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Andamento lento: la voce di Matteo Salvini durante i comizi e sempre

Una volta stavo vedendo “Propaganda live” di Zoro & Tutti Gli Altri, e, se non la vedevo, col cavolo che mi mettevo a sentire un comizio di Matteo Salvini, e quelli di “Propaganda Live” erano al comizio romano di Matteo Salvini, seguivano una coppia che andava in giro con un precetto evangelico su un cartello, ma io mi assentavo e non seguivo più la vicenda, perché restavo ipnotizzato da voce retorica ritmo energia fonica di Matteo Salvini. Era un cupo sottofondo, basso continuo, una melassa audio che non arriva al baritonale, ma resta sospesa in una sostanziale parlata da montagnino o lacustre, posti umidi dove si fa la polenta, nemmeno in rifugio ma più in basso, delle villette fuori dal centro di Limone Piemonte o verso Piazza Torre, un tono da casalingo di Cerro Maggiore, monotono con chine precollinari credute un Everest, un’atmosfera tra corde vocali impossibilitate al gorgheggio e intese soltanto al poltronaggio di quelle tonalità tipiche di Roberto Fogu che cantava la sigla italiana di “Jeeg Robot D’Acciaio”, un procedere lutulento in una palude di fanghiglia viscosa e grigia, il ragionierismo del geometra di Cazzago Brabbia o del Bustocco, tanti Giancarlo Pagliarini collassati in una gola un po’ infiammata e da trattare al massimo con lo Iodosan, più farina che Farinelli, la sensazione di giocattoli rotti e in disuso non in una soffitta ma ai margini di una terra di nessuno in via Zama prima degli zingari, una carrozzina per bimbi anni Settanta con le ruote di gomma piena bianchicce e deformate nei raggi capovolta, la monotonia non del bisonte nelle steppe americane ma della mucca scottona che bruca nei campi del Cuneese tra Saluzzo e Fossano, battute la cui brillantezza si misura non con watt e volt ma con candele, il roco borborigmo del motore di una Fiat 850 color panna sporca di smog che si accende in una mattina di gelo nel gennaio 1980, nessuna peripezia verbale come in un regesto del catasto o in un organ house della Tau Marin® nella sala di attesa di un dentista con lo studio sulla circonvallazione esterna, quella pesantezza barbogia che fortunatamente è sconosciuta a sud e a ovest e a est dell’Emilia a parte il Molise, una compulsione fiacca senza sbalordimento, una ciaccona lenta, Ciccio di Nonna Papera in un fumetto in cui in ogni vignetta dorme e non succede nulla, schemi retorici nemmeno elementari e invece a basso numero di ottani, l’impennata della fantasia tipica di un impiegato savoiardo degli anni Dieci nel XX secolo, una sorta di Max Pezzali che canta la fine del cotechino anziché quella dell’Uomo Ragno, Mauro Repetto con 110 kg di più che salta accanto a Pezzali con il carrello da spesa al Simply al ritmo di tre ottavi, un comizio che incendia il popolo al massimo grazie alla Diavolina ma che è finita e ne rimangono poche gocce nella bottiglia in plastica grigio antracite, una slavina da cui ci salviamo non correndo ma camminando per digerire la cassoela con la cotica bollita e la verza che fa un po’ di rigurgito, la vis retorica che sta a quella di Luciano Lama come il tramezzino con l’insalata russa sotto cellophane all’autogrill sta al manzo di Kobe o al tartufo d’Alba trattati da Alain Ducasse, la verve di un pendolare che va a lavorare sui bus della Busnelli da San Donato o verso l’Idroscalo alle 7.35 di un mattino di nebbia, la vita vivente dei sottaceti accanto alla bresaola nei piatti alle cene eleganti berlusconiane, della rapa bianca messa sottaceto e sottovuoto e buttata via dopo un decennio che stava chiusa perché non sai se si è sviluppato il botulino, la gnàgnera del bambino macrocefalo a otto anni che ha 37.6° di febbre e non sai se mandarlo a scuola o meno, tutto come mettersi addosso una giacca a vento della Facis comperata quando c’erano le lire e mai indossata ed è troppo leggera per il freddo che c’è ma sei uscito di casa e sei lontano settecento metri ed è troppo per tornare a cambiarti e non hai voglia, una minestra di fagioli e strutto non nel piatto ma quando è nella pentola a pressione Lagostina sul fuoco lento… Potrei andare avanti all’infinito o allo sfinimento, come fa lui, ma per fortuna io non ho assolutamente nulla in comune con Matteo Salvini, per cui ciucciatevelo voi. Ciao.

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