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“Fahrenheit 11/9” di Michael Moore

Ieri ho assistito su La7 al devastante “Fahrenheit 11/9”, il nuovo e devastante documentario di Michael Moore sull’America trumpiana. Non è questione di cinema, ovviamente: è pura informazione e riflessione politica. Ha da insegnare parecchio agli italiani, dai responsabili del partito cosiddetto democratico a tutti coloro che non si capacitano del fatto che la nazione si sia avvitata in un’antropologia solo apparentemente indecifrabile, perché è decifrabilissimo il fatto che il malessere percepito, la crisi sociale ed economica, il crollo degli indici di scolarizzazione e la cultura elevata a disvalore altro non potevano che condurre qui dove siamo, cioè ben oltre gli Stati Uniti, che arriveranno sempre dopo gli italiani, poiché, come sloganizza il nostro ministro delle interiora, gli italiani vengono prima, anticipano tutto in occidente. Il diorama americano allestito dal montaggio di Michael Moore, provocato dalle sue geniali intuizioni sceniche e satiriche, non lascerebbe speranza, se non fosse che la lascia eccome, mettendo sotto l’obbiettivo le spinte collettive che stanno confermando quanto gli States siano terra di colonizzatori e anche di enormi istanze democratiche e socialiste. Scorrono immagini allucinanti: interventi misogini, razzisti, violenti dell’incredibile presidente che domina sciaguratamente dalla Casa Bianca in questi mestissimi anni. Trump è una merda totale, è il presidente delle interiora, parla alla pancia del Paese perché è fatto soltanto di visceri. Insieme alle immagini scorrono i malati e i morti di Flint, città contaminata dalle politiche ignominiose del governatore Rick Snyder, una sorta di Trump non tanto in miniatura, che ha fatto bere acqua con piombo agli abitanti dell’ex capitale dell’auto mondiale, riservando acqua pura alla General Motors per lavorare senza tossicità sui veicoli, mentre il popolo veniva martoriato dai metalli pesanti. E scorre insieme alle immagini la registrazione dell’enorme, indegno tradimento che i delegati democratici hanno perpetrato nei confronti di bernie Sanders, il leader socialista che l’élite del partito ha eliminato con una congiura vergognosa. E’ una rappresentazione impietosa di un popolo sconcertato, condotto all’espressione di un razzismo che ad altezza 2018 smentisce la storia dei diritti di cui l’America è stata faro, una tragedia in atto a base di violenza, menzogne di Stato, social fakework, assalto all’arma bianca al femminile e alle classi povere, speculazione impensabile da parte dell’1% degli ipercapitalisti. Ma è la testimonianza di un risveglio possibile, di momenti altissimi di autoconsapevolezza collettiva in tema di libertà, praticata da insegnanti, da giovanissimi, da minoranze oppresse, per stipendi che non siano umilianti, contro lo sfruttamento, in lotta per l’abolizione del porto d’armi diffuso. Il film si chiude con uno dei momenti più alti e potenti della storia contemporanea: il silenzio di Emma Gonzalez, sopravvissuta alla carneficina nel suo liceo di Parkland – 6 minuti e 20 secondi di puro silenzio, di fronte a quasi un milione di persone a Washington, nella manifestazione più partecipata in Usa dai tempi del Vietnam. Sono riuscito dalla visione disgustato e speranzoso, allibito e iracondo, frustrato ed entusiasta, grato a Moore e a La7, che ha trasmesso in anteprima assoluta questo documento pazzesco – al di là delle retoriche, andrebbe proiettato in tutte le scuole di quel Regno che è diventata la nostra Repubblica. Recuperatelo ovunque, guardatelo e fatelo guardare: il 9 di novembre è addirittura più tragico dell’11 settembre. Fatelo.

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