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Celebrando Helena Janeczek, vincitrice dello Strega 2018

Parlerò di premi, per premere sul parlare. Dirò del Premio Strega, andato a Helena Janeczek: è un fatto per me affettivo, letterario, politico – il tutto indifferenziatamente. Non è che io abbia mai intrattenuto alcun rapporto con i premi letterari. Non ho avuto in sorte una candidatura, non dico un riconoscimento, in più di vent’anni di lavoro letterario. Questa distanza dalle premiazioni non mi ha mai fatto male, fino a qualche anno fa, non mi sono mai accorto che ero sideralmente distante dalle sedi qualificate, Strega o Campiello che fossero. Da qualche anno, tuttavia, incomincio ad arrugginire spiritualmente e percepisco una sorta di ammanco personale, in merito. Sarebbe insincero dire il contrario o anche tacere della cosa. Forse, semplicemente, vorrei una carezza – non so, imparo a disconoscermi, a non comprendermi, a non familiarizzare più col me stesso. Si tratta di una nota strana, aliena, nella mia vita, questo vago desiderio, piuttosto luttuoso, di essere *riconosciuto*. E’ proprio il rapporto intimo con la forma del successo, che per me non ha mai funzionato. Non ho avuto successo in qualità di scrittore, bellamente ignorando o, più precisamente, non desiderando alcuna forma di riuscita in termini pubblici. Mi ha sempre molto spaventato la vita pubblica degli artisti di successo. Sono sempre rimasto agghiacciato dal risvolto orrendamente falsificante, che il rapporto tra artista e pubblico impone. Per me la questione della profondità a cui cerco di arrivare in ciò che faccio con la scrittura, e beninteso proprio non so se sia mai riuscito nemmeno a sfiorare, sta tutta nel testo. Mi è stato più volte rimproverato di non pensare in termini “mainstream” o, quando sembrava che lo facessi o lo avessi fatto, di non aderire alla leggibilità, di tentare strade esotiche o bizzarre o addirittura ridicole. E’ stata, questa “seconda navigazione”, e mi si perdonerà il platonismo dell’espressione, una regata essenzialmente in solitaria: qui alla scrivania, tra me e la tastiera, perforando molto l’interiore per perforare l’esterno, l’attrito del mondo, la realtà che tutti porta a qualche compimento, a una certa fatalità. Non pensavo a “divertire” l’altro e nemmeno a “farlo pensare”. Pensavo piuttosto a fare sperimentare all’alterità un’intimità, forse un’identità, un’uscita dal testo e dal pensamento. E tuttavia non è affatto vero che io sia stato solo, nella progressione idiosincratica verso la lettera, il ritmo, l’immagine, il flusso. Io ho avuto la fortuna di incontrare maestri: padri-madri-sorelle-fratelli. Avrei certamente desiderato incontrarne di più, per pura golosità emotiva e fame intellettuale. Tra queste ancore di salvataggio e propulsori ad alta intensità, si colloca sicuramente Helena Janeczek, fresca vincitrice del Premio Strega. Mi devo anzitutto scusare se, per parlare di Helena, ho iniziato con il parlare di me stesso, pratica che ho sempre cercato di frustrare, parlando del me stesso gonzo e incapace, con pauperismo d’accatto ed esiti discutibilissimi. Tuttavia non saprei fare diversamente, perché Helena è una componente importante nella mia esistenza. Appare in carne e ossa e carta in un capitolo del primo libro in prosa che scrissi. Si intitolava “Assalto a un tempo devastato e vile” e lì Helena è un’epifania della letteratura pura, quella che è in grado di salvare una vita (la mia, in quel caso). Au reverse, il gruppo di casupole in cui sono cresciuto, il quartiere periferico milanese Calvairate, compare in una delle più impressionanti accelerazioni della letteratura di Helena, nel capitolo finale di “Cibo” (poi edito in un a solo in “Bloody cow”, per il Saggiatore). E’ dal 1996, del resto, che con Helena si parlava di narrazione e di poesia. Lavoravamo entrambi in quel falansterio segratese che era la Mondadori – una Mondadori radicalmente diversa dall’attuale. In quel palazzo, che non ha smesso di ossessionarmi negli anni, erano impiegate a vario titolo più di 2mila persone, una massa di lavoratori improponibile nelle strutture editoriali odierne. Con Helena si metabolizzava, tra gli open space al quarto piano di quel palazzo, il magistero di Ferruccio Parazzoli, che ci insegnava editoria e letetratura, insieme a una generazione portentosa di intellettuali e artisti (per me è rimasto un dream team, c’erano Franchini, Riccardi, Turchetta, Brugnatelli e tanti altri, alle cui parole mi abbeverai). Le conversazioni con Helena, che era capace di incardinare una visione del mondo stupefacente e complessa intorno a un verbo declinato da Paul Celan in un verso, erano un’ossigenazione che ha fatto il mio metabolismo – mi sono letteralmente e letterariamente formato anche attraverso questa splendida scrittrice. Il suo “Lezioni di tenebra” fu per me uno choc potente e indimenticabile. Helena ha messo mano in modo definitivo all’apertura delle narrazioni in Italia. E’ un’autrice del tragico, che si ripropone in forme rinnovate, annullando gli annaspamenti narrativi del ventennio precedente e anticipando le sperimentazioni del ventennio successivo. Con Helena si impone l’ibridazione come forma aperta e finale. Non c’è testo in cui Janeczek non abbia composto una variazione impressionante sulla poesia in prosa e la prosa in poesia, che è stato il mandato storico a cui hanno lavorato in tanti. In quegli anni emergeva in poesia il primato di Milo De Angelis, insieme alle forme prosastiche ed epiche di “Umana gloria” di Mario Benedetti e de “Il profitto domestico” di Antonio Riccardi. Erano gli anni in cui Franchini componeva il suo formidabile “Quando vi ucciderete, maestro?”, Valerio Evangelisti imponeva la dominazione del fantastico nelle terrificanti immagini di “Metallo urlante” e poi “Black flag”, Wu Ming 1 iniziava ad accelerare i i ritmi varianti che avrebbero fatto deflagrare la forma in “New thing”, mentre Tommaso Pincio sconcertava tutti noi con “Lo spazio sfinito” e Walter Siti e Michele Mari iniziavano l’opera di demolizione dei protocolli di quella stolida ossessione parapoetica, che si sarebbe poi detta “autofiction”. Helena non lavorava soltanto ai propri testi: migliorava e scardinava quelli altrui – non si scordi fu lei l’editresse di “Gomorra”. E’ dunque tutto molto coerente, rispetto al successo che Janeczek sortisce oggi, allo Strega quanto tra il pubblico e la pubblica opinione, con il suo “La ragazza con la Leica”. Sono convinto che non si tratti del suo testo più radicale, ma certo è quello più monumentale, rispetto a tutte le torsioni letterarie che ha prodotto negli anni. Vederla festeggiare sorridente tra l’imbarazzo e il placido tentennamento, una forma di difesa psicologica abituale in lei, sempre un poco assente o intenta a una cautela silenziosa tremula e tenerissimamente guerrigliera, è stato dunque un momento di compimento amoroso, quanto di riconoscimento artistico e intellettuale di una generazione schiacciata dalle oscenità del bestsellerismo meno qualitativo e dal diniego dell’egoriferita anagrafe che precede gli attuali 40/60enni. Si aggiudica il Premio Strega una scrittrice che ha contribuito a inoltrare la letteratura italiana nel canone di una lingua angelica in quanto morta, attraverso poetiche che cantano la complessità, emettendo un ultrasuono che via via si verifica essere una nota politica, storica, epica, tragica, lirica. La volpe e l’uva, che è la fabula attraversata in questi recenti anni di esistenza tristanzuola del sottoscritto, lasciano istantaneamente la scena a un Armstrong che mette piede per tutti noi sul suolo selenico, gelidissimo e bruciato dalle radiazioni solari – ed è un peccato significativo che, per metafora, io ricorra a un astronauta e non a un’astronauta, il che è anche una delle quintessenziali battaglie poetiche e politiche di Helena, un corpo a corpo con la storia e l’ipocrisia di genere continuo e convulso negli anni. Mi stupiva molto una risposta di Luca Pisapia, alla presentazione del suo “Uccidi Paul Breitner”, a poche ore dalla vittoria di Helena: diceva che, lavorando come giornalista sportivo, per 364 giorni, 23 ore e 50 secondi, pensa che Bolt sia dopato, ravvede le storture di un sistema di condizionamento planetario in forma di spettacolo sportivo – ma, per i 10 secondi in cui Bolt corre, gode. E’ esattamente ciò che ho avvertito, nel momento in cui ho visto Helena impalata e tremebonda, conciliata e pacifica, agitatissima e cauta – insomma, felice, nella sua siderea distanza tanto ravvicinata, nell’indentramento profondissimo che le conosco. I premi sono un sistema dopato e dopante? Forse, tuttavia i miei 10 secondi me li sono goduti, la Usain Bolt della letetratura italiana contemporanea ha stracciato l’ennesimo record. E’ stato un momento bellissimo, non soltanto per Helena, non soltanto per le lettrici e i lettori – lo è stato per me. E di ciò, insieme alla gratitudine che da sempre porto a questa straordinaria scrittrice per le sue opere d’arte, che sono poi un’unica immensa opera d’arte, ovvero un maelstrom di letteratura pura e sporca, striata e abbacinante – di ciò io porto a Helena Janeczek un’immensa riconoscenza. Leggetene, bevetene, mangiatene tutti: è la voce potente del nostro tempo e della nostra lingua, oltre il nostro tempo e la nostra lingua. E’ una fortuna disporre di artisti grandi, mentre si vive. Non sprecate questa fortuna.

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