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In piazza Martini, cercando Brunetto

Il grande amico Brunetto Panzani
Sono qui in piazza Martini, la piazza della mia infanzia e giovinezza. La sto battendo da ore, sperando di incrociare Brunetto, il mio amico che non vedo da più di quindici anni e che mi dicono essere rientrato a Milano. Da anni cerco di contattarlo, non riesco a reperire il suo cellulare né la sua mail, non trovo un suo indirizzo e neanche la residenza dei suoi familiari. Mi manca tanto. Cercandolo in questa piazza mi sovviene la memoria, infinita, della mia formazione. Cosa ero? Cosa sono diventato? Entrambe le domande restano senza risposta, in un empito di forte amore e lutto autunnale. C’è un fare catecumenale della memoria, c’è questa ecumene, questa chiesa istantanea e fluviale. La memoria non è una finanza, ma si comporta come tale. Vitello d’oro, dove sei? Verrebbe da urlare questo, mentre sta passando una coppia giovane, l’uomo ha un piccino nel marsupio e la donna ricorda mia madre da giovane. Attendo che Brunetto mi capiti davanti, passeggiando sfaccendato in questa piazza, così come camminavamo quando eravamo giovani, accanto al salice piangente che descrivo nel libro in uscita a settembre, sotto il quale sognavo da bambino di morire, la piazza chiusa, io sotto le frasche, vecchio e impotente, andandomene nella dolcezza del crepuscolo, vedendo uomini che in bocca hanno teste di gatto. E mi abbandono a Coomaraswamy, svanisco qui, stando qui, tra i nuovi treenni che corrono nel sorriso e nella tensione, sento i miei garretti di allora, le siringhe di eroina parevano dolcissimi piccoli portali verso il nulla dolcissimo…

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