpo, ancora in forze od oramai disfatto in cencio d’ossa e organi minati, sotto i proiettili, nelle fiamme, nei gas inalati, non deposti ma rovesciati nella berciante fretta in buche di terra gelida a liquefarvi: un attimo prima di perdere coscienza, voi, i Santissimi, siete tornati bambini.

Bambini, siete qui e ora, nella sostanza cieca di una beatitudine senza corpo.

Conoscete tutto.

Quanto è difficile scrivere questo. Quanto sono state dure per lo scrittore le pagine precedenti, che conducevano a questo.

Vittime, voi, dell’impunità di una storia che continua, a cui si tenta di opporre arte e memoria, incluse queste parole, sapete che la letteratura non redime, le sentenze non redimono.

Infinitamente piccolo, di fronte voi, alti Santissimi, io invoco come nei tempi antichi la forza e la radiazione, come le Muse per chi mi precedette, affinché le mani scrivano quanto deve essere scritto in nome dei vostri nomi, della vostra Santità di separati, di esclusi da una non-persona.

Voi, fratelli maggiori invisibili, sostenete queste mani, questa mente.

Come in Geremia, alla fine del suo libro, incastonato nel Libro, io sono il re di Babilonia. Io sono il terminale dell’occidente che aveva segretamente in cuore la vostra morte, tutto l’occidente che l’ha preparata per secoli: io mi faccio carico di questo. Io sono, voi siete Evil-Merodàch, re di Babilonia. Geremia disse: “Ora, nell’anno trentasettesimo della deportazione di Ioiachìn re di Giuda, nel decimosecondo mese, il venticinque del mese, Evil-Merodàch re di Babilonia, nell’anno della sua ascesa al regno, fece grazia a Ioiachìn re di Giuda e lo fece uscire dalla prigione. Gli parlò con benevolenza e pose il seggio di lui al di sopra dei seggi dei re che si trovavano con lui a Babilonia. Gli cambiò le vesti da prigioniero e Ioiachìn mangiò sempre il cibo alla presenza di lui per tutti i giorni della sua vita. Il suo sostentamento, come sostentamento abituale, gli era fornito dal re di Babilonia ogni giorno, fino al giorno della sua morte, per tutto il tempo della sua vita”.

 

Tornando dal fronte russo, in arretramento tutte le divisioni della Wehrmacht, mentre l’Armata Rossa vomitava dalla Siberia inestinguibili riserve umane e i binari delle retrovie venivano fatti saltare in dodicimila punti da partigiani impavidi nel gelo sovietico – tornando a piedi con la sua divisione, il soldato tedesco W.R. sentì sotto la suola destra, a fiore di terra, scricchiolare e spaccarsi un osso. Si piegò, immerse le mani nel terriccio sfatto in fango, scostò la massa terrosa e vide il gomito slogato che si era spezzato al suo peso: sepolto. Chiamò gli altri commilitoni, e scavarono, per un’area che si estendeva oltre quanto riuscirono a scavare, e videro nel fango i capelli, la pelle conservata dal gelo trascorso degli inverni, e le ossa, e l’informe colliquame di migliaia di corpi che furono vivi, e videro i crani perforati da colpi a bruciapelo, lembi di pelle su cui le fiamme postume non avevano attecchito.

Erano alle porte della città di Dvinsk, arretrando in fuga verso il Baltico, lungo il fiume Daugava, sulla strada al ventiduesimo chilometro.

Il soldato chiese: “Siamo stati noi? Siamo stati noi a fare questo?”

 

Heinrich Himmler nel 1940, in un’allocuzione alle divisioni di Einsatzgruppen disse: “È molto più facile andare contro il fuoco nemico con una compagnia, anziché provvedere, con una compagnia, a schiacciare, in un determinato territorio, una popolazione recalcitrante di specie culturalmente inferiore, compiendo esecuzioni, deportando la gente, portando via donne urlanti e piangenti… Tutto questo dover fare, l’attività segreta, stare di guardia alla Weltanschauung, questo essere coerenti con se stessi, questo dovere ignorare ogni compromesso, in molti casi è molto, molto più difficile. […] Esiste una soluzione chiara e limpida del problema giudaico: fare sparire questo popolo dalla faccia della terra. Le SS si sono assunte questo onere, noi ci siamo caricati della responsabilità relativa. E ne porteremo il segreto nella tomba con noi”.

 

La bocca di Adolf Hitler, il labbro inferiore unto di saliva e di purea di coste e patate lesse sminuzzate, fatta fuoriuscire la forchetta ancora lorda di un filamento di costa unto, pronuncia: “La natura è feroce, e quindi possiamo esserlo anche noi. Se io spedisco il fiore dei tedeschi nella tempesta d’acciaio della guerra che si prepara, senza provare il minimo dispiacere per il prezioso sangue tedesco che verrà versato, non dovrei avere il diritto di togliere di mezzo milioni di individui di una razza inferiore, che si moltiplicano come insetti nocivi?”

 

Rudolph Hess nel 1924 batte sui tasti della macchina da scrivere queste parole, che l’immobile atono vicino di stanza, nel carcere di Landsberg, gli sta dettando: “È deplorevole che nel corso della guerra non si siano sottoposti all’azione dei gas asfissianti dodici o quindicimila di questi corruttori ebraici del popolo”.

 

“Una settimana dopo che Hitler ebbe dato il via all’invasione dell’Unione Sovietica la Wehrmacht entrò nella nostra piccola città di Libau, detta Leipaja, sul Mar Baltico. Circa 9.000 ebrei vivevano a Libau prima della guerra su di una popolazione di 56.000 persone. Poco dopo la Wehrmacht arrivò la Gestapo sotto il comando del SS-Obersturmführer dottor Fritz Dietrich, del capo dell’SD Wolfgang Kigler, e di Erich Handke che sembrava incaricato di ogni cosa ma, principalmente, di risolvere la questione ebraica. Il primo eccidio di massa degli ebrei di Libau si svolse in un caldo giorno estivo, il 27 luglio 1941. Gli ebrei ricevettero l’ordine di riunirsi sulla Hauptwachplatz. Abituati a rispettare gli ordini, gli ebrei si presentarono. Sulla piazza venne ordinato loro di starsene sull’attenti. Molti vennero picchiati e vennero sottoposti ad un trattamento terribile da parte delle SS. Erich Handke indicava col suo comportamento la via della violenza agli altri. Prendeva a calci, urlando, schiaffeggiando ordinò a centinaia di ebrei di salire su camion che erano già pronti. Tra gli ebrei c’era un uomo dai capelli ormai grigi, il dottor Schwab un medico molto conosciuto. Handke lo uccise in modo brutale. Quest’assassinio ebbe come testimoni centinaia di ebrei che ancora stavano sull’attenti nella piazza. Il quel caldo giorno di luglio più di trecento ebrei vennero uccisi presso il faro, nelle vicinanze della spiaggia dove la gente andava a fare il bagno. Handke non si fermò qui. Era ovunque. Durante tutta la giornata appariva in ogni luogo. Aspettava quelli con il simbolo giallo, gli ebrei marchiati che marciavano per andare al lavoro, affaticati dalla loro opera di schiavi, affamati per non aver mangiato nulla e poi come un fulmine li attaccava. Quando era trascorso un giorno senza che avesse distrutto una vita umana ordinava a qualcuno degli schiavi ebrei di trovare qualche piccione e di portarglielo di corsa. Quando lo schiavo gli aveva portato i piccioni, li prendeva e schiacciava le loro teste mettendoli tra la porta del suo ufficio e lo stipite e sbattendola.

Nel 1942, un anno più tardi, c’erano soltanto 800 ebrei vivi. Venne creato un ghetto e gli ebrei vi furono rinchiusi il 1° luglio 1942. Il ghetto di Libau venne liquidato il 6 di ottobre, giorno dello Yom Kippur, e la gente venne inviata al campo di concentramento di Kaiserwald presso Riga e quando il loro numero si ridusse a meno di 500 vennero inviati al campo di concentramento di Stutthof presso Danzica”.

 

Nero latte dell’alba noi ti beviamo la notte, noi ti beviamo al mattino come al meriggio ti beviamo, la sera noi beviamo e beviamo… Nella casa vive un uomo che gioca con le serpi, che scrive,
che scrive in Germania, quando abbuia i tuoi capelli d’oro Margarethe, i tuoi capelli di cenere Sulamith, noi scaviamo una tomba nell’aria, chi vi giace non sta stretto…

 

“La mia opinione è che il male non è mai radicale, ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida, come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare a radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità… solo il bene ha profondità e può essere integrale”.

 

5 ottobre a Dubno, in Ucraina. L’ingegner H.F.G. testimonia: “Moennikes e io andammo direttamente alle fosse. Nessuno pensò di impedircelo. A questo punto udii provenire da dietro una collinetta di terra vari colpi di fucile in rapida successione. Le persone, scese dai camion, uomini donne e bambini di ogni età, su comando di un SS, che impugnava una frusta o uno scudiscio, dovettero spogliarsi e deporre i propri effetti in luoghi prestabiliti, le scarpe divise dagli abiti e dalla biancheria intima. Il mucchio delle calzature comprendeva, da quel che ho visto, da ottocento a mille paia, e c’erano grandi mucchi di biancheria e di abiti. I deportati si spogliavano senza pianti né grida, se ne stavano raccolti in gruppi per famiglia, baciandosi e dicendosi addio a vicenda, in attesa del cenno di un altro SS che era sceso nella fossa e impugnava del pari una frusta. Durante il quarto d’ora in cui sono rimasto accanto alle fosse, non ho udito nessun lamento o implorazione.

C’era per esempio una famiglia di forse otto persone… Un’anziana con i capelli candidi reggeva in braccio un bambino di forse un anno, canticchiandogli qualcosa e facendogli il solletico, e il bambino lanciava gridolini di piacere. Il padre e la madre guardavano la scena con gli occhi imperlati di lacrime; l’uomo teneva la mano di un ragazzino sui dodici anni, parlandogli a voce bassa, e il ragazzo faceva del suo meglio per inghiottire le lacrime. Il padre indicava con il dito il cielo, accarezzava la testa del figlio, sembrava spiegargli qualcosa. A questo punto, lo SS che si era calato nella fossa gridò qualcosa al suo camerata: questi isolò dal resto una ventina di persone e ingiunse loro di recarsi dietro la collinetta di terra. Tra queste si trovava la famiglia di cui ho testé parlato. Mi ricordo perfettamente di una ragazza sottile e coi capelli neri che, passandomi accanto, indicò con un cenno se stessa e disse: ‘Ventitré anni!’. Mi recai a mia volta dietro la collinetta di terra e mi trovai di fronte a un’enorme fossa; in questa le vittime giacevano fittamente ammucchiate l’una sull’altra, tanto che se ne vedevano soltanto le teste, e da tutte il sangue scorreva sulle spalle. Alcuni dei fucilati si muovevano ancora, certuni alzando le braccia e agitando il capo, per mostrare che erano ancora vivi… Volsi lo sguardo all’uomo che provvedeva alle esecuzioni, un SS che se ne stava seduto per terra, sul lato minore della fossa, con le gambe penzoloni in questa, un mitra di traverso sulle ginocchia, intento a fumare una sigaretta. I fucilandi, completamente nudi, scesero nella fossa per una rampa scavata nella parete di fango e, inciampando nelle teste dei caduti, raggiunsero il punto indicato loro dalle SS. Si disposero davanti ai morti o feriti, alcuni di loro facendo una carezza a quelli che erano ancora vivi e dicendo sottovoce qualcosa. A questo punto risuonò una scarica di mitra. Guardai nella fossa e vidi che alcuni dei corpi erano ancora agitati dalle contrazioni agoniche oppure erano già immobili. Dalle nuche ruscellava il sangue”.

 

“Quasi sempre il modo di procedere dei gruppi di sterminio era il seguente. Giunti in una località, si facevano indicare i notabili ebrei del posto e in particolare il rabbino, cui affidavano l’incarico di costituire un Consiglio ebraico. L’indomani, o qualche giorno dopo, il Consiglio ebraico veniva avvertito che la popolazione ebraica doveva essere registrata in vista di un trasferimento verso un “territorio ebraico” in via di costituzione in una regione dell’Ucraina o altrove. Il Consiglio era pertanto incaricato di convocare la popolazione che, nelle località di una certa importanza, veniva anche avvertita con manifesti.

Data la rapidità dell’operazione, l’ordine in genere era eseguito dagli abitanti, non ancora informati dei metodi tedeschi. (più tardi, durante la liquidazione degli ultimi ghetti della Russia Bianca o dei paesi baltici, le vittime furono raccolte con la forza, mediante indescrivibili cacce all’uomo). Gli ebrei venivano caricati su autocarri, talora su vagoni merci, e trasportati a qualche chilometro dalle città, verso un burrone o un fossato anticarro. Spogliati del loro denaro, degli oggetti di valore e spesso dei loro stessi abiti, uomini, donne e bambini venivano immediatamente fucilati sul posto. Questo era il procedimento che si seguiva generalmente. In particolare poi, ogni gruppo e ogni Kommando operava variazioni a suo gusto. Alcuni Kommando obbligavano le vittime a coricarsi a terra bocconi, e le finivano a colpi di pistola sparati a bruciapelo nella nuca. Altri facevano discendere gli ebrei nel fossato, i vivi sui cadaveri, in modo che questi si ammonticchiavano a formare una catasta che saliva grado a grado. Altri ancora ordinavano alle vittime di disporsi lungo il fossato e li fucilavano a raffiche successive; questo sistema era considerato ‘il più umano’ e ‘il più militare’. Dal momento in cui l’avviso veniva affisso al momento del supplizio qualche volta non trascorreva che qualche ora”.

 

Hitler decise, quando la guerra sul fronte russo cominciò a volgere al peggio per i tedeschi, di fare sparire le tracce dello sterminio tramite fucilazione delle comunità ebraiche, annientate in territorio russo. Poliakov descrive la storia del Kommando a ciò addetto.

“Questo Kommando noto sotto la designazione di Kommando 1005 non dipendeva da nessun gruppo, ma direttamente dalla sezione IV b del RSHA, cioè da Adolf Eichmann. La sua attività consisté nel vagare per l’immensa distesa delle terre russe alla ricerca dei luoghi in cui si trovavano le fosse comuni, nel dissotterrare i cadaveri, nell’innaffiarli di una miscela speciale e poi bruciarli.

Ecco, per esempio, attraverso le parole dello stesso Blobel, come avvenne la distruzione del carnaio di Kiev: ‘Ho assistito alla cremazione dei cadaveri di una fossa comune presso Kiev, durante la mia visita del mese di agosto 1942. La tomba aveva cinquantacinque metri di lunghezza, tre di larghezza e due e mezzo di profondità. Aperta la fossa, i corpi furono coperti di combustibile e dati alle fiamme. Per la cremazione occorsero quasi due giorni. Io avevo cura di sorvegliare che tutta la fossa fosse percorsa dal fuoco vivo fino in fondo. Così tutte le tracce furono cancellate…’”

 

È certo che la decisione circa la soluzione finale, quale che sia il momento in cui venne formulata, non aveva nulla a che fare con l’aggravarsi della situazione sui fronti. I massacri erano coerenti con l’insieme del pensiero hitleriano e, a partire da tali premesse, addirittura inevitabili. Per Hitler il giudaismo, come più volte aveva dichiarato e scritto, era il vero agente infettivo della grande malattia mondiale. Quindi, secondo una concezione apocalittica, si trattava di sradicarlo dalla sostanza biologica.

 

Dicembre 1941. Kulmhof, nome tedesco per il polacco Chelmno. Castello di R.

Dalle stanze del castello vengono fatti discendere sei disabili mentali: le loro fisionomie contorte, le sopracciglia folte, gli sguardi bui, interrogativi senza interrogazione, la donna grassa in camicia da notte a piedi nudi. Scendono la scalinata. Di fronte al portale principale è il camion. È a tenuta stagna: un convoglio metallico. Non è evidente, verso l’angolo destro della pancia del camion, a poca distanza dall’albero a camme, il foro da cui penetra il freddo all’interno del container.

Piccola scaletta per fare salire, difficoltosamente, all’interno i disabili, che si muovono a scatti disarticolati, uno cade dalla scaletta e si ferisce in fronte e piange come un bambino.

Chiusura delle porte.

All’autista è stata somministrata una generosa dose di vodka.

I disabili, all’interno di quella cella su quattro ruote, metallica e spoglia, hanno freddo e paura, si agitano, è buio, battono coi pugni le pareti metalliche.

Viene connesso un tubo tra lo scarico del camion e il foro aperto sul pavimento del container: SS serrano i manicotti.

Ordine di accendere il motore.

Ordine di sistemare in folle la marcia.

Ordine di accelerare per emettere maggiormente gas di scarico.

Ordine di ingranare la prima, la seconda marcia, di girare in tondo.

Attesa.

Apertura della camera stagna del container: totalmente satura di gas.

A terra, morti per asfissia, i sei malati mentali, l’esoftalmo che impressiona, il colorito epidermico cianotico.

Ha funzionato. È il modello. Parte da qui.

 

I vostri nati torcano i visi da voi

 

Dal diario dell’ideologo nazista Alfred Rosenberg: “31 marzo 1941. Discorso del Führer a cerchia ristretta. ‘Compiti speciali’ a Himmler, per la soluzione del problema giudaico.

2 aprile 1941. Convocato dal Führer. Quello che oggi ho saputo non lo voglio scrivere ma mai lo dimenticherò”.

 

Il 17 marzo 1942 il lager di Belzec intraprese la propria attività, mediante l’utilizzo di gas asfissianti, con una “capacità di sterminio” giornaliera di quindicimila persone.

 

Che cosa ha provato la prima volta che ha scaricato i cadaveri, quando si sono aperti gli sportelli del suo primo camion a gas?

“Che cosa poteva fare? Piangeva… Il terzo giorno ha visto sua moglie e i suoi figli. Ha deposto sua moglie nella fossa e ha chiesto di essere ucciso. I tedeschi gli hanno detto che aveva ancora la forza di lavorare e che non lo avrebbero ucciso per il momento”.

Faceva molto freddo?

“Era l’inverno del 1942, all’inizio di gennaio”.

In quell’epoca non si bruciavano i cadaveri, semplicemente li si sotterrava?

“Sì, li sotterravano e ogni fila era ricoperta di terra, non li bruciavano ancora. C’erano circa qquattro o cinque piani, e le fosse erano a forma di imbuto. Gettavano i cadaveri in quelle fosse, dovevano disporli come aringhe, uno per la testa, uno per i piedi”.

 

Nero latte dell’alba noi ti beviamo la notte, noi ti beviamo al meriggio come al mattino, ti beviamo la sera, noi beviamo e beviamo, nella casa vive un uomo, i tuoi capelli d’oro Margarethe, i tuoi capelli di cenere Sulamith, egli gioca con le serpi… Egli grida: suonate più dolce, la morte, la morte è un Mastro di Germania, grida: cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell’aria, così avrete nelle nubi una tomba, chi vi giace non sta stretto

 

Dall’inizio del 1940, i nazisti cominciarono a concentrare in Polonia oltre 3 milioni di ebrei nei ghetti sovraffollati in varie città polacche. Il più grande di questi, il ghetto di Varsavia, conteneva 380.000 persone in un’area densamente popolata nel centro della città. Migliaia di ebrei morirono di stenti o in conseguenza di epidemie prima che i nazisti cominciassero la massiccia deportazione degli ebrei del ghetto verso il campo di sterminio di Treblinka. Nei 52 giorni successivi al 12 settembre 1942, circa 300.000 residenti del ghetto furono deportati nei campi di sterminio e uccisi. I membri del ghetto pensarono che gli ebrei fossero veramente spediti in campi di lavoro, ma alla fine del 1942, fu chiaro che le deportazioni erano invece indirizzate ai campi di morte, e molti dei rimanenti 40.000-50.000 ebrei decisero di resistere. La battaglia finale si scatenò nel periodo del Pesach, la Pasqua ebraica, il 19 aprile 1943. I tedeschi cannoneggiarono tutte le case, incendiandole. Alla fine della battaglia, tra cumuli di pietre carbonizzate e ossa umane, sigillato con cura in una piccola bottiglia, venne rinvenuto il seguente testamento, scritto da un ebreo di nome Yossl Rakover, nelle ultime fatali ore del ghetto.

Esorcismo dello scrittore sul lettore: sia maledetto il lettore di queste pagine che, per qualunque motivo, non affronta la lettura delle parole santissime di Yossl Rakover.

 

“Varsavia, 28 aprile 1943.

Io, Yossl, figlio di Dovid Rakover di Tarnopol, discepolo del rebbe di Ger e discendente dei giusti, dotti e santi delle famiglie Rakover e Meisls, scrivo queste righe mentre le case del ghetto di Varsavia sono in fiamme, e quella in cui mi trovo è una delle ultime che ancora bruciano.

[…] Il fuoco concentrico sbriciola e distrugge velocemente i muri intorno a me.

[…] Dai raggi di sole acuminati come lance, rosseggianti, che penetrano attraverso la piccola finestra mezzo murata della mia stanza, dalla quale abbiamo sparato al nemico per giorni e notti, capisco che ormai deve essere sera, poco prima del tramonto.

[…] Qualcosa di strano è accaduto in noi. La morte rapida, istantanea ci appare come una salvezza, liberazione, rottura delle catene.

[…] In un bosco dove mi ero nascosto, incontrai di notte un cane, malato, affamato, forse anche impazzito. Entrambi sentimmo subito la comunanza, se pure non la somiglianza della nostra condizione. Si appoggiò a me, affondò la testa nel mio grembo e mi leccò le mani. Non so se ho mai pianto come quella notte: mi gettai al suo collo e scoppiai in singhiozzi come un bimbo.

[…] Milioni di persone nel vasto mondo, innamorate del giorno, del sole e della luce, non sanno affatto quanta oscurità e sventura ci abbia portato il sole.

[…] Il giorno ci consegnava ai nostri persecutori.

[…] In quell’eccidio venuto dall’aria morirono mia moglie e il piccino di sette mesi che teneva in braccio; altri due dei cinque figli che mi rimanevano sparirono quel giorno senza lasciare traccia. Si chiamavano Dovid e Yehudah, uno di quattro anni, l’altro di sei.

[…] Gli altri miei tre figli morirono nel giro di un anno nel ghetto di Varsavia. Rohele, la mia figlioletta di dieci anni, aveva sentito dire che nei bidoni dell’immondizia, al di là del muro del ghetto, si potevano trovare pezzi di pane.

[…] Ora è giunto il mio momento e come Giobbe posso dire di me, e non sono il solo a poterlo dire, che torno nudo alla terra, nudo come nel giorno della mia nascita.

[…] Ho vissuto con onestà e amato Dio con tutto il cuore. Un tempo egli benedisse la mia vita con la prosperità, ma la prosperità non mi rese superbo. Seguendo il consiglio del mio rebbe, rinunciai ai diritti di proprietà sul mio cospicuo patrimonio. La mia casa era aperta a ogni bisognoso. Servivo Dio con ardore e non gli chiedevo altro che il permesso di continuare a servirlo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.

Non posso dire, dopo avere assistito a tanto, che il mio rapporto con Dio non sia cambiato, ma posso affermare con assoluta certezza che la mia fede in lui non è mutata assolutamente.

[…] Ora quello che ho con Dio è il rapporto con uno che anche a me deve qualcosa, che mi deve molto.

[…] Credo di avere il diritto di esigere ciò che mi spetta. Io però non dico come Giobbe che Dio deve puntare il dito sul mio peccato per indicarmi il motivo di ciò che mi accade. Persone più dotte e migliori di me sono fermamente convinte che ora non si tratti più di un castigo per i peccati, ma che il mondo sia in una situazione affatto particolare: un periodo di occultamento del volto divino.

Dio ha nascosto il suo volto al mondo e così ha consegnato gli uomini ai loro istinti selvaggi.

Questo pensiero non mi è forse di grande conforto, ma poiché il destino del nostro popolo è stabilito in base a un calcolo non terreno, materiale, fisico, ma ultraterreno, spirituale, divino, chi crede deve considerare questi avvenimenti parte di un grande disegno di Dio, davanti al quale le tragedie umane hanno poca importanza. Ciò non significa tuttavia che gli animi devoti del mio popolo debbano accogliere il verdetto, e dire che Dio e il suo operato sono giusti. Dire che meritiamo i colpi che abbiamo ricevuto è una bestemmia, una profanazione del ‘Nome Ineffabile’ di ebreo, ed equivale in tutto e per tutto a profanare il Nome Ineffabile di Dio, perché denigrando se stessi si bestemmia Dio.

[…] ‘Non vi è cosa più intatta di un cuore spezzato’ ha detto una volta un grande rabbino. E non vi è popolo più eletto di uno sempre colpito.

[…] Credo nel Dio d’Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in lui. Credo nelle sue leggi, anche se non posso giustificare i suoi atti. Il mio rapporto con lui non è quello di uno schiavo verso il suo padrone, ma di un discepolo verso il suo maestro.

[…] Perciò concedimi, Dio, prima di morire, ora che in me non è traccia di paura alcuna e la mia condizione è di assoluta calma interiore e sicurezza, di chiederTi ragione, per l’ultima volta nella vita: Che cosa ancora, sì, che cosa ancora deve accadere perché Tu mostri nuovamente il Tuo volto al mondo?

[…] Proprio perché Tu sei così grande e io così piccolo, Ti chiedo, Ti avverto, nel Tuo stesso nome: Cessa di esaltare la Tua grandezza lasciando colpire gli innocenti!

[…] Tu, però, pronuncia una sentenza doppiamente severa su quanti tacciono dell’assassinio!

Su quanti condannano il massacro a parole, ma ne gioiscono in cuor loro.

Su quanti pensano nel loro cuore immondo: Il tiranno è crudele, bisogna riconoscerlo, ma ci fa un piccolo favore del quale gli saremo sempre riconoscenti.

[…] Queste sono le mie ultime parole per Te, mio Dio colmo d’ira: Non Ti servirà a nulla! Hai fatto di tutto perché non avessi più fiducia in Te, perché non credessi più in Te, io invece muoio così come sono vissuto, pervaso da un’incrollabile fede in Te.

Sia lodato in eterno il Dio dei morti, il Dio della vendetta, della verità e della giustizia, che presto mostrerà di nuovo il suo volto al mondo e ne scuoterà le fondamenta con la sua voce onnipotente.

Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. Nella Tua mano, Signore, affido il mio spirito”.

 

Raul Hilberg è il massimo studioso dell’Olocausto. Così, nell’intervista a Claude Lanzmann, nel santissimo libro Shoah, sintetizza la specificità dell’antisemitismo nazista.

Dunque le tre tappe furono: prima, la conversione, seguita dalla ghettizzazione…

“L’espulsione. E la terza fu la soluzione territoriale, quella che fu messa in opera nei territori sotto controllo tedesco, che esclude l’emigrazione: la morte, la soluzione finale. E la soluzione finale, vede, è davvero finale, poiché i convertiti possono sempre restare ebrei in segreto, gli espulsi possono ritornare un giorno, ma i morti non ricompariranno mai”.

E trattandosi dell’ultima fase furono veramente dei pionieri?

“Sì, la cosa era senza precedenti e totalmente nuova”.

E come si può dare un’idea di quella novità assoluta, poiché penso che anche per loro era una cosa nuova?

“Sì, era nuova ed è la ragione per la quale non si può trovare un solo documento, un piano specifico, un memorandum che dica nero su bianco: “D’ora in poi gli ebrei saranno uccisi”. Tutto si deduce da formule generali”.

Formule generali?

“Sì, il termine stesso di soluzione finale, totale o territoriale, permette al burocrate di ‘arguire’ partendo di qua. Non si può leggere certi documenti, perfino la lettera di Goering a Heydrich (estate 1941), che in due paragrafi lo incarica di procedere alla soluzione finale, ed esaminando quei testi pensare che tutto è chiarito, tutt’altro”.

Tutt’altro?

“Sì. Era un’autorizzazione a inventare, a iniziare qualcosa che fin qui non poteva essere espresso a parole”.

Ed era vero in tutti i campi?

“Assolutamente. A ogni fase dell’operazione si doveva inventare… in quanto ogni problema era senza precedenti: non soltanto come uccidere gli ebrei, ma che fare dei loro beni e come impedire al mondo di sapere”.

[…] Così, a Claude Lanzmann, ancora nel santissimo libro Shoah, Hilberg racconta la storia di uno dei treni che conduceva alla morte:

“Questa è la ‘tabella di marcia’ n.587, tipica dei treni speciali. Il numero le dà un’idea di quanto fossero numerosi. Sotto, Nur fur den dienstgebrauch (riservato all’uso interno), il che è molto in basso nella scala del segreto. E che su questo documento riguardante i treni della morte non ci sia – non solo su questo ma su nessuno – la parola Geheim (segreto) mi sorprende. Ma riflettendoci, il termine segreto avrebbe stimolato i destinatari a interrogarsi, a porre forse altre domande, avrebbe fermato la loro attenzione. Ora, la chiave di tutta un’operazione sul piano psicologico era non nominare mai ciò che era in corso di attuazione. Non dire niente. Fare le cose. Non descriverle. Per cui: riservato all’uso interno. E noti anche quanti sono a conoscenza di quel documento!
Bfe: stazioni. Su questa linea ne abbiamo… otto, e qui siamo a Malkinia che è naturalmente l’ultima stazione prima di Treblinka. Si hanno dunque otto destinatari per quella distanza relativamente breve, via Radom, fino al distretto di Varsavia, otto perché il treno passa per quelle otto stazioni e ciascuna di esse deve essere avvertita. Ma perché due foglietti se ne basta uno solo?

Troviamo dunque PKR, sigla che indica un treno della morte che corre verso la sua meta, ma anche il treno vuoto dopo l’arrivo a Treblinka che ora ne riparte. E lei sa che è vuoto grazie alla lettera L, Leer, che figura qui. E ora, il treno lascia un ghetto in corso di liquidazione diretto a Treblinka. Parte il 30 Settembre 1942 alle 4.18 – almeno secondo l’orario – e arriva a Treblinka il mattino seguente, alle 11.24. È un treno molto lungo, questo spiega la sua lentezza. Si legge: 50 G, 50 vagoni merci stipati di gente, un trasporto eccezionalmente pesante. Ora di arrivo: 11.24, è mattino, 15.59 ora di partenza. In quel lasso di tempo il treno deve essere scaricato, ripulito, e pronto a ripartire.
E la numerazione prosegue con il treno vuoto. Parte alle 4 del pomeriggio e si dirige verso un’altra cittadina, dove raccoglie delle vittime. E vede, sono le 3 del mattino quando riparte per Treblinka, che raggiunge l’indomani. Ma si direbbe che si tratti dello stesso treno. È lo stesso, ma sì lo stesso, soltanto il numero cambia ogni volta. Dunque ritorna a Treblinka. Un altro lungo percorso. Arriva poi riparte per altra destinazione. Stessa situazione, stesso viaggio. Nuova partenza per Treblinka e infine arrivo a Czestochowa il 29 settembre.

E il cerchio si chiude.

È ciò che si chiama una tabella di marcia.

E se fa il conto dei treni pieni…

Parliamo forse di 10.000 ebrei morti in quell’unica tabella di marcia. Ma il trasporto degli ebrei ai campi dello sterminio comportava delle spese. La Reichsbahn era pronta a trasportare qualsiasi carico contro pagamento. E quindi a spedire gli ebrei a Treblinka, Auschwitz, Sobibor, o altrove, purché la si pagasse un tanto a chilometro secondo i prezzi in vigore, tanti pfenning al chilometro.

Il sistema fu lo stesso per tutta la durata della guerra: metà tariffa per i minori di 10 anni, gratis per i minori di 4 anni. Si pagava solo l’andata. Solo per i guardiani era incluso il ritorno”.

Scusi, i bambini minori di 4 anni mandati nei campi di sterminio erano gassati gratuitamente?

“Sì il trasporto era gratuito. Inoltre l’ente pagante era quello che emetteva l’ordine dei treni – la Gestapo, i servizi di Eichmann – e poiché quell’ente aveva problemi di tesoreria, la Reichsbahn concesse delle tariffe di gruppo. Gli ebrei furono così trasportati a tariffa turistica. Questa si applicava a partire da un minimo di 400 persone: tariffa charter. Ma gli ebrei ne beneficiarono anche se erano meno di 400, di conseguenza a metà prezzo anche per gli adulti. Però se i vagoni erano insudiciati o danneggiati – il che non era raro – a causa dei lunghi percorsi e perché tra il 5 e il 10% dei prigionieri moriva in viaggio, veniva fatturato un supplemento per i danni. Ma in pratica, finché c’era pagamento c’era trasporto. A volte le SS ottenevano credito e i trasporti precedevano il pagamento. Poiché deve sapere, tutta l’operazione – per qualsiasi viaggio, di gruppo o individuale – era svolta da un’agenzia di viaggi. Era l’agenzia dei viaggi dell’Europa centrale che si occupava della fatturazione, della fornitura dei biglietti…”

Davvero, era la stessa agenzia?

“Ma certamente, l’agenzia di viaggi ufficiale! Spediva la gente alle camere a gas o i turisti alla loro villeggiatura preferita. Era lo stesso ufficio, lo stesso procedimento, la stessa fatturazione. E da dove provenivano i fondi per il trasporto degli ebrei? Questi provenivano dai patrimoni ebraici confiscati, utilizzati precisamente a questo scopo: si trattava di autofinanziamento. Le SS, o l’esercito, confiscavano i patrimoni ebraici e con i depositi bancari finanziavano i trasporti”.

Erano dunque gli stessi ebrei a pagare la propria morte!

“Esattamente. Non lo dimentichi mai: non c’era uno stanziamento di bilancio per la distruzione”.

 

“A volte i convogli erano treni di pochi vagoni, sigillati in metallo. Sul pavimento avevano gettato, per uno spessore di cinque o sei centimetri, calce viva”

 

L’Europa è un immenso occhio che serra la sua palpebra, stritolando carne ossa membrane ricordi. Questo trionfo a lungo atteso.

L’Europa dall’alto è una tavola d’alluminio, piatta, flessibile, con un buco al centro in corrispondenza di Berlino, un cerchio minimo e vuoto, da cui esce la voce di Adolph Hitler che dice, dopo averle scritte, le parole: “Il giudeo è una razza ma non un uomo”.

 

Sulla piattaforma dell’Europa si prescinda dai confini, la osserviamo come un vigile satellite dall’alto, la facciamo nostra con la vista monocola della mente. Prescindiamo dalle rotte militari degli aerei. Prescindiamo dalle divisioni armate, dai panzer, dagli schieramenti, dai fuochi di città secolari dove sinagoghe sono collassate per le fiamme azzurre delle insensate tarme umane, tedesche rumene italiane ucraine polacche bulgare baltiche. È un immenso tramonto baltico in cui vediamo svilupparsi le linee di un albero tristo, nero, rami minimi che si congiungono a rami principali e si snodano e percorrono, come linee di crepatura, l’immenso continente che fa quanto fa e non guarda. Queste linee sono binari, su quei binari i convogli, su quei convogli i deportati. A migliaia, centinaia di migliaia – milioni, infine. L’albero è senza apparente tronco: un insensato fiorire verso est di rami senza apparente coerenza. Il tronco esiste, è verticale, fatto di vuoto, sorge sotto il continente Europa, è fatto di aria, della voce di Adolph Hitler che risuona nel cavo di questo tronco, eco in andata e ritorno, voce astratta e metallica che dice e ripete, allontanandosi avvicinandosi: “Un popolo di razza pura, che sia consapevole della sua purezza, non sarà mai assoggettato dall’ebreo. Egli non potrà che essere il signore di popoli bastardi”.

Su quei convogli, io sono.

Oltre, la visione mentale si arresta. Un passo oltre il nome del campo di concentramento e sarebbe l’oscenità.

Istruzione per tutti gli scrittori: sia ammainata la finzione, la fantasia, oltre la linea che divide il territorio dal campo di sterminio. Chi non compie quest’opera di testimonianza cieca è osceno. Maledizione su di lui.

 

Umano tronco che sente pena. Tronchi che sentono pena.

 

Convoglio per Auschwitz-Birkenau, Polonia.

Convoglio di deportati: circa duemila, duemilacinquecento prigionieri per treno. Spesso leziosamente quanto anodinamente detti trasporti, composti da vagoni merci contenenti dalle ottanta alle centoventi persone. Convogli blindati, piccole fessure rettangolari verso il soffitto del vagone, da cui fare entrare l’aria. Penuria di ossigeno. Rari i rifocillamenti. Caldo soffocante. Viaggio compiuto in una media oscillante tra i dieci e i quindici giorni. Anziani morenti, deceduti durante il tragitto. Pianti di bambini assetati. Corpi degli anziani deceduti in rigor mortis, quindi in stato colliquativo. Assenza di luoghi deputati all’escrezione. Zaffi permanenti nel caldo afoso di urina quasi ammoniacale, gas dolciastri provenienti dai corpi morti caduti distesi e non toccati. Zaffo di merda. Tutti si spogliano per il caldo. I bambini assetati. Manca l’acqua, le lingue si appiccicano al palato. I bambini perdono muco e feci. Alcune donne in mestruo perdono sangue e tentano di nasconderlo mentre riga loro le cosce.

14 giugno 1940: data del primo arrivo di deportati al campo in Auschwitz.

Nel 1942, attivazione della Judenrampe. Prima, i treni sostavano sui binari nel pressi del lager principale di Auschwitz I – i grandi impianti di sterminio di Birkenau non erano ancora stati costruiti. Si ebbero anche casi di treni “scaricati” nella stazione della cittadina di Oświęcim a causa dell’eccessivo numero di convogli in arrivo.

I treni di deportati, a partire dal 1942 fino al maggio 1944, arrivarono ad una piccola banchina ferroviaria, nota come la rampa degli ebrei o, in tedesco, Judenrampe, a circa 800 metri dal campo di Aushwitz II-Birkenau, nei pressi dello scalo merci della stazione di Oświęcim. La maggior parte dei convogli di deportati italiani ebbero come ultima fermata proprio la Judenrampe, compreso il treno che trasportava Primo Levi che ha descritto la scena del suo arrivo notturno su «una vasta banchina illuminata dai riflettori» nel santissimo libro Se questo è un uomo. La Judenrampe fu luogo di arrivo e selezione di almeno 800.000 deportati da tutta Europa.

Nel maggio 1944, per semplificare le operazioni di sterminio dei numerosi convogli provenienti dall’Ungheria, la linea ferroviaria venne prolungata all’interno del campo di Birkenau fino ad una nuova banchina a tre binari chiamata Bahnrampe. La Bahnrampe venne utilizzata fino al novembre 1944.

Giunti a destinazione, i convogli sono rapidamente scaricati del loro carico umano ed avveniva la selezione. Da un lato, gli «abili al lavoro». Non superavano la selezione coloro da inviare direttamente alla morte. L’area veniva circondata da uomini delle SS armati e da altri internati che provvedono ad accostare rampe in legno alle porte dei vagoni per semplificare e velocizzare la discesa dei nuovi arrivati. Gli stessi internati – che avevano l’assoluto divieto, pena la morte, di parlare con i nuovi arrivati per evitare il panico negli stessi – provvedono a scaricare i treni in arrivo dei bagagli, che successivamente venivano portati presso il settore Kanada di Birkenau, dove si effettuava la cernita e l’imballaggio dei beni per il successivo invio in Germania.

Gli uomini venivano separati dalle donne e dai bambini, formano due distinte file. A questo punto personale medico delle SS decideva chi è “abile al lavoro”. Mediamente solo il 25% dei deportati ha possibilità di sopravvivere. Il restante 75% (donne, bambini, anziani, madri con figli) è inviato direttamente alle camere a gas. Le percentuali abili/gassati fluttuarono per il corso del conflitto, in base alle esigenze dell’industria bellica tedesca diretta da Albert Speer. Riportati casi di interi treni di deportati inviati direttamente alle camere a gas senza nessuna selezione, per causa del sovraffollamento del campo e del preventivato rapido arrivo di nuovi convogli, soprattutto durante lo sterminio degli ebrei ungheresi nel 1944. La selezione è operata esclusivamente da personale medico delle SS, uno o più dottori a turno operano «servizio alla rampa». Gli SS mantengono un comportamento gentile ed accondiscendente, al fine di mascherare le loro intenzioni e velocizzare le operazioni di scarico e selezione, infondendo falsa fiducia nei prigionieri appena giunti, allo stremo, stanchissimi, confusi dal lungo viaggio.

Separazione dei nuclei familiari. Pianti.

La selezione avviene assetati. La stanza è disadorna, l’uomo abile è in piedi, lo SS seduto dietro la spoglia scrivania, compila i moduli finali con grafia precisa. Acqua gocciola da un rubinetto sulla destra, alle spalle, nemmeno due metri dalla bocca riarsa, crepata dalle ulcere della disidratazione. Vestito. Nudo. Inviato alla disinfestazione.

Coloro considerati “non utili allo sforzo bellico” sono inviati senza attese in una delle quattro camere a gas mascherate da docce situate a Birkenau dove, in gruppi, i prigionieri vengono uccisi con gas letali (di solito Zyklon B). Un’altra camera a gas, la prima costruita, era presente anche ad Auschwitz I e fu operativa dal 15 agosto 1940 al luglio 1943, quando venne definitivamente abbandonata in favore delle più “efficienti” camere presenti a Birkenau.

Io arrivo con gli abili, con i non-abili condannati a morte all’entrata del campo di sterminio, dove morirono più di un milione e centomila persone, Auschwitz- Birkenau: e non vedo più, nera una barriera mi impedisce la vista, una barriera oscura radiante, radiazione di male che preme le tempie e i padiglioni auricolari, non vedo, non è possibile descrivere.

 

Vi raggiungo con altra preghiera, Santissimi.

Innocenti: bambini, tutti.

 

Io sono sui convogli. Io annuso gli effluvi di materia organica, questo predisfacimento ottenuto con ostinata predeterminazione.

Io tocco il progetto, Adolph Hitler.

Io, colmo di compassione, a distanza di cinquantatré anni dal momento in cui davvero questa carne che vedo si disfa e le costole incominciano il loro percorso di emersione e i lipidi bruciano e il letame, la diarrea, invade il pavimento del convoglio, e i bambini stridono.

Io sono su convogli che percorrono l’Europa, la cieca facitrice che, dopo questo ultimo, fatale, a danno di chi è altro, passo, non compie più un passo. Io ho visto le nazioni compiere non più un passo da questo momento in cui ravvedo un medico della Judenrampe ispezionare i denti all’anziana ungherese con la fascia stellata di giallo, la stella di David in panno lenci giallo.

Nessuno riconoscerà più l’altro. La crepa è aperta. La non-persona, sconfitta, si è garantita la vittoria postuma. Tutte le nazioni raccolgono silenziosamente la sua eredità, la nascondono in casseforti segrete, la praticano diluita, la emettono gassosa, atmosferica.

Uomo non sente più uomo.

 

E io vado per convogli. Le destinazioni accavallano nomi sconosciuti.

Arbeitsdorf, Germania.

Flossenbürg, Germania.

Westerbork, Olanda.

Bardufoss, Norvegia.

Kaunas, Lituania.

Mittelbau-Dora, Germania.

Natzweiler-Struthof, Francia.

Klooga, Estonia.

Oranienburg, Germania.

Buchenwald, Germania.

Herzogenbusch, Olanda.

Grini, Norvegia.

Kaufering/Landsberg, Germania.

Bełżec, Polonia.

L’viv, Ucraina.

Chełmno, Polonia.

Bergen-Belsen, Germania.

Mauthausen-Gusen, Austria.

Płaszów, Polonia.

Bolzano, Italia.

Riga-Kaiserwald, Lettonia.

Maly Trostenets, Bielorussia.

Risiera di San Sabba, Italia.

Sachsenhausen, Germania.

Bredtvet, Norvegia.

Stutthof, Polonia.

Majdanek, Polonia.

Breendonk, Belgio.

Neuengamme, Germania.

Theresienstadt, Repubblica Ceca.

Osthofen, Germania.

Breitenau, Germania.

Varsavia, Polonia.

Lager Sylt, Isola del Canale.

Falstad, Norvegia.

Gross-Rosen, Germania.

Hinzert, Germania.

Jasenovac, Croazia.

Langenstein Zwieberge, Germania.

Le Vernet, Francia.

Malchow, Germania.

Ravensbrück, Germania.

Sobibór, Polonia.

Niederhagen, Germania.

Treblinka, Polonia.

Dachau, Germania.

Vaivara, Estonia.

 

“È successo un pomeriggio, proprio mentre finivo di lavorare. Alla stazione regnava un silenzio irreale”.

 

“Le fosse erano troppo piene, la cloaca sgocciolava davanti al refettorio. C’era un odore nauseabondo… Davanti al refettorio… Davanti al loro baraccamento”.

 

“L’uomo urla, piange, mendica, si nasconde nelle grotte, si rannicchia nei fossati, fa di tutto per sfuggirgli: ma Jahvè è piantato come un pugnale nel suo cuore”.

 

Dal centro del buco vuoto Europa, dal centro di questo ciclone buio, la voce atona di Adolf Hitler urla le parole che ha scritto: “Se gli ebrei vivessero soli su questa terra, essi morirebbero soffocati dalla sporcizia e dalla sozzura, cercherebbero di eliminarsi, pieni d’odio, combattendosi il figlio contro il padre, il fratello contro il fratello”.

 

Filip Müller, superstite delle cinque liquidazioni del “Sonderkommando” di Auschwitz, rende questa testimonianza a Claude Lanzmann nel santissimo libro Shoah:

“Prima di ogni trattamento col gas le SS prendevano misure molto rigide. Il crematorio era circondato da un cordone di SS e i loro uomini occupavano in gran numero il cortile con cani e mitragliatrici. Sulla destra c’erano le scale che portavano allo spogliatoio sotterraneo. A Birkenau c’erano quattro crematorii, i crematorii II e III, IV e V. I crematorii II e III erano identici. Nei crematorii II e III lo spogliatoio e la camera a gas si trovavano nel sotterraneo. Un grande spogliatoio di circa 280 metri quadrati e una grande camera a gas dove si potevano gassare fino a tremila persone alla volta. I crematorii IV e V contenevano tre camere a gas: la loro capacità globale era fra le milleottocento e le duemila persone al massimo.

Le persone, mentre si avvicinavano al crematorio, vedevano tutto… quella violenza terribile, il terreno interamente circondato da SS in armi, i cani che abbaiavano, le mitragliatrici.

Tutti sospettavano… soprattutto gli ebrei polacchi. Erano certo animati da neri presentimenti… Ma nessuno di loro, nei suoi incubi peggiori, avrebbe potuto immaginare che fra tre o quattro ore sarebbe stato ridotto in cenere.

Quando entravano nello spogliatoio, appariva loro un vero e proprio Centro Internazionale d’Informazione. Ai muri erano fissati dei ganci, ognuno dei quali portava un numero. Sotto, delle panche di legno perché la gente potesse spogliarsi ‘più comodamente’, come quelli dicevano. E sui numerosi pilastri di sostegno di quello spogliatoio sotterraneo, erano affissi degli slogan in tutte le lingue: ‘Sii pulito!’, ‘Morte ai pidocchi!’, ‘Làvati!’, ‘Verso la sala di disinfezione’. Tutte quelle scritte avevano l’unico scopo di attirare verso la camera a gas le persone già svestite. E sulla sinistra, perpendicolarmente, la camera a gas, munita di una porta massiccia.

Nei crematorii II e III, le cosiddette ‘SS addette alla disinfezione’ introducevano i cristalli di gas Zyklon dal soffitto, e nei crematorii IV e V da aperture laterali. Con cinque o sei cassette di gas uccidevano duemila persone. Gli ‘addetti alla disinfezione’ arrivavano in un veicolo segnato da una croce rossa e scortavano le colonne per fare loro credere che li accompagnavano al bagno. Ma in realtà la croce rossa non era che finzione: essa mascherava le cassette di Zyklon e i martelli per aprirle.

La morte per gas durava da dieci a quindici minuti.

Il momento più terribile era l’aertura della camera a gas, quella visione intollerabile: le persone, schiacciate come basalto, blocchi compatti di pietra.

Come crollavano fuori dalle camere a gas!

L’ho visto parecchie volte. Era la cosa più penosa di tutte. A questa non ci si abituava mai. Era impossibile.

Bisogna immaginare: il gas, quando incominciava ad agire, si propagava dal basso in alto. E nella lotta spaventosa che allora si scatenava – perché era una lotta – nelle camere a gas toglievano la luce, era buio, non ci si vedeva, e i più forti volevano sempre salire, salire più in alto. Certamente sentivano che più si saliva meno mancava l’aria, meglio si poteva respirare. Si scatenava una battaglia. E nello stesso tempo quasi tutti si precipitavano verso la porta. Era un fatto psicologico, la porta era lì… ci si avventavano, come per forzarla. Irreprimibile istinto in quella lotta contro la morte. Ed è per questo che i bambini e i più deboli, i vecchi, si trovavano sotto gli altri. E i più forti sopra. In quella lotta di morte, il padre non sapeva più che suo figlio era lì, sotto di lui.

E quando si aprivano le porte, cadevano… cadevano come un blocco di pietra… una valanga di grossi blocchi che cadono da un camion. E dove era stato versato lo Zyklon, era vuoto. Nel posto dei cristalli non c’era nessuno. Sì, tutto uno spazio vuoto. Evidentemente le vittime sentivano che in quel punto lo Zyklon agiva di più. Le persone erano… erano ferite, perché nel buio avveniva una mischia, si dibattevano, lottavano. Sporchi, insozzati, sanguinanti dalle orecchie, dal naso. Certe volte si notava pure che quelli che giacevano al suolo erano, a causa della pressione degli altri, totalmente irriconoscibili… Sì, vomito, sangue. Dalle orecchie, dal naso… Anche sangue mestruale forse, no, non forse, certamente. C’era di tutto in quella lotta per la vita… quella lotta di morte.

Era atroce da vedere. Era la cosa più difficile”.

 

Nero latte dell’alba noi ti beviamo la notte, noi ti beviamo al meriggio, la morte è un Mastro di Germania, noi ti beviamo la sera come al mattino, noi beviamo e beviamo, la morte è un Mastro di Germania, il suo occhio è azzurro, egli ti coglie col piombo, ti coglie con mira precisa, nella casa vive un uomo, i tuoi capelli d’oro Margarethe, egli aizza i mastini su di noi, ci fa dono di una tomba nell’aria, egli gioca con le serpi e sogna la morte, è un Mastro di Germania

i tuoi capelli d’oro Margarethe

i tuoi capelli di cenere Sulamith

 

Heinrich Himmler, Posen, 6 ottobre 1943: “Veniamo alla domanda: cosa dobbiamo fare con le donne e i bambini? Ho deciso anche qui di trovare una soluzione chiara. Non ho presupposto di avere il diritto di sterminare gli uomini – in altre parole di ucciderli o farli uccidere – per poi avere dei vendicatori personificati in bambini che diventano adulti per i nostri figli e nipoti. La difficoltà deve essere risolta facendo in modo che questa razza sparisca dalla faccia della terra”.

 

Il bambino vivo messo nel ghiaccio, forato dagli aghi, nella vasca colma di ghiaccio, è una bambola blu che viene sollevata rigida e ha gli occhi bianchi. Prima di morire i sussulti facevano tintinnare le scaglie di ghiaccio. L’ago era entrato nel centro della pupilla, prima…

 

Il pesticida Zyklon B fu sviluppato originariamente negli anni Venti da Fritz Haber, ebreo tedesco che fu costretto a emigrare nel 1934, e venne usato nelle camere a gas nei campi di sterminio di Auschwitz e Majdanek.

Lo Zyklon B inizialmente venne impiegato nei campi di concentramento per operarazioni di spidocchiamento e controllo del tifo.

Fu sperimentato per la prima volta su seicento prigionieri di guerra russi e trecento ebrei il 3 settembre 1941, nel campo di Auschwitz I. Lo Zyklon B era fornito da due società del gruppo della I.G. Farben, colosso dell’industria tedesca.

I nazisti ordinarono di produrre lo Zyklon B senza l’avviso di pericolo chimico.

Dai bonifici effettuati dalle SS a questa società si deduce che furono forniti al campo di concentramento di Auschwitz 2.211 kg Zyklon B nel 1942; 5.000 kg Zyklon B nel 1943; 500 kg Zyklon B nel 1944. Per uccidere un uomo erano necessari circa 70 milligrammi.

Cinque o sette chili di questo acido, fatto cadere nella camera della morte attraverso un’apertura nel soffitto, consentivano di uccidere fino a duemila persone nel giro di pochi minuti.

L’azione tossica si deve allo ione CN-. I sintomi da intossicazione sono: perdita di coscienza, convulsioni e, dopo circa quindici minuti, la morte fisica, nel 95% dei casi. Laddove l’uso di tale metodo si fosse rivelato antieconomico, i nazisti preferivano utilizzare iniezioni di fenolo: ad Auschwitz veniva utilizzata una soluzione acquosa di fenolo, iniettata direttamente nel ventricolo sinistro, la quale causava la morte entro 10-15 secondi.

 

Germe dovunque e germoglio di Anna Frank. Ce ne furono tanti che crollarono per sola fame senza scriverlo, quella di Anna Frank non deve essere, non è privilegiata memoria.

Anime che s’irraggiano ferme e limpide su migliaia di altri volti.

 

“Giacobbe aveva lasciato il campo benedetto e ferito. La ferità è la benedizione!”

 

“Un sudore freddo mi copriva la fronte, ma gli dissi che non credevo che si bruciassero degli uomini nella nostra epoca, che l’umanità non l’avrebbe più tollerato…

‘L’umanità? L’umanità non si interessa a noi. Oggi tutto è permesso, tutto è possibile, anche i forni crematori…’

La voce gli si strozzava in gola.

‘Papà, – gli dissi – se è così non voglio più aspettare. Mi butterò sui reticolati elettrici: meglio questo che agonizzare per ore tra le fiamme’.

Lui non mi rispose. Piangeva. Il suo corpo era scosso da un tremito. Intorno a noi tutti piangevano. Qualcuno si mise a recitare il Kaddìsh, la preghiera dei morti. Non so se è già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uomini recitino la preghiera dei morti per sé stessi.

Yitgaddàl veyitkaddàsh shemè rabbà… Che il Suo Nome sia ingrandito e santificato…’ mormorava mio padre.

Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me.

Perché dovevo santificare il Suo Nome? L’eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva: di cosa dovevo ringraziarLo?

Continuammo a marciare. Ci avvicinavamo a poco a poco alla fossa da cui proveniva un calore infernale. Ancora venti passi. Se volevo darmi la morte, questo era il momento. La nostra colonna non aveva da fare che una quindicina di passi. Io mi mordevo le labbra perché mio padre non sentisse il tremito delle mie mascelle. Ancora dieci passi. Otto. Sette. Marciavamo lentamente, come dietro ad un carro funebre, seguendo il nostro funerale. Solo quattro passi. Tre. Ora era là, vicinissima la fossa e le sue fiamme. Io raccoglievo tutte le mie forze residue per poter saltare fuori dalla fila e gettarmi sui reticolati. In fondo al mio cuore davo l’addio a mio padre, all’universo intero e, mio malgrado, delle parole si formavano e si presentavano sulle mie labbra: Yitgaddàl veyitkaddàsh shemè rabbà… Che il Suo Nome sia elevato e santificato… Il mio cuore sava per scoppiare. Ecco: mi trovavo di fronte all’Angelo della morte…

No. A due passi dalla fossa ci ordinarono di girare a sinistra, e ci fecero entrare in una baracca”.

 

“Due possibilità sono egualmente escluse: disperare del mondo a motivo di Auschwitz, abbandonando l’antica identificazione ebraica con l’umanità povera e perseguitata; ed abusare di tale identificazione come un mezzo per sfuggire al destino ebraico. È proprio a causa dell’unicità di Auschwitz, e nella sua particolarità ebraica, che un ebreo deve costituire un tutt’uno con l’umanità”.

 

Lei è stato a Belzec?

“Wirth con i suoi uomini… con Franz, con Oberhauser e Hackenhold, ha sperimentato tutto laggiù. Quei tre dovevano mettere personalmente i cadaveri nella fossa, affinché Wirth sapesse di quanto spazio aveva bisogno.”

 

“Orrore, orrore, uomo, togliti gli abiti”.

 

Copriti il capo di cenere, corri nelle strade e danza, còlto da follia.

 

Sono talmente prostrato, che la mia penna non può più scrivere.

Creatore dell’universo, vieni in mio, in nostro aiuto!

 

“Mai stato a Sachsenhausen?”

“Mai stato”.

“A mangiare ginocchio di porco?”

“Mai stato”.

“Ma certo, alle Case dei Sassoni. Alle case dei Sassoni, in Sachsenhausen, cosa c’è di strano?”

Ma quante Sachsenhausen in Germania, quante case… Tutto ingoiano le nuove belve, tutto –

 

Descrizione delle uniche sei fotografie conosciute scattate da detenuti in campi di sterminio:

 

– Due case a tetto spiovente. Architettura germanica. Finestre a sbarre. Largo camino rettangolare sul tetto della casa più prossima all’obbiettivo. Albero disseccato e massiccio in primo piano. In uno slargo camminano i prigionieri, tutti di sesso maschile, vestiti in abiti civili, soli o a coppie. Lungo la costa della prima casa, prigionieri accosciati.

Fotografia scattata da Georges Angéli a Buchenwald, nel giugno 1944. Fotografo francese, subito dopo essere internato fu assegnato al reparto fotografico, godendo in tal modo di notevoli vantaggi. Realizzava foto di identificazione, riprese del campo e delle sue trasformazioni, sviluppava e stampava foto personali dei soldati SS. Lavorava con due soldati tedeschi e una decina di detenuti (un Testimone di Geova, un polacco, alcuni tedeschi antinazisti internati da anni fra cui uno solo esperto in fotografia). Una domenica prese una macchina fotografica amatoriale custodita in una scatola con altre da riparare, l’aprì, pulì l’obiettivo e si procurò due rulli 120 da una confezione sostituendoli con due bobine di carta arrotolata. Avvolse l’apparecchio in carta da giornale e girò per il campo con la macchina sotto il braccio o tenuta sullo stomaco. Da quella posizione non si poteva inquadrare e nonostante l’esperienza, delle 16 foto disponibili nel formato 6×9 solo 12 furono buone. Essendo domenica quasi non c’erano SS ma il rischio era altissimo: le foto sono riprese da lontano perché non si potevano fare primi piani. Tutto fu poi messo in una scatola di latta assieme alle foto doppie ristampate da quelle che gli venivano fatte sviluppare e lui considerava compromettenti per il regime. I rullini furono sviluppati dopo la liberazione in Francia ma trovati poco interessanti da coloro cui Angéli le fece vedere. È sopravvissuta soltanto l’immagine descritta.

 

– Prigioniero rasato, indossa l’uniforme a strisce dei detenuti, si volta verso una porta semiaperta, da cui sta per uscire un prigioniero che si è lavato ed è semicoperto da uno straccio. Il detenuto vestito regge una scatola vuota, presumibilmente leggera. Sfocata, sulla parete, a destra della porta semiaperta, una scritta tedesca a caratteri maiuscoli, che sormonta una freccia direzionale, puntata verso la destra.

Fotografia scattata da Rudolf Cisar a Dachau, nella primavera 1943. Con l’aiuto della moglie di un lavoratore esterno, che poteva quindi entrare e uscire dal campo, si fa arrivare medicinali e una fotocamera con pellicola, con cui scatta delle fotografie di nascosto destinate all’ambasciata sovietica di Stoccolma per denunciare quanto avveniva nel campo. È sopravvissuta soltanto l’immagine descritta.

 

– Da una finestrella aperta sull’esterno, obliqua per la posizione incerta dell’obbiettivo, dal nero dell’interno in cui la foto è stata cautamente scattata senza mirare con l’obbiettivo, gruppo di donne che si stanno spogliando all’esterno, sul nudo terreno. Dietro di loro, alte flessuose betulle e vasta porzione verticale di cielo.

Seguono tre immagini, riprese da una diversa angolatura: gli alberi sono più folti e più lontani sullo sfondo, i corpi dei cadaveri trasportati fuori della camera a gas vengono fatti bruciare da alcuni SS. Spesso fumo chiaroscuro dall’ammasso di corpi sul terreno corrugato.

Fotografie scattate da un membro non identificato della resistenza polacca ad Auschwitz. Prigioniere fatte spogliare prima di essere condotte alle camere a gas, agosto 1944. Questa serie di tre fotografie fa parte di una sequenza di quattro immagini realizzate da un gruppo di cinque detenuti. La fotocamera 6×6 fu introdotta nel campo o forse trovata fra i bagagli degli internati e fornita di uno spezzone di pellicola. Fu danneggiato un pezzo del tetto della camera a gas per dar modo a una squadra di operai di ripararlo: durante i lavori fu introdotto l’apparecchio nella camera a gas e nascosto in un secchio. Il fotografo scatta dall’interno della camera a gas attraverso la porta socchiusa e, non potendo mirare, lo fa con la mano tesa verso il basso. L’operazione dura in tutto 20 minuti, poi la fotocamera passa di mano in mano ed esce dal campo. Sopravvivono le quattro immagini descritte.

 

Lettera scritta in yiddish da un ragazzo di 14 anni dal campo di concentramento di Pustkow:

“Miei cari genitori, se il cielo fosse carta e tutti i mari del mondo inchiostro, non potrei descrivervi le mie sofferenze e tutto ciò che vedo intorno a me. Il campo si trova in una radura. Sin dal mattino ci cacciano al lavoro nella foresta. I miei piedi sanguinano perché ci hanno portato via le scarpe… Tutto il giorno lavoriamo quasi senza mangiare e la notte dormiamo sulla terra (ci hanno portato via anche i nostri mantelli). Ogni notte soldati ubriachi vengono a picchiarci con bastoni di legno e il mio corpo è pieno di lividi come un pezzo di legno bruciacchiato. Alle volte ci gettano qualche carota cruda, una barbabietola, ed è una vergogna: ci si batte per averne un pezzetto e persino qualche foglia. L’altro giorno due ragazzi sono scappati, allora ci hanno messo in fila e ogni quinto della fila veniva fucilato… Io non ero il quinto, ma so che non uscirò vivo di qui.

Dico addio a tutti, cara mamma, caro papà, mie sorelle e miei fratelli, e piango…”

 

Fotografie ufficiali a migliaia al momento della liberazione.

Liberazione da cosa?

Come è possibile liberarsi da questo?

Meditazione sull’ultima domanda.

Sopravvissuti a migliaia che ripercorrono al contrario le crepe d’Europa che li hanno condotti ai terminali del progetto.

Volti escavati. Cumuli di cadaveri smagriti lasciati insepolti. Occhi sporgenti, clavicole sporgenti, zigomi sporgenti, òmeri sporgenti, anche sporgenti.

Sguardi incerti simili a certi animali in trappola.

Vivisezione conclusa. Niente può essere concluso, in questo caso.

Zyklon Europa.

Tu, Europa, compi attraverso la non-persona, il progetto covato da lungo tempo, discendi lo scivolo progettato e dimenticato, la fiamma che arde e consuma gli altri, che divide uomo da uomo.

Sforzo immane di ricucire la frattura tra uomo e uomo.

La mia disperazione di scrittore, impossibile con le parole suturare questa ferita, propagata, Europa, fino a oggi, agli anni che con i miei occhi fisici e i miei sensi intatti avverto l’estendersi della crepa, cerco la ricucitura e fallisce. La letteratura fallisce la redenzione della sua stessa colpa. La letteratura è all’origine dell’occidente e della colpa di questo sterminio, è dalla letteratura che prende vita la non-persona, e ciò perché non è stato compreso il Libro.

Europa distesa su catafalco e fotografata con flash da ovunque, in un enorme tempio che si crede ancora abitato dallo spirito, come il cadavere di Eugenio Pacelli che sibi nominem diede Pio XII e tacque dell’orrore europeo perpetrato sugli ebrei e su tutti i deportati: la sua salma, addobbata con i vestimenti rituali, mentre era esposta in San Pietro scivolò di qualche centimetro, si spaccò nel ventre, fuoriuscì liquido colliquativo, il volto smangiato e giallo e magrissimo del Papa cadavere e in San Pietro si allargò in effusione non l’incenso ma lo zaffo del corpo che è morto.

 

Tu cavalchi un toro morto, Europa, i capelli sfilacciati al vento, sono di stoppa, l’esoftalmo che piange muco, la parte destra del tuo corpo nudo piagata da lividi in cancrena, i linfonodi gonfi come grappoli di uva appassita e dura, a sinistra ponfi, tu lo cavalchi senza respiro, le sopracciglia estinte dal volto dilatato e pastoso, vacue l’iridi, tu cavalchi un toro putrefatto, che perde i polmoni dal ventre squarciato e corre per inerzia inesplicata. Le tue braccia fioriscono tumori, i tuoi denti anneriti. Fulminea trapassando ad arco per terre senza cielo, e decollando in immensa velocità, in accelerazione, con rumore di zoccoli e metallo in concrezione, punta lo sguardo bucefalo il toro oramai svuotato verso ciò che sta di fronte ed è un baratro d’aria, l’abisso orizzontale, la perfezione a cui hai sempre ambìto tu, Europa. Il cranio leso, in più punti le suture scollano lembo da lembo, dài ai fedeli del tuo corpo il tuo corpo, la malattia di un inverno perenne e un’estate senza gocce, aspra la sudorazione che a rivoli riga in acidi la tua pelle che fu alabastro. Oh!, la vicenda dei cuori, Europa, che estratti da umani costati hai passato con filo di ferro e trascini in fila al tuo trotto velocissimo, bissi immagini ripetute e non ti muovi pur accelerando, la fronte che mostra nello squarcio il luogo centrale della gemma strappata, l’osso frontale scheggiato, le unghie scollate, la spina calcanea che fora il callo al tallone, le anche fratturate e tu urli – stridii che uditi distanti captano per gioia o, di sollievo, sospiro. Tu cavalchi un toro irsuto, Europa, morto, di spine in metallo e di sarcomi accesi, le corna consumate dal vento e incrinate dal tempo, immensamente antica e dimentica di questo sei la vecchia, sei la paralitica, sei la terminale consunta, la crisalide non abitata dalla gemma del tempo strappata dalla fronte tua, e calpesti zoccolando nella tua corsa che finisce la piattaforma che ti sei creata di basalti umani, sei milioni di umani appiattiti in basalto, è per te ultimo sostegno, urlando senza voce, sabbia in gola ed è sabbia d’oro, oro che hai inghiottito, tu tutta piombo fatta, vene imbottite in iniezioni di argento, occhi placcati di stagno, capelli induriti in massa con flusso di nichel, lingua di uranii, caviglie in peltro, fatta tutta ferro su un pezzo informe di carne enorme che si staglia e si stacca correndo, verso dove?, aggrappata alle corna di oro decaduto a carbonio tu cavalchi verso lo choc frontale, Europa, l’epidermide di metallo duro e alcalino, toro in putrefazione, verso la sorda nera parete di vuoto che irradia, lì finisci nella tua ambìta perfezione, da tempo.

Noi, i mondani, gli attuali, trascinati, nella soglia di tale salto, noi non ci perdoniamo, noi domandiamo il vostro perdono, Santissimi bimbi.

 

Ha detto il Maestro Lanzmann: “Non capire fu la regola ferrea a cui mi attenni in tutti gli anni impiegati per elaborare e realizzare il film Shoah. Mi sono aggrappato a questo rifiuto di capire come all’unico atteggiamento possibile, etico e operativo al tempo stesso… ‘Hier ist kein warum’, ‘qui non c’è perché’: Primo Levi racconta che la regola di Auschwitz gli fu insegnata fino dal suo arrivo al campo da una guardia delle SS. ‘Non c’è perché’: questa legge vale anche per chi si assume la responsabilità di una simile trasmissione. Perché l’unica cosa che conta è l’atto di trasmissione, cioè nessun vero sapere preesiste alla trasmissione. La trasmissione è il vero sapere”.

 

Anime ovunque, fuoriuscite da quegli istanti, da quei giorni mesi anni, da quei luoghi che esulano e invadono, dai buchi neri spalancati per inghiottirvi, dal buco nero della non-persona: io tento di trasmettere la vostra preesistenza, la vostra attuale esistenza, la futura. Siete tra gli asfodeli, nelle metropolitane, siete nell’Ain-Soph senza forma decollate indentrandovi. Non siete in alcun paradiso, siete qui e ora, tra istante e istante, dove non è tempo, ma ciò che regge il tempo. Irradiate la sostanza bambina dell’appartenenza, della beanza che perdona.

Siete il legame.

Siete ciò che rende penultimo l’atto di scrittura, ultimo l’atto di trasmissione.

Siete oltre i numeri, oltre le forme, e i nomi.

Non è dimenticanza, la diversa preghiera che conduco scrivendo qui: è la ricordanza continua, la continua sapienza di essere dove voi siete, fuori dentro sopra sotto le mani che digitano nomi e forme, ritmi e massacri, orditi da mani che scrissero allo stesso modo.

Da questa scrittura prego Dio, che è Uno, non esca che pietà, riconoscimento che l’altro è l’umano.

Accolgo ogni male in me, lo storno dalla vostra memoria, Santissimi.

Uso la parola insufficiente, chiedo che da voi, o steli luminosi!, sia irradiata, chiedo in silenzio, dichiarando il silenzio per una simile parola.

Una parola – lo sapete:

un cadavere.

Laviamolo,

pettiniamolo,

volgiamo il suo occhio

verso il cielo.

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