Lo spirito editoriale

Quando il testo sembra avere perduto consistenza, poiché l’umano non guarda più al mondo come se fosse un grande testo da leggere, e questo succede dopo millenni in cui l’umano pensava al “gran libro del mondo” e a deità che erano creatori nel senso in cui gli artisti creano e quindi anche sono *scrittori*, il testo si raddensa, si contrae divenendo pesantissimo, grumo di senso inalienabile, difficilissimo da reggere perché pesa come piombo arricchito – e si contrae in due testualità: le Sacre Scritture e il discorso politico. Cesare e Dio, in apparenza, ma sbagliando come sempre tutto: poiché Cesare è il corpo fisico e Dio è il corpo misterioso o, più correttamente, il corpo misterico. Allora cosa deve compiere chi è addetto al testo? Deve tessere, poiché il testo è il textum, ovvero ciò che è tessuto. Una delle modalità di tessitura, all’incrocio tra Spirito e Corpo, ovvero tra anima e politica, è, per me inaspettatamente, il giornalismo. Dalla costruzione editoriale viene sollevato il soggetto preposto, cioè l’editore. Questo accade perché, quando il testo si raggruma, si va a un’indifferenza tra hardware e software. Il discorso politico e quello animico diventano un’apertura al dialogo con il mistero, il quale mistero per i giornalisti consiste nell’ombra di verità. O si è apostoli, essendo giornalisti, o non si è giornalisti: il giornalismo è un apostolato. Chi non è giornalista eppure si crede tale, in questo tempo, entra nella nebula assai confusa tra palinsesti e contenuti, tra attimi sempre brucianti e navigazioni prive di rotta. Chi invece compie l’apostolato dell’ombra della verità, si ritrova a costruire un oggetto che è un soggetto. In questa differenza si apprezza il discrimine tra l’azione immorale e la giusta azione. Infatti esistono pochissimi giornalisti. Quei pochi che esistono muovono un colpo formidabile a ciò che oggi si autopretende letteratura, perché la scrittrice e lo scrittore non hanno più contezza del discorso originale, cioè del mondo come testo. Non ha alcuna rilevanza parlare di scriventi bravi o cattivi, ma centra il problema definire chi scrive in connessione con il senso: è il senso a costituirsi come *problema*. La scrittrice e lo scrittore sganciati dalla progettualità, che è la prima manifestazione del senso, non sono nemmeno perniciosi, perché sono inutili. Un conto è la chiacchiera e un conto il discorso. Gli stili e i generi devono generare progettualità in base al senso del discorso: devono fare la forma. E’ per questo motivo che un settimanale può risultare più letterario di tutta la letteratura secreta dal tempo presente. Per aderire all’intensità che impone l’esposizione al senso, serve un’alta temperatura spirituale, non il gradiente civile di ciò che si fa. Il rapporto tra padre e figlio è spirito, oppure non è e diventa trauma, con tutta l’enfasi e l’intera retorica che si trascina dietro l’ecclesia del trauma – poiché, all’apparire del trauma, il fenomeno umano elabora subito una chiesa, per riparare e ripararsi. La chiesa del trauma espone al rapporto col mondo in forma di contratti. La macchina burocratica è la voce ossificata di questa contrattualizzazione totale dell’uomo con il mondo: il contratto media la violenza non dell’uomo sul mondo, ma del mondo sull’uomo. Chi scrive davvero, chi è letterario, non si pone in questo rapporto lugubremente binario tra sé e mondo, abolisce il contratto, va in terra incognita. Di qui, immense responsabilità e assai indesiderato rapporto con il potere da parte di chi scrive (ovvero pensa) letterariamente. Tali responsabilità non impongono alcun trauma a chi è letterariamente nel mondo: la fatica non è traumatica ma è fatica, la sofferenza non è traumatica ma è sofferenza, la stanchezza non è traumatica ma è stanchezza. In chi intrattiene un rapporto letterario, cioè spirituale, con il mondo, da subito e per sempre, si impone un violento adeguamento tra sé e mondo: non una percezione bina, foss’anche gemellare, bensì una percezione unificata. Questa percezione unificata esprime un grado non tanto di oggettività, quanto di nitore dello sguardo sul mondo. Il momento in cui l’amaro calice viene esaurito e non c’è più nulla da bere è la letteratura, cioè lo spirito. La costruzione editoriale di un’entità di mondo, che sia un libro o un giornale, cade sotto questa struttura dinamica, in cui il sé sparisce (l’io è già sparito da subito) e il mondo anche, il tempo si contrae in un punto e lo spazio si offre per essere visto. Sentire profondamente è il presupposto: è disposizione al soffrire, è consapevolezza del piacere. Ciò non ha nulla a che vedere con la vita psicologica di chi scrive, che di preferenza sarà una vita in cui il piacere, e in particolare quello fisico, non si sa bene cosa sia, è turbativo, fonte di preoccupazioni o di distrazione.
Il fenomeno umano è un fenomeno editoriale.
Ho detto.

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