L’editoria alla fine: trascendimento dell’editoria. Su Book Pride 2019 e vasti dintorni

Passeggiando, rubricando gli spazi, esplorando i milioni di pagine, scrutando migliaia di volti, conversando per niente fitto con pochissimi colleghi e amici, intervenendo a tre incontri, dando sette pacche sulle spalle a sei persone, contando i volumi che fuoriuscivano tra le mani degli avventori, ammirando lo spazio postindustriale molto milanese, commuovendomi un paio di volte, osservando con distacco certe dinamiche di piccola comunità, sentendomi dire che sono ingrassato enormemente, trovando un compagno di sigaretta filosoficamente attrezzatissimo, cercando con lo sguardo l’intesa degli astanti ai dibattiti in cui ero frontale agli intervenuti che ancora vengono detti “pubblico”, constatando che moltissimi nomi di moltissime scrittrici e moltissimi scrittori venivano richiamati con una facilità sospetta perché accumulativa e incrementale ma per nulla progressiva, abbracciando il direttore Giorgio Vasta, sedendomi solitario continuamente su panchine tra la vegetazione tipica delle gentrificazioni, notando lo scandalo dei professionisti per la nomina di dodici libri al Premio Strega, continuando a ripetere che il testo al momento non c’è più perché è trasceso e di fatto non è mai conduttore elettrico di verità per la collettività odierna, assistendo all’assalto dell’appunto pubblico della poesia, annusando l’incongruo puzzo di merluzzo fritto accanto a un foodtruck bio, misurando lo tsunami di pareri sui “ragazzi” “in” “piazza” e su Greta Eleonora Thunberg Ernman ovvero “Greta”, notando che nessuna parola rimbalzava dall’assemblea nazionale del partito maggiore di opposizione che eleggeva il nuovo (…) segretario, sorvolando qualunque chiacchiera e passeggiando mite e testimoniale e solitario in mezzo alla folla, assaporando il sentore di primavera lombarda e calda come una guancia, andando a prendere il motorino a cui si staccava il fanale posteriore, facendo circonvoluzione della città distratta, controllando lo smartphone e trascorrendo a telefono per un tempo inconsulto – ho dunque fatto l’esperienza della fiera dell’editoria indipendente Book Pride in Milano, che si teneva in contemporanea con l’omologa fiera dell’editoria indipendente Libri Come in Roma, e mi sono sentito felicemente solo. Mi sono sentito in connessione, molto intensa, con le persone che intervenivano agli incontri a cui ho partecipato: sguardi di complicità e opposizione, mite e veritiera, una dialettica che non ricordavo possibile negli ultimi anni. Ho sempre tentato di portare il rovello della verità ovunque intervenissi, ma sempre misuravo un gradiente, come dire?, di spettacolo, una finzione tutta connaturata alla frontalità, alla supposta preminenza degli editori e dell’editoria, che ora, e secondo me fortunatamente e molto motivatamente, non ha luogo di accadere, non ha spazio per esistere, crolla con un sentore di miserevole irrilevanza, non può nemmeno nascondersi dietro l’idolo del mercato, questa parolina che ne ha giustificato le malefatte anticulturali e le dinamiche di finzionalizzazione della realtà. Mi è sembrato di percepire la questione editoriale come un secondarismo, un minoritarismo schiacciato da movimenti giganteschi, una riduzione imposta dalla storia, che l’editoria e ciò che molto tempo fa si poteva chiamare industria culturale non stanno capendo e, di fatto, non avevano capito nei decenni scorsi. Gli svolazzi ridotti a svolazzi, gli orpelli a orpelli, la fede sempre interessata non nella letteratura ma nell’editoria stessa decresciuta a elemento microprofessionale, ridotta a una tenera sopravvivenza la saccenza del popolo del testo che se ne fotteva di ciò che accadeva in microfisica tanto quanto in teologia. Insomma: una fine umana. L’aggettivo surclassa il sostantivo: questo è importante sottolinearlo e comprenderlo. La disumanità di una classe intellettuale legata all’editoria è ora divorata dalla disumanità delle idrauliche 4.0, che a me pare tuttavia più accettabile di quell’angosciante cerchio della verità prestabilita in cui sono cresciuto. E’ bello morire, è dolce vedere morire con serenità: le gemme, le foglie, i fiori appassendo – e, appunto, l’editoria. Che si trascende, sia chiaro: c’è un’altra cosa, enorme, che esplode, che trasforma, che trasmuta tutto: la forza che attraverso il verde talamo preme il fiore preme la verde età dell’epoca nuova. A interpretare una tale forza sono pochissimi umanisti, perlopiù giornalisti, il che mi sorprende: pensavo che avrei vissuto la fine del giornalismo e mi ritrovo a vivere la fine dell’editoria, dei librari, degli ipermetrici del testo. Le filologie esplodono, si trasformano, trasmutano: muoiono per come le abbiamo trattate nei millenni. I romanzi non sono più romanzi e, se lo sono, è inutilissimo che lo siano: devono essere *veri*, devono condurre la vibrazione della ricerca di verità e dell’ipotesi di una risposta assoluta all’approssimazione dell’umano che pensa di interfacciarsi con una realtà. Ciò non accade? E chi se ne frega: questi giorni dimostrano che si può vivere senza testo, cioè senza ermeneutiche, senza strategie disgiunte dalle tattiche, senza momenti templari perché inferiori. Un effetto paradosso, che ulteriormente mi prende in contropiede: il luogo dell’estinzione è sovrappopolato. Del resto, come osservava il sempre inquietante Spengler, le forme finali assumono dimensioni ciclopiche. Allora ho visto una lucertola, tra l’erba poco rasata della vegetazione 2.0, in un metro quadro di verde dietro il footruck, dove nessuno passeggiava, è arrivato un cagnolino e la ha mangiata.

[Nella foto, scattata da Jonathan Bazzi, un momento dell’incontro a Book Pride con Viola Di Grado]