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La coperta di Linus del nazionalpopolare

Colpisce, ad altezza 2018, il ricorso collettivo al nazionalpopolare italiano, che sortisce ovazioni e plausi dal Paese intero, un fenomeno che intende accompagnare la “popolarità” (un indice che è attualmente il motore economico di una società post-servizi) con una certa enfasi della “memoria” o della storia collettiva, che tale è stata finché c’era un repertorio in cui gli eventi andavano a sedimentarsi e si trattava dell’immaginario collettivo. L’entusiasmo che accompagna Piero Angela verso lo scranno del senatorato a vita, il figlio Alberto che illustra cartolinisticamente certe bellezze d’Italia con una retorica che un tempo sarebbe stata intollerabile e oggi appare umanistica, il tributo a Pippo Baudo che si autoracconta a Sanremo, Sanremo stesso che registra record sugli ultimi vent’anni, Montalbano che divenda trend topic: tutto ciò disegna un Paese che è ancorato all’idea di cultura mediocre, o perlomeno era tale nel momento in cui azione e tessuto politici prendevano di mira la medietà della divulgazione di massa e del piacere borghese appunto di massa. Oggi è superata la fase tout court spettacolare, non per abolizione, ma per trascendimento: lo spettacolo è ubiquitario, anche il tavolo su cui scrivo è in grado di rappresentare spettacolo, cioè di essere device. Resta il desiderio dell’appoggio a una memoria condivisa e all’enfasi del momento “storico” e “indimenticabile”, per cui i mediocri di ieri sono i Marsilio Ficino di oggi. Ciò che leggo, in questa sollevazione degli scheletri nell’armadio, che oggi appaiono torniti e muscolosi come ingolosenti toyboy, è che il trascinamento violento di una nazione peculiare, sottoposta a un’accelerazione indebita, nel corso della quale si sono perduti diritti fondamentali ed è maturato l’orrore antropologico di cui da sempre essa è portatrice – tale trascinamento disegna un’euforia lugubre, una danse macabre popolare, un Titanic il cui impatto con l’iceberg è infinito e perenne, una celebrazione dei bassi istinti come potenze cilestrine e angeliche. L’entusiasmo che porta ai cieli superni gente come gli Angela o Baglioni appare direttamente proporzionale ai beni dei nonni che stanno mantenendo figli e nipoti. E’ l’ultima apparizione di una specie spettacolare che non si darà mai più, per fortuna o sventuratamente non saprei dire. E’ l’emblema della vanificazione di qualunque gesto politico, per come il politico fu inteso dalla mia generazione e dalle due precedenti la mia. Il rigurgito spettacolare novecentesco nel 2018 è la premessa minore alla singolarità italiana, laddove la premessa maggiore è resistere nell’indefinitezza e nell’indifferenza, mentre la conclusione coincide con l’identità della nazione stessa: un orpello di carne mummificata protesa in una pozza insanguinata, che attende per sempre la fine di un’attesa. E’ questo il suo monologo interiore, che è del tutto esteriorizzato nella criniera bianca di Baudo e nella pelata di Zingaretti, le maschere finali di una Paese che non c’è e non ci sarà più, essendoci sempre.

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