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VANZINISMO, SALVINISMO, ORONZO CANA’ E LA LIBIDINE COI CONTROFIOCCHI: PERENNITA’ DEL FASCISMO ITALIANO

La morte ride? Quella di Carlo Vanzina, forse, sì. Non si sarebbe mai misurata, nel corso degli ultimi decenni, una santificazione simile dell’inevitabile strapaese italiano, se non si fosse incappati in qualcosa di inquietantemente simile con le celebrazioni di addio per Paolo Villaggio, solo un anno fa. Con tutti i rispetti, ma anche i dispetti, Villaggio è stato un artista assoluto, mentre Vanzina non lo fu mai e non ci teneva minimamente a esserlo. Ora, compiere un discorso sullo spettacolo che ha fatto l’Italia e che la nazione sta dando, a oggi, sembra un’inutile ermeneutica, buona per analisi parasociologiche, che adattavano lo sguardo dell’interprete alla landa desolata che fummo e che non smettiamo di essere. Tuttavia, aprendo i quotidiani on line, c’è già una dichiarazione di tortura e ludibrio universali, rivendicati come spettacolarizzazione finale dal Ministro delle Interiora: chiede che una settantina di migranti scendano da una nave della Marina italiana in manette. Come si fa a scrivere di Vanzina, mentre Salvini assurge a ruolo di protagonista di un simile orrore? Si deve tuttavia scrivere. Bisogna comprendere che Vanzina intercetta da sempre Salvini. Non si sa se Salvini, ovvero l’antropologia che sottende, crei Vanzina oppure viceversa. Carlo Vanzina, insieme allo zazzeruto fratello, componeva una coppia archetipica nello star system italiano. Mentre gli americani vantano Stanlio e Ollio, noi potevamo vantare i fratelli Vanzina, che non casualmente non stavano davanti alle macchine da presa, come i comici statunitensi: ci stavano dietro. I figli di Steno ereditavano dal padre uno sguardo e una vocazione tutti intesi nel gorgo italico. Erano, i Vanzina, figli d’arte, certamente – ma di quale arte? Steno compose un ritratto impressionante del carattere nazionale. Con film come “Guardie e ladri”, “Un giorno in pretura”, “Un americano a Roma”, fino agli orrori dei vari “Piedone” con Bud Spencer e alle risate grasse e involgarite de “La patata bollente” o di “Fico d’India”, il progenitore dei Vanzina fu un Vanzina egli stesso, che vendette l’anima al demonio – e quel demonio era l’Italia. Non paga di una caleidoscopica rappresentazione in termini artistici, l’Italia volle di più, da Steno e dai suoi colleghi: volle il berciante, la santificazione dell’inganno e della furbizia a basso prezzo, la salmodia dell’egoismo quale unico valore esistenziale, il canto epico del grano in tasca e dell’erba del vicino, la mitologizzazione del razzismo etnico e di genere, l’abbassamento della congerie nazionale a un paesaggio degno del Tormento di Sant’Antonio di Matthias Grünewald. La volgarità come cifra corale e il coro lo cantava la brava e buona gente della nazione. Non erano tanto di là da venire i Lino Banfi, i Renzo Montagnani, i Jerry Calà. Ci pensarono i figli di Steno a dare risalto alla suburra ottantina, infarcendo di memorabilia le loro supposte pellicole, che contribuirono all’enfasi del peggio, rimbalzando dagli schermi alla testa delle masse, almeno quanto le masse ispiravano quegli schermi. La coincidenza, per nulla casuale, con cui l’emittenza privata, capitanata dal tycoon in fard, Silvio Berlusconi, sparava nell’etere italiano immagini deprimentemente e ansiogenamente laide, faceva dei capolavori vanzini una cassa di risonanza all’incoltura che finalmente saliva al potere senza mediazioni. L’opera di scurrilità cinematografica e televisiva non creava affatto un consenso, per andare a occupare le stanze dei bottoni: lo trovava. Questo è un doppio passo che spesso si fatica a comprendere nella centralità che gioca in questa landa desolata, che parla Dante e scoreggia Alvaro Vitali: il consenso qui non viene creato, c’è già. Lo si trova. Lo si raccoglie. Basta sintonizzarsi sull’onda delle varie suppurazioni, escrescenze, decomposizioni del temperamente italico e il gioco è fatto. E’ per questa ragione che l’Italia non manca mai di farsi trovare pronta all’appuntamento col fascismo. Parliamo, citando il fascismo, di una forma politica ed estetica che è il prevanzinismo, con le sue quinte grottesche, celebrative di un impero cartonato, in cui al posto di Cesare c’è un pericoloso buffone con problemi tricologici e lo sterno troppo esternalizzato. Le boutade dei Vanzina, così come il racconto portato avanti nei decenni dall’illustre genitore, sono la stessa cosa delle smorfie da primate romagnolo del Boccione – perché questo si è dovuto anche sentire e studiare: gli italiani chiamavano “Boccione” uno sterminatore. La risata italica non è quella da cui Luigi Pirandello traeva una teoria della commedia universale, quanto piuttosto il borborigmo dei “Fichissimi” o i peti a denti larghi, con cui Abantantuono e compagnia per nulla bella nutrirono l’epa dei connazionali. Non stravolge tanto la logica e i vari parnasi interiori il fatto che si saluti come un maestro Carlo Vanzina: sono le logiche del funerale 2.0 a cui assistiamo, con sconcerto e desolazione, da Charlie Hebdo in poi. Se muore uno, tutti a strascicare saluti e ringraziamenti al caro estinto, che sarà estinto ma non è mai stato caro. L’omaggio italico è sempre ambiguo, infido e levantino. Tuttavia un maestro Carlo Vanzina lo è stato. Ci ha fatto nemmeno intuire, ma propriamente oseervare nel suo tumultuoso sviluppo una civiltà spettacolare, quella italica, che aveva da sempre anticipato le politiche e le tecniche di condizionamento del pensamento come deiezione intestinale. Figli di Steno, i Vanzina reclutarono il figlio di De Sica: mi chiedo a quale latitudine si sia vista una simile coerenza nell’evidenziare i germi di decadenza impliciti in una corrente estetica. Fai l’arte? Puoi farla, a patto che tu sappia che anzitutto l’arte è l’arte di arrangiarsi, di fare pappa delle responsabilità, di cincischiare con il mezzuccio, di inculare il prossimo impunemente, al contempo lamentandosi di tutto ciò. Noi italiani veniamo giù da Aristotele, attraversiamo il rogo di Giordano Bruno, ci autorappresentiamo in Goldono, cantiamo Verdi non capendo un’acca di Manzoni, piangiamo neorealisti e commediografi con Risi e Monicelli, ma culminiamo coi Vanzina. Che non si trattasse tuttavia di sottocultura berlusconiana eretta a sistema di controllo nazionale, il che costituiva per vent’anni la più raffinata e cieca tra le analisi da sinistra, è molto chiaro oggi, quando si interpretano quelle medesime istanze personaggi distantissimi dall’immagine, dalla formazione, dall’appunto supposta sottocultura di Berlusconi. Luigi Di Maio che si autocelebra con Lino Banfi, rievocando i fasti e i nefasti dell’allenatore Oronzo Canà, così come l’endorsement che Jerry Calà (con tanto di contrululato dimaio, a colpi di libidine, doppia libidine, libidine coi controfiocchi) lancia nel neoetere a favore del governo semifascista in cui ci troviamo a vivere questo scorcio scorsoio di vita – ecco riaffiorare il vanzinismo, che si dimostra non essere affatto una declinazione berluscona, ma certamente un’incarnazione dello spirito italiota. Va detto che queste prospettive, così come i nomi citati, compreso quelli di Salvini e di Di Maio, non sortiscono memorabilità o riconoscibilità tra i giovani sventurati, che hanno avuto la malasorte di nascere a questi tristi tropici. Ciò non toglie che i migranti in manette emergono nitidamente dall’eiezione di tutta quella cinematografica attualità, che ci siamo ciucciati per quarant’anni e passa. Se si vuole acuire lo sguardo, è in quel letame che abbiamo visto crescere i fiori del male: erano crisantemi, poiché l’Italia è una forma universale della morte in vita e della vita in morte. Buon Oronzo Canà a chi arriverà qui nei prossimi ventennii.

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