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“Vengo da Leruà Merlè e Savvìni non vale un gazzo”. Un incontro milanese.

Mi fermo al tabacchino con le sediuole fuori, a fumare l’ennesima ultima sigaretta della mia vita. Accanto a me, un rutilante enfisema ha la forma bovinoide dell’umano che gioca troppo con la ludopatia o comanda una ‘ndrina. La spugnosità dei tessuti è esaltata dalla lacrimazione etilica. Mi scruta soppesando la mia pappagorgia, la mia tettuta pettoralità, la vacuità del mio sguardo cerchiato da secolari borse, che Carpisa dovrebbe brevettarmi con vantaggio di entrambi i contraenti. Sono lì che fantastico sul nulla, come capita lugubremente nel corso di questi ultimi mesi posteditoriali. La sizza serve a mitigare l’ansia, lo spasmo del respiro confonde quello psichico, lo addolcisce facendogli male. La caldana milanese fa dell’avventore accanto a me una sorta di buddha calabro. “Non giochi?” mi chiede. Non ho esperienze di tris, di turista per caso, di milionario e tutte le parafernalia di Lottomatica. Rispondo così come prescrive Platone: con una domanda. “Viene da Cesano Boscone?” faccio affiorare la mia voce astratta. Molto credibilmente risponde: “Certo!”. Chiunque a Milano sa che, se sei di origine calabrese e vivi a Cesano Boscone, Saviano ti sta sul cazzo e la serie “Il miracolo” di Niccolò Ammaniti pure, perché con probabilità stocasticamente affidabile tu sei un affiliato. “Vengo adesso da Leruà Merlè” continuano questo brevilineo stenico e le sue varici da iperinsulinismo. Io annuisco sapientemente, come qualunque cretino farebbe. “Mezzo quintale di box doccia per tre: tre box doccia col cristallo spesso così, metto!” non manca di precisare. Sono in una bolla di ebetudine, che nemmeno la visione della filmografia completa di Fausto Brizzi mi caverebbe dall’animo, ridotto a straccio. Sono una labilità nella bolla scottante milanese. Replico con un: “Ah”. E dice: “Li ho portati a braccia in macchina: tre box doccia così!”. Di rimando, io: “70×90?”. Ride, grossolanamente come vive: “80×80”. Annoto: “Qualità e convenienza”. Annuisce: “Io e te ci stiamo capendo”. Non dubito: li capisco da quando ho memoria di me, sono cresciuto nelle case popolari che gestivano pugliesi e calabresi. “Lo conosci ‘U Staccu?”, cerco di pescare nella memoria un nomignolo calabrese utile ad aprirmi una parentesi diplomatica. ‘U Stacco, mi ricordo, è tale Romeo, un capocosca calabro, che commerciava forse in armi forse no. La ganascia umana incrina con un sorriso l’umbratilità meridionale: “Ascolta a me: ‘U Staccu non comanda più a niente. Comando io e i miei. Ascolta. A noi dei negri non ci fotte un gazzo. Un gazzo. A noi i negri ci fanno comodo, ma non per i pomodori. Più negri e più siamo prosperi”. L’aggettivo mi sconcerta: “prosperi”, non “negri”. Il mozzicone lo faccio volare con agilità immobile, lo lancio con indice dinamico sul pollice fermo. Sono un uomo dal pollice morale. “Ascolta. Questi qui del governo, li governiamo noi. Do’ gazzo va Savvìni senza di noi. Che non capiscono un cazzo, ci ospita con lo stand a Pontida. I milioni suoi, li gestiamo noi”. Restiamo in una sospensione satura dello spritz che gli hanno portato e che non beve. Guarda la sostanza liquorosa, mi sconcerta ulteriormente: “A me lo spritz mi piace caldo”. Attendo la chiusa. Ci deve sempre essere una chiusa, nella narrazione calabrese. E infatti: “Ti faccio 50 euro tutti e tre i box doccia. Hanno il cristallo spesso così”. Medito cosa rispondere. Mi passa per la testa che nessun partito progressista raddrizzerà questa nazione. Ma è soltanto un attimo. Il progressismo viene sempre travolto dalla realtà. La realtà è quintessenzialmente più calabrese, che fascista. “Pensaci. Sai dove trovarmi. Cinquanta euro, tre box doccia di Leruà Merlè”. Si alza, abbassandosi. E’ un ossimoro carnale, una tendenza al tartaro dentale, un’osmosi tra sanguigno e atrabiliare, un’intera alchimia italica, il meridione delle nostre speranze malriposte. “Non va avanti, senza di noi, Savvìni”, gorgoglia allontanandosi. Ho vissuto il mio aneddoto quotidiano, mi chiedo come e perché le deità sanscrite hanno disposto che mi incarnassi, e molto, poiché dispongo di molta carne, qui, a queste latitudini, in un qualunque tempo: l’Italia è dove la geografia annulla l’epoca. Sono andato via, mi si vede gonfio, di spalle, nel sole calante, io, che degentrifico tutto dentro, che non trovo più ciò che è dentro, sparisco, vado via…

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