blog · Fine Impero

Il personaggio vuoto del Proprietario, tra “Fine Impero” e “Loro” di Sorrentino

Più prima che poi mi darò a osservazioni su “Loro” (1 e 2), il film di Paolo Sorrentino, ora che è passata la buriana di pareri a ridosso dell’uscita. Per ora, mi limito a considerare che per la seconda volta mi trovo implicato in un nodo poetico, che io, coi miei miserabili mezzi, e Sorrentino, con ben altri mezzi, abbiamo tentato di sciogliere, in direzioni e prospettive assai diverse. Il primo nodo poetico era costituito dal fenomeno Hitler, a cui io ho dedicato un libro e Sorrentino alcune scene fondamentali di “Youth”. Il secondo nodo poetico è Berlusconi: ho provato ad affrontare e universalizzare questa sagoma universale del potere in “Fine Impero” (minimum fax, 2012), Sorrentino ha addirittura consacrato addirittura una dilogia, che è poi un unico film, appunto “Loro”. Ecco cosa scrissi, partendo dalla sagoma vuota del tycoon milanese, qui detta “il Proprietario”, nel libro “Fine Impero”:

«Il Proprietario sembrava astenersi dalla corsa generale alla gozzoviglia. Ero molto spaventato. Le donne soprattutto mi sconcertavano. I denti assai bianchi, tanto da risultare grigi quasi, strappavano le fibre grosse di un brasato, ingollando i bocconi con troppa rapidità. E ai grandi sorsi di un dato Amarone le loro gote si accendevano, se ne vedevano quasi i capillari, la loro pelle di pesca si arrossava.

Avevo visto una volta una persona mangiare con la febbre addosso. Esistono febbri che danno questo effetto, scatenano una fame. E’ facile capirne la ragione, perché gli acidi scatenati dalla materia febbrile, intaccando i nervi del diaframma, vi producono uno stimolo che non si distingue sulle prime da un appetito naturale. Ma l’alimento non è digerito, non è assimilato nel chilo. Una volta si sottoponeva a salasso chi si trovava in uno stato simile.

“Quell’uomo è in grave pericolo” mi dice chinandosi verso di me la giovane donna, i rabbi ora puntano il Proprietario. “E’ un passo oltre la vecchiaia” conclude.

Molti sono morti dormendo. E’ paradossale che si avverta un eccesso di pericolo mentre la perdita si sta consumando, è tutto finito già eppure si ha paura. Sarebbe un errore, se non fosse inevitabile, inscritto in un qualche genoma spirituale di questa specie con molta probabilità.
Prese il pane, lo sbriciolò, ne mangiò, capotavola.

Intanto fui distratto da un nuovo fenomeno, che catturò tutta la mia attenzione e dunque che la televisione è sempre accesa anche quando sembra spenta.
Dallo schermo si poteva apprezzare una colata di immagini e di storia, vedendo in continuazione la sagoma presidenziale e raffrontandola a quella diversa che ho a poca distanza da me.

Egli sembra metallo sonoro.

Il vivente e il non vivente sono ormai un’unica indistinguibile cosa.

Il suo vestito non è altro che lui.

E’ venuto nella propagazione della carne.

Le giovani donne, le giovani bellezze: la giovane, per lui, carne.

Lo osservo. Continuo a osservare immagini.

Osservo la sagoma iridescente che si agita e urla e ritma nella televisione le parole fluttuando nello schermo azzurrino, rigato, in un’attenta comparazione con la sagoma di carne che vedo a poca distanza da me.

La sagoma iridescente nello schermo ha una pelle che pare metallo sonoro, è un magma di sequenze storiche e parole, mentre tutti qui attorno ridono nella crapula, le distanze si annullano, i genitali si preparano, la carne sta per dilagare, si è propagata. Alza il calice e beve.

Lo schermo del televisore sempre acceso illumina di luce azzurra tutti i volti distesi nella risata generale, le ragazze discinte, i vecchi amici e collaboratori, come forti rami di nocciolo, alzano il calice, assistono a un magma di storia delle immagini.

Giungono parole e subito abbandonano il luogo, quasi malate di insufficienza. Le parole trapassano lo schermo: in quale direzione? Sono ancora foniche? Sono istantanee, oramai, queste parole: svaniscono, appaiono per un unico istante isolato e quindi scompaiono. Queste parole sono inesistenti.
Dice agli schermi: “Qualcuno mi ha domandato prima come stanno i miei denti, a seguito dell’incidente che ha visto circolare libero chi me lo ha provocato. Ancora non sono riuscito a mettere l’altro dente, perché il nervo sotto ancora non guarisce e credo che sia un sacrificio abbastanza grosso, un rischio al quale sono andato incontro per il Paese”.

E’ davanti a me e poi scompare come qualunque sagoma luminosa dentro lo schermo che viene visto.

Noi fuori da qualunque schermo non lo saremo mai, rimaniamo per un attimo senza sapere che fare, come coloro che richiamati a una festa si trovano a fine della stessa nell’obbligo di ripulire e rassettare. Dura un attimo, qualche attimo. Senza quell’uomo siamo sospesi in un nonnulla.

Quindi il consesso si scioglie, decine e decine di persone, invadono ogni locale della villa che è centrale, si spargono, fanno ciò che devono fare. Dove sia l’uomo non si sa. Lo si cerca invano.

Era tutta carne apparente, una carne compatta ma priva di ossa, solida ma senza muscoli, sanguinante ma senza sangue, vestita ma senza abito, affamata ma senza fame, che mangiava ma senza denti, che parlava ma senza lingua e con una fantasmatica parvenza di voce.

Era questo.

[…]

Il Proprietario si volta verso di me, lentamente, l’unico umano presente, cerca il mio sguardo? Ruota, legato nei muscoli dorsali, il collo immobile, ruota impedito. Sarebbe bello nuotare nell’aria e non riuscirci è una pena infinita, essere come una pietra. Si sente come il Pirata? E’ abbandonato?
Si volta verso di me, tirata la pelle come una sacca carnale, gli occhi due fessure, la bocca una fessura, le labbra due innesti, la capigliatura artificiale, la mano verso di me come a fermarmi o ad aggrapparsi, lentissimo.

E’ vecchio. Tende la mano lenta. La pietra ti guarda.

Questo è l’impero. Dov’è la sudditanza?

Gorgoglia qualcosa di indistinto. Il linguaggio non gli basta più, lui esorbita.

Pare sia maschera di una persona sottostante, anonima, passibile di qualunque qualificazione. Non è carne e non è sangue sotto questa maschera da uccidere: è solo un’idea. E nemmeno un’idea: è una smania, una potenza. E’ come una crepa elettrica, un fulmine oppure un serpente, che varca tutti i cieli universali, attraversa i legami molecolari, una smania, una potenza che fa le forme, vuole vivere, vuole propagarsi, vuole mangiare. E si inventa la carne, questa pasta, perché si possa propagare il suo sentimento di fame da tenia, che lega le cose e le limita in una forma. Lui non sa nulla di tutto questo.

Il Proprietario è posseduto.

E’ vecchia, la sua carne. E’ fragile, si scolla.

Non è più data la padronanza, nemmeno del gorgoglìo di suoni metallici.

Chi si sente come lui? Sembra colpito? Lo sa che tutto lo abbandona? Si rende conto di non avere mai regnato? Che mai è stato l’imperatore?

Essere alla fine, certa, conclusiva, priva di qualunque appello, priva di qualunque redenzione.

Nessuno è protagonista, nella qualità dell’imputato, della storia dell’universo.

Alza la mano, la tende aperta verso di me, nel buio gorgoglia qualcosa di indistinto.

Torna lentamente a vedere lo schermo, il collo in avanti. E’ fermo, un istante infinito, immobile, una pietra, come della polvere, nel buio. E’ seduto e curvo e pallido, davanti allo schermo.

Esco, apro la porta ed esco, mentre è nella televisione quell’immagine imperiale, primaria, sta sussurrando qualcosa, mi fermo, tento di capire quanto forse sta dicendo, la televisione si sovrappone con la sua miscela di storie e immagini, confonde le parole.
“La mia è una passione che è nata fin dai primi anni della mia giovane età, quando sono stato appassionato, e quindi l’ho sempre avuta”.»

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