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Il tempo più impoetico che io abbia mai vissuto

Questo microintervento, del tutto idiosincratico, pubblicato su Facebook, è stato ripreso dal magazine CheFare.

Ciò che mi sembra sempre più allarmante, mentre ascolto i miei amici e non prescindo dalla mia situazione esistenziale, è che si vive un momento storico in cui non c’è più tempo o possibilità di fare poeticamente, di giocare con ciò che decenni fa era percepito come attività poetica (nel cinema, nella scrittura, nell’arte, non direi nella musica, disciplina che mi pare ancora concedere ampi margini di ingaggio poetico). Da un lato il peso del mondo si è fatto sempre più schiacciante, con i suoi portati di angosciata ricerca della sopravvivenza a fronte di un’intensa alienazione, che non è più nemmeno lavorativa, poiché è mondana, è richiesta tirannica del mondo e dell’epoca; d’altro canto si sconta una riduzione a *creatività* e *informazione* di ciò che fu l’intento artistico assoluto, ovvero il tentativo di comporre un’opera fuori dagli schemi o in aggressiva dialettica con l’esistente. Almeno qua in Italia, per quanto consta a me, non è consentito ad artisti puri e geniali di esprimersi alle altezze che ritengono opportune per l’opera a cui vorrebbero attendere. Nel cinema, arte costosissima, questo è un dato sempre più evidente, anche esaminando la burocratizzazione allucinante della fase produttiva, che si trascina dietro mafie intente a razziare soldi pubblici e privati, mentre il film poeticissimo sembra uscito dai radar delle produzioni, non ci credono più, non muovono più energie, non le mettono a disposizione, oppure le elargiscono a prodotti che sembrano poetici secondo una norma e una percezione dell’estetico che sarebbe ridicola, se non fosse tragica. La chance dell’indipendenza, e ciò vale per tutte le arti e per tutti gli artisti, è l’unica perseguibile in questo passaggio, che è un transito a un tempo in cui dell’opera frega alla generalità dei fruitori in maniera assai diversa, rispetto a qualche anno addietro. Si fa più intensa anche la spinta a specializzarsi, ad arrivare a insana filologia della propria materia, in modalità per me molto gelida e tecnica – e chi tende a fare arte come eversione? La povertà materiale, il tempo frazionato, la dissonanza cognitiva, in cui ci si trova a operare in questo peduncolo di occidente, davvero, mi sembra giunta a un grado di mestizia, sia per quanto concerne la produzione sia per quanto riguarda la ricezione, che appunto non pare più né possibile né bello fare questo: giocare. Il gioco è l’attività più spietata che l’umano conosca e attraverso cui istituisce un rapporto con il mondo. Ciò che è ludico è lucido, in sommo grado. Non si ravvedono all’orizzonte network di mutua protezione, per chi si trovi a fare i conti con una norma tanto antipoetica, da contrassegnare il tempo attuale. Ecco, diciamo che la sintesi, transitoria e magari troppo idiosincratica, può essere così espressa: mi trovo a vivere il tempo meno poetico di tutta la mia esistenza. Francamente non ho soluzioni, se non la proposta di istituire reti in cui inserire intelletti e corpi pensanti e senzienti. Cosa manca? Forse l’istinto e l’elaborazione del poetico? No: mancano i soldi. Le strutture private e pubbliche non stanno consentendo a molti (ma non poi così tanti) artisti di mantenersi e creare opere. Altrove non è del tutto così. Non saprei cosa e come sperare, ma si spera e si procede, appunto idiosincraticamente e il più possibile poeticamente, a fare e vivere.

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