La risposta all’aggressione fascista ai giornalisti de “L’Espresso” è “L’Espresso” stesso.

Avrei voluto scrivere della copertina eccezionale de “L’Espresso”, che a mio parere è la più potente dai tempi della leggendaria “Uomini e no”, con l’iconica contrapposizione tra Aboubakar Soumahoro e Matteo Salvini, che spiegava e continua a spiegare il conflitto politico e antropologico oggi attivo a queste latitudini. Avrei desiderato sottolineare la forza del segno, che “L’Espresso” sta implementando di numero in numero, ripristinando il livello simbolico, per costruire un campo culturale ed editoriale. Avrei ambìto a discutere il fatto che il magazine più necessario del Paese andava a mettere in migliaia di copie, in tutte le edicole italiane, un quadro astratto, Il quadro che il presidente Sergio Mattarella ha esposto durante il discorso di fine anno al Quirinale, realizzato da Diego Salezze, veronese, classe 1973, che da decenni lavora in laboratori dedicati alle persone con disturbi dello spettro autistico e la cui opera era stata esposta alla fondazione Franco Basaglia di San Servolo e quindi donata al Capo dello Stato durante la visita dello scorso novembre al centro di cura per l’autismo a Verona. Avrei tenuto a ribadire perché e come il direttore Marco Damilano, in uno dei suoi editoriali più belli in apertura del giornale, identificava Sergio Mattarella come voce dell’istituzione e non come ideologo di professione in trasferta premio al Quirinale, mentre il discorso è altro e riguarda la voce della democrazia e la riassunzione del passato in un presente sempre più avanzato, nel quale non smettono di fiorire le radici di una stagione storica importante, ovvero quella tra Ottanta e Novanta, quando la sinistra democristiana si propose come unico serio avversario al postcraxismo e al berlusconismo. Avrei anche sperato di intercettare una provocazione che a mio parere fonda il titolo di copertina de “L’Espresso”, ovvero l’ironia per cui, contro il modello ormai trascorso di Forza Italia, non può crearsi il partito Forza Buoni. Avrei espresso questi desideri, scrivendone, perché da scrittore nutro una fede assoluta nel testo e quindi nel segno, una laicissima religione che mi sembra ripristinata nell’editoria italiana da pochissimi soggetti attivi e perlopiù giornalistici, in primis proprio da “L’Espresso” di questa lunga trasformazione dell’antropologia non soltanto nazionale. E invece: no. Non si può discutere di queste, che sono tutt’altro che amenità, perché proprio ieri due giornalisti del settimanale, Federico Marconi e Paolo Marchetti, sono stati aggrediti da neofascisti che commemoravano le morti di Acca Larentia, secondo ritologie dettate da Avanguardia Nazionale e dai postumi di Stefano Delle Chiaie, due tra le molte entità che sarebbero costituzionalmente vietate. Sembrerebbe di essere nel 1979 e infatti “L’Espresso” sta dicendo questo da mesi e mesi: la marea montante, che alcuni avventatamente definirono e definiscono antipolitica, è al contrario politica: è di matrice fascista. Non si sta a portare le prove di ciò, perché è la realtà stessa a produrle. Come, esattamente come, lo Spada jr che prese a testate il giornalista di “Nemo”, Daniele Piervincenzi, ieri i guappi neri, capitanati dal leader romano di Forza Nuova, Giuliano Castellino, i neofasci hanno malmenato, identificato, estorto materiale professionale al cronista e al fotografo de “L’Espresso”, a fronte delle forze dell’ordine, spettatrici non paganti di un episodio gravissimo di violenza ideologica e fisica, mentre avrebbero dovuto condurre immediatamente in questura il Castellino stesso, che al momento è sottoposto al regime di sorveglianza speciale e sconta il divieto imposto di girare liberamente, tanto più per pugne e manipoli di balilla in libertà. Sollecitato sulla questione, il ministro responsabile delle forze armate medesime, si è rifugiato in un breve generico intervento, a tema galera per i cattivi, che in galera o quasi già ci starebbero, appunto, se qualcuno facesse rispettare le ordinanze dei tribunali. E’ un episodio che riveste una certa crucialità, umana e ideologica, con due giornalisti insultati come “pennivendoli”, secondo la retorica politica in voga in questi mesi e nella pancia della nazione da molti decenni. La solidarietà concreta e fraterna agli aggrediti non è scontata, poiché non è che i colleghi delle testate di area centrodestrista o governativa siano corsi a portarla, secondo le più viete e storiche pavidità del comparto giornalistico italico, che risalgono a Cavour e passano per Mussolini, arrivando fatalmente all’oggi. Tuttavia mi sembra che uno degli atti concreti che posso compiere io nel mio piccolo è proprio ribadire il valore, l’attualità bruciante e la rilevanza della copertina de “L’Espresso” di questa settimana. L’antidoto all’attuale e sempiterno malcostume italiano è tutto lì, nelle parole e nella storia personale del Presidente della Repubblica, nell’opera d’arte che ha collocato accanto a sé durante il discorso di capodanno, nello sprone che alfabeticamente ha deciso di veicolare il settimanale, quel “Forza buoni” che significa soltanto questo: “Forza umanità”.