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Dal libro inedito “Oscuro arcaico”: capitolo quinto

Ecco il quinto capitolo del libro inedito “Oscuro arcaico”, che vado pubblicando on line e non avrà mai editore, perché troppo cupo, indecifrabile, ottuso e inadatto all’editoria italiana, essendo più idoneo all’editoria polacca, ungherese, russa forse, anche dello Stige se lo Stige esprimesse un’editoria. Preannuncio che il capitolo 6 verrà pubblicato settimana prossima dalla rivista “Verde”, con cure grafiche speciali. Intanto questo pezzo, che è un capitolo di pausa, in cui si racconta soltanto di un bambone, un bamba, che ti viene addosso minaccioso, per sferrarti un pugno in faccia: è il grande “no” alla vita, che è un “sì”. Buona lettura.

GIUSEPPE GENNA
OSCURO ARCAICO

[Primo capitoloSecondo capitoloTerzo capitolo – <a href="http://%5BPrimo capitoloSecondo capitoloTerzo capitolo]” rel=”noopener” target=”_blank”>Quarto capitolo]

Capitolo quinto

Qui viene il momento della lotta, improvviso, sempre. E’ un lutto improvviso. Una religione in atto.
Questo è il momento della disappropriazione, della consistenza, del moto più saldo e veritiero. Il momento della lotta ti educa a che il mondo c’è, non puoi schivarlo. Il mondo, del resto, è frontale, occupa tutto lo schermo della visuale, non puoi trovare in esso una frattura o una crepa e infilartici dentro per evitare l’impatto, il gong, lo schianto.
Il cielo corrusco si apre un minimo, in alto, passa uno spicchio di luce, fa l’effetto delle canne dorate dell’organo in chiesa, è un cielo solenne e celebrativo, i raggi polifonici del sole penetrano in questo spicchio e corredano lo scenario, facendolo più tumultuoso, più celestiale, illuminando i cumulonembi che sembrano un coro di angeli furibondi. Tutto vira alla rabbia.
E’ frontale e immobile, è fermo lì davanti a te, uno dei collegiali. Massiccio, immobile, lievemente proclive con il volto verso di te, la fronte spaziosa dell’ottuso, i pugni serrati come acciaio, i denti che digrignano sotto le labbra costrette, quell’ombra nello sguardo, quei capelli minacciosi, quei vestiti di fustagno, tutto pare avanzare per un effetto ottico o un tapis roulant verso di te, per una delle molte rese finali. L’uno a uno è terribile, si fatica a sostenerlo. Proteso verso di te, sembra in bianco e nero. E’ capace di tutto e fa aleggiare le fruscianti ali del corvo mortuario, simbolo di accecamento e fine.
Le rocce compongono sullo sfondo, insieme all’erba spessa, fili grassi, bianca e nera, uno stratagemma del paesaggio, per enfatizzare il suo avvicinamento. La sagoma piatta di questo compagno del Collegio pare ordita dal destino, il suo nervo è scosso, si sente un flagello.
E’ un martello. Dietro c’è il rumore incessante del torrente Tenda.
Intorno a lui e con lui il tempo è fermo e cresce il gradiente di un tono monocromo, simile a un ronzio.
E’ una testona dalla fronte corrugata, minacciosa, che si avvicina a te.
L’evidenza della sua rabbia ti spaventa. Sta in una brusca e continua contrazione muscolare. L’iracondia gli rende paonazzo il volto. La sua testa si avvicina sempre di più, quasi preme il suo occipite contro l’aria, statua rossa che si protende in una pagoda fatta di aria. Cresce al crescere dei secondi la sua furia contro di te.
Tu passi dall’essere disarmato alla convocazione di qualunque forza a disposizione, distribuita in ogni fibra. I padiglioni auricolari si induriscono. Aumenta una certa febbre. I pugni si stringono, il fiato si fa denso, vaporoso. La postura muta, il gesto è difensivo. Le ossa si allungano, la loro meccanica positivista si attiva.
La natura intorno, tumefatta, sta. C’è l’abbrivio nell’aria e basta.
Le due teste, una contro l’altra, a mo’ di stambecchi, si piombano, faccia a faccia. Adesso tira un pugno e si spacca il naso.
Tutta la natura dice: NO
Ecco lo scontro.

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