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Il Parlamento zombie su “L’Espresso” e il Parlamento secondo me

Su “L’Espresso” di ieri c’è un approfondimento abbastanza impressionante sul Parlamento, a un secolo dalla prima seduta. E’ il luogo di autorappresentazione del Paese, perfino nel corso del ventennio fascista, quando fu trasformato in Camera delle corporazioni. Ciò che in quel luogo è avvenuto ne commina il senso vagamente sacrale, che la laicità non evita di praticare, quell’aura storica che impone il rispetto, la cautela e forse la saggezza, a tutti i soggetti che mettono piede nella veneranda aula. Ci lavorai nel 1994, attaché alla presidenza della Camera, e ricordo l’impressione che mi fece l’emiciclo la prima volta che ci misi piede: un’aula così piccina, una sorta di scenario da presepe di San Gregorio Armeno, qualcosa di ligneo e cuoiato rosso Basile, cupolare e ottocentesco, ma anche barocco e secentesco, ma anche settecentesco per via di una rarefazione dell’illuminismo che lì si consuma nell’aria dittafonica degli scribi che stenografano a quattromila euro al mese. Pochi giorni dopo il mio furtivo ingresso in quell’opus magnum della democrazia nazionale, mi trovai di fronte l’ex presidente della Camera, Nilde Iotti: cerea, anzi gessea, lo sguardo fessurato come quello di certi gaviali che esprimono un nirvana rettile, la pelle impastata di un cerone naturale, le rughe poche e nette, era tutta fessurata Nilde Iotti, una grossa matrioska che era stata amata more uxorio da Palmiro Togliatti, il foulard screziato che esorbitava dai canoni tessili di tutti i foulard che avevo scrutato alle feste dell’Unità, Nilde Iotti era la regina gipsy di tutte le feste dell’Unità, i capelli scriminati, liscissimi e tirati, gessei anch’essi, capelli lucidi paralleli come le convergenze democratiche escogitate da una uomo dalla zazzera antagonista a quella geometrica di Nilde Iotti, ovvero quella di Aldo Moro, frezzata e spumosa, il fulgore brizzolato con basetta che trascinava gli anni Sessanta più borghesi nel casino tricologico dei Settanta, sbuffatamente prussiano il capello di Aldo Moro e lucidamente cartesiano quello di Nilde Iotti, statuaria, steatopigia, priva di parola come si conviene alla sacerdotessa delle saghe di qualunque latitudine, una vestale dai fianchi larghi, un monito vivente e non vivente, qualcosa di talmente templare da costituire una conciliazione tra vita e non vita, tra morte e non morte, un’inorganicità minerale, metamorfica, salgemma pronto a parlare, a emettere un’onda fonica, severa, gessea anch’essa, tutto gesseo, tutto precipitato nella femminilità misterica di Nilde Iotti, il suo segreto sessuale costrittivo e reinterpretato come assenza assoluta di sessualità in Nilde Iotti, una donna arrestatasi in pietra monolitica alla morte di Togliatti, santa da trasportare sulle spalle in una processione pagana e parlamentare, che scuoteva la campanella nello scranno della presidenza a Montecitorio, la femminilità matronale di Nilde Iotti comunicava la statica del tempo, finché c’era Nilde Iotti il tempo scorreva secondo ritmiche inumane, lentissime, noi potevamo adattarci a tutto, alla rivoluzione in slow motion, alle risaie e alle mondine, al matriarcato emiliano, alla perennità della Chiesa post latinorum, alle conquiste delle sorti magnifiche e lentissimamente proiettive, a un Parlamento in cui regna sovrano il popolo, il popolo, il popolo: Nilde Iotti era la faccia demetrica del popolo, il versante tellurico del popolo, la grande madre del popolo. Quello era il Parlamento, è stato, fu. L’editoriale di Marco Damilano me lo ha fatto riemergere in forma di madeleine indigesta, come la pappina di bario che ti davano prima della radiografia al tubo digerente, opera necessaria, sopportazione cinese, perennità latina, locus coeruleus – nazione. Ecco: non c’è più.

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