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L’ottava puntata del nuovo “Twin Peaks” è un capolavoro della contemporaneità

All’ottava puntata della nuova e sconvolgente stagione di “Twin Peaks”, David Lynch crea il capolavoro visivo della nostra epoca. Al momento non so nemmeno cosa scrivere, se non che si tratta del documento artistico più oltranzista e geniale degli ultimi anni di cinema, televisione e web, ma anche di arti e letteratura. Non si è mai dato un coraggio simile a fronte dell’orrenda committenza, che fa da produttore: Lynch si strappa una libertà totale, che lascia attoniti non soltanto gli spettatori suoi adepti, ma chiunque visioni quest’ora serrata di visione assoluta. C’è una profondissima meditazione sul cinema e sulla televisione (si osserva uno schermo a metà tra cinemascope e tv, sul quale scorrono le medesime immagini che avevano introdotto al salto quantico che Lynch pone intorno al decimo minuto di quella che mai come prima si deve chiamare: proiezione) e tuttavia il metalivello è distrutto almeno quanto i livelli in sé. L’interno e l’esterno sono in osmosi e originano un terzo oggetto, che è inqualificabile dal punto di vista della semplice narrazione, così come è ineffabile quanto allo statuto critico e teorica. Ci si sporge sull’interno: è questa la lezione surrealista che Lynch conduce a un grado di temperatura elevatissimo. Immagini su immagini, tutte memorabili. Suoni su suoni, tutti memorabili. Pochissime parole, tutte memorabili. L’apparizione dello spirito né morto né vivente di un tagliabosco fa strage del pregresso culto della Stanza Rossa e del Nano e del Gigante, che perturbarono le menti degli spettatori mondiali uniti, nel corso delle prime due stagioni della serie, e che qui vengono trattati alla stregua di elementi su cui si opera, per arrivare al risultato alchemico di un oro sopraffino. Le singole molecole di questo composto, che si vedrà risultare non organico e nemmeno inorganico, è la rappresentazione più estrema dell’impero della mente, in forma di visione occidentale. Si tratta di un’opera appunto alchemica, come mai si è data nella nostra contemporaneità (dico gli ultimi vent’anni), a parte, in letteratura, e sempre secondo il mio parere non vincolante, in DeLillo, in Pynchon, in certo Houellebecq, mentre nel cinema solo in Terrence Malick, in Béla Tarr, in un paio di opere di Bruno Dumont. Qui siamo in un unicum che lascia attoniti, in ogni caso: siamo all’invenzione, se non di un nuovo medium, di una nuova disciplina artistica.
Se si ha un minimo di tempo, si guardi attentamente il segmento da 4 minuti che linko da YouTube: si comprenderà parzialmente, ma si potrà sentire tutto.
Scriverò tra pochi giorni di questo capolavoro, che sarebbe poi una puntata di una serie, pubblicando le mie riflessioni su un magazine a me molto caro. Come dicono qui: stay tuned. Tanto si sta e basta, non c’è altro da fare che *stare*, come insegna il maestro Lynch.

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