Meditazioni su Orfeo / 4: Rovesciamenti

Mentre la mente è stanca e i pensieri costano fatica, un’intervista a Emanuele Severino mi riporta, con inattesa precisione di traiettoria, all’Orfeo che devo comporre per la rappresentazione a Mantova (particolari, come già detto, in séguito). Uno dei momenti fondamentali, che non è detto che abbia rappresentazione nel testo, è la storia delle Argonautiche, cui segue la vicenda amorosa di Orfeo ed Euridice, la perdita di Euridice e, soprattutto, cosa accade prima della discesa agli Inferi di Orfeo: la vita che persegue il “rovesciamento”, la perdita e ciò che viene dopo la perdita, lo snodo del divenire che non è più divenire. Una situazione che, per quanto io intendo, coincide perfettamente con i rovesciamenti di cui Severino tratta nel passo che qui sotto segue: dall’esito dei rovesciamenti si subisce un lutto che conduce allo sguardo in un abisso, della cui sostanza l’umano non è avvertito, e che non può essere pensiero, dato che, come in maniera ormai celebre lo stesso Severino ha sentenziato con efficacia, “il pensiero è l’immediato”, ma esiste qualcosa da cui l’immediato emerge, qualcosa di non immediato e gli Inferi certo non sono immediati – il pensiero degli Inferi non è l’Infero. Ecco dunque la struttura non originaria che determina il presente da cui Orfeo si assenta, per introdursi in qualcos’altro, secondo le parole di Severino…

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Come si insinua la metafisica in DeLillo

delillo.jpgE’ una meditazione, non un saggio. Libere associazioni comunque legate ai testi. Per esempio il passo a pagina 166 dell’edizione tascabile di Underworld, testo che ho a pezzi tra le mani, dopo il trattamento a cui l’ho sottoposto per il nuovo libro che ho scritto e che, è ufficiale, uscirà il 20 marzo da Rizzoli col titolo DIES IRAE (per la nuova collana 24/7, pagine 768 – particolari in séguito). Scrive DeLillo:
“E’ famosa alla maniera moderna delle persone i cui nomi vengono strategicamente taciuti. Queste persone sono famose senza nome e senza faccia, spiriti che vivono separati dal proprio corpo, le vittime e i testimoni, i criminali minorenni, laggiù da qualche parte, ai confini della percezione”.
E’ un passo stratosferico. C’è tutto ciò che è stato imputato a DeLillo sotto l’odiosa etichetta di “massimalismo” e che, in realtà, non è che il portato antico di una tradizione classica anzitutto europea, che trapassa in America in gran parte per merito di Melville – del Melville di Moby Dick (lo preciso in armonia col sondaggio che ha lanciato Leonardo Colombati).
Tuttavia, e restando sul personale, come qui si fa e si farà, perché si tratta di un passo stratosferico?

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Meditazione su Orfeo / 3

unamuno.jpgMeditando su Orfeo, il centro attuale della riflessione consiste nell’impossibilità e nello scacco che la forma, il nome, la parola affrontano rispetto alla delimitazione della sostanza coscienziale da cui emergono. Orfeo per me (verrà spiegato più avanti il motivo per cui in questi giorni intensamente studio e medito su Orfeo) è non soltanto il fondatore del canto, e quindi della letteratura come incanto, ma colui che, essendo il fondatore, è esterno a ciò che ha fondato. Su questa apparente insufficienza, vorrei intervenire rovesciando il suo carattere in potenza: cioè in totipotenza, in possibilità totale di alternativa alla letteratura per giungere alla sostanza coscienziale. Finis libri sed non historiae.
A tale proposito, c’è un articolo di Carlo Bo, critico che non mi è mai interessato, su Miguel de Unamuno, autore che non ho mai affrontato degnamente. Riporto qui il testo dell’intervento, che è del 1999 e apparve sul Corriere della sera. Sviluppo e conclusioni mi interessano rispetto alle meditazioni su Orfeo.

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Meditazione su Orfeo / 2

di UMBERTO CURI
[… lascia che altri meditino in luogo tuo…]
1. Credo che sia anzitutto necessario ricordare che la figura di Orfeo è collegata a tre distinti, anche se non indipendenti, filoni di fonti e di documenti a noi pervenuti in forma spesso frammentaria, e tuttavia tale da consentirci di ricostruire un’immagine di questa personalità, così al confine tra la leggenda e la storia, qual’è appunto la figura di Orfeo. Orfeo compare anzitutto come iniziatore ed eponimo dei riti che appunto da lui prendono il nome, e della setta, la setta orfica, di cui abbiamo testimonianze abbastanza certe a partire dal V secolo avanti Cristo. In secondo luogo a Orfeo viene fatto convenzionalmente risalire quel complesso frammentario di produzioni poetiche, dal contenuto spesso oracolare ed enigmatico, che va appunto sotto il nome di poesia orfica, in qualche modo in maniera analoga a come l’Iliade e l’Odissea sono riferiti ad Omero. La poesia orfica è collegata a sua volta, secondo tradizioni e testimonianze pressoché concordi, ai riti eleusini e quindi è un ulteriore sostegno alla tradizione di un Orfeo collegato con riti di natura misterica ed iniziatica. Infine Orfeo compare come protagonista di due grandi miti dell’antichità: il mito di Orfeo e di Euridice, e poi un altro mito in cui Orfeo è presente come comprimario anziché come protagonista, cioè quello degli Argonauti: il viaggio di Giasone alla ricerca del vello d’oro, questa sorta di impresa di avventura impossibile ai confini del mondo conosciuto.

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Kafka: “Restate del tutto immobili e soli”

di FRANZ KAFKA
kafkamed.jpgNon c’è bisogno che usciate dalla stanza.
Restate seduti alla scrivania ad ascoltare.
Non ascoltate nemmeno, aspettate semplicemente.
Non aspettate nemmeno.
Restate del tutto immobili e soli.
Il mondo vi si offrirà liberamente.
Per essere smascherato, non ha scelta.
Rotolerà in estasi ai vostri piedi.

Meditazione su Orfeo / 1

orfeo.jpgNel libretto di Alessandro Striggio per l’Orfeo di Claudio Monteverdi, alla scena prima dell’atto quarto, Orfeo pone una domanda fondamentale, proprio perché formulata da colui che, dopo l’esperienza di un secondo lutto, inventerà la lirica (e musica e poesia). Ecco la domanda di Orfeo, mentre alle sue spalle cammina l’ombra della defunta Euridice, che all’Erebo il semidio sta cercando di sottrarre:
Ma mentre io canto ohimè chi m’assicura
ch’ella mi segua?

Meditazione sulle parole, sulle intenzioni e, infine, sulla sostanza da cui emergono le intenzioni. L’inventore della lirica sta già cantando: un anacronismo mitologico che mette in evidenza un aspetto fondamentale del fare letteratura (del cantare), che altrimenti sarebbe rimasto implicito, non visto, sebbene estraibile comunque dalla vicenda leggendaria.
Se io scrivo, che cosa temo di perdere?
Di qui, una lunga meditazione, che entra nell’àmbito sapienziale, su cosa sia a tutti gli effetti la funzione-Euridice. Importa invece che chi scrive mediti: mentre scrivo e sono nel buio, cosa sto cercando estrarre, di salvare dall’Erebo che (è sicuro) mi è interno alla coscienza-mente? E perché temo di perdere questa cosa se mi metto a osservarla, cioè se ne faccio un oggetto della mia percezione? La situazione è dunque che chi scrive sa che cosa lo sta seguendo, ma non può percepirlo secondo sensi interni o esterni, altrimenti perde ciò che sta seguendo la sua scrittura. Meditazione ulteriore: dove sta camminando chi scrive mentre è seguito da Euridice? Che luogo è? Come è fatto? E, oltre alle immagini, di cosa è materialmente fatto?

Musil: meditazione sulle potenze, cioè l’immaginario

musil.jpgIl compito gravoso è selezionare e sistemare parte importante di ciò che mio padre mi ha lasciato in eredità: libri. Che non sono libri semplici. Per esempio, mentre descatolo tomi e tomi di un’infanzia che non ho mai scordato, una congerie di Marx Gramsci Reich Marcuse Lukacs Fortini Pavese Schumpeter, mi càpita in mano il grande tomo dell’edizione einaudiana settantina de L’uomo senza qualità di Robert Musil. Lasciando perdere quanto l’uomo avesse occultato le sue qualità (intendo colui che trasmette l’eredità), vedo che si legge all’inizio (lo vedo dopo 21 dall’averlo letto e dimenticato):
“Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima alla quale il vecchio professore si era sempre attenuto è semplicemente un postulato del senso della realtà. Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità.
Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o tal altra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche esser diverso. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è”.
Ecco, dunque, una perfetta allegoria per significare cosa sia la letteratura e cosa no. Ecco cosa si pone a cavallo tra il pensare e il nonpensare, da cui scaturisce la letteratura: la metafisica delle possibilità, cioè delle potenze, è l’attualità dell’immaginario, cioè la grande letteratura.

Meditazione su una riduzione della coscienza a mente

searle.jpgE’ uscito da Cortina La mente di John R. Searle, un riduzionista non-riduzionista, tra i massimi esponenti della filosofia della mente. Medita su quanto si può estrarre dalle parole di chi, in prima battuta, percepisci e consideri come un nemico. In sede di epilogo del libro, che vale comunque come ottimo compendio sullo stato dell’arte delle neuroscienze, Searle scrive:
“A questo punto, ho svolto il compito che mi ero prefisso nel primo capitolo. Ho tentato di fornire una spiegazione della mente per la quale i fenomeni mentali siano parte del mondo naturale. La nostra spiegazione della mente in tutti i suoi aspetti – la coscienza, l’intenzionalità, il libero arbitrio, la causalità mentale, la percezione, l’azione intenzionale, ecc. – è naturalistica in questo senso: in primo luogo, tratta i fenomeni mentali come parte della natura”.
E’ precisamente questo – queste parole – il momento critico di una guerra tra visioni del mondo in un àmbito di cui gli intellettuali si stanno occupando superficialmente. Questo àmbito – coscienza/mente secondo le neuroscienze – è campo di battaglia come lo fu la filosofia ai tempi della disputa sull’innatismo o la letteratura ai tempi del prevalere dello stile classicista su altri possibili stili. E’ questo il perno che fa ruotare il mondo oggi verso il mondo domani. Considerando Searle un nemico umanistico, ne traggo domande che, per me, sono decisive:
– E’ corretto considerare la coscienza una funzione mentale e non viceversa?
– Da dove proviene la potenza che è la volizione spontanea e preterintenzionale di quella che Searle chiama “intenzionalità”?
– Da dove e come si desume l’idea di una totalità ralistica che Searle chiama “natura”?
– E’ un “io” che tenta questa spiegazione “naturalistica” della mente?
Medita sul fatto che le funzioni linguistiche sono qui considerate come non primarie. Il naturalismo di Searle mette a un suo posto gerarchicamente definito e secondario la letteratura, ma solo se si pensa che la letteratura faccia leva su funzioni linguistiche.

Meditazione su Essere e Nonessere

parmenide.jpgMedita circa l’umana vanitas della letteratura che, meditando sul rapporto che chi scrive intrattiene col mondo, si lancia verso lo scacco della parola, della forma e dello stile, della struttura, e induce a pensare cosa sia il pensiero quand’esso non abbia oggetto, poiché questo è possibile ed è attività continua e certa, come dimostra il fatto che non ripeti in continuazione “sono un essere umano” eppure lo sai, e oltre, è possibile pensare di non essere un essere umano. Senza oggetto, il pensiero si riduce alla constatazione dell’essere e non altro. Se si è, non è detto che si pensi, ma se si pensa, è certo che si è. Affonda qui, nel buco bianco da cui, misteriosamente, emergono le saghe e le storie, e quella per noi più sorprendente, il mondo che consideriamo reale, il poema di Parmenide:
“Essendo ingenerato è anche imperituro, tutt’intero, unico, immobile e senza fine. Non mai era né sarà, perché è ora tutt’insieme, uno, continuo. Difatti quale origine gli vuoi cercare? Come e donde il suo nascere? Dal non essere non ti permetterò né di dirlo né di pensarlo. Infatti non si può né dire né pensare ciò che non è.”

Due meditazioni

Medita su due passi concernenti due spettri tuoi interiori, l’intimo messo alla luce, che la luce della coscienza illumina e non basta. Bisogna infatti compiere lo sforzo di discriminare. Per questo, per la differenza tra l’atto linguistico e l’atto di discriminazione coscienziale, che equivale alla disidentificazione, la letteratura è in scacco, la lettura no: è essere fiondati nella possibilità della discriminazione, che non è pensiero.
Il primo spettro: il mantenimento materiale.
Il secondo spettro: la tua lotta contro la tua intelligenza.
E provengono dalla fonte più inattesa: Freud.
“Le connessioni fra il complesso di interesse per il denaro e quello della defecazione, che sembrano completamente dissimili, appaiono essere le più estese di tutte”.
“Tutti quelli che desiderano avere una mente più elevata di quanto la loro costituzione permetta cadono vittime della nevrosi; sarebbero stati più sani se fosse stato loro possibile essere meno buoni”.

Ciao, Ermanno

krumm1-thumbE’ morto ieri il poeta e critico d’arte Ermanno Krumm. Era nato nel 1942. Esce in questi giorni in libreria, per i tipi de Lo Specchio di Mondadori, la sua ultima raccolta, Respiro. Aveva pubblicato con Einaudi tre importanti libri di poesia: Novecento, Felicità e Animali e uomini. Collaborava al Corriere della Sera, nella pagina culturale dedicata all’arte.
Conoscevo Ermanno Krumm da circa quindici anni. Da quasi un decennio abitava a trenta metri da casa mia e talvolta ci si trovava, più o meno casualmente, a fare colazione e a discutere. Era un intellettuale e un poeta di formazione tipicamente Sessanta/Settanta. Le sue stelle polari erano certo tipo di marxismo a-scientifico, il lacanismo mediato dalla Kristeva, la semiotica di Barthes. Una struttura formativa che, a mio parere, non si adattava più ai tempi – posizione, questa mia, che innescava lunghissime e indimenticabili conversazioni con quest’uomo dal cipiglio aristocratico, permaloso come solo certi splendidi viveur sanno essere. E’, in assoluto, dopo Antonio Porta, il poeta più concretamente vitalista che mi sia stato dato di conoscere, e per questo mi colpisce ancor più duramente la sua repentina dipartita. Era un fantastico “scapestrato”, come lo definisce oggi sul Corriere il suo migliore amico, Sebastiano Grasso, caposervizio della cultura che lo aveva fatto collaborare al quotidiano di via Solferino in un momento particolarmente duro dal punto di vista economico.
krumm2Era un poeta estremamente convinto dei propri versi, che si adirava in maniera formidabile se solo si cercava di mettere in dubbio quello che lui chiamava “l’impianto epistemiologico” da cui essi provenivano. Nonostante fosse un uomo di profondissima cultura e tenesse molto al guscio di saperi in cui le sue poesie andavano formandosi, la realtà è che era un poeta di estrema dolcezza, che sperimentava una tensione intima piuttosto formidabile tra la malinconia e la pressione vitale che esercitava su di lui l’anticipazione del futuro. I suoi versi sono una modulazione, come ha acutamente osservato Maurizio Cucchi, “turbata e serena” di un’osservazione condotta da un “paziente e acutissimo lettore della realtà”, capace di “un controllo linguistico eccellente”. In effetti Krumm era un’anomalia della poesia italiana formatasi nei Settanta e giunta a pubblicazione nel decennio successivo. Era un’anomalia perché la sua bildung era essenzialmente quella di un poeta dell’incomunicabilità o del post-sperimentalismo: de Saussure anzitutto, strutturalismo e post-strutturalismo, lacanismo, in prosa il nouveau roman, gli studi di antropologia – in pratica, l’armamentario che aveva condotto a esperimenti poetici che, lontani dall’orfismo, avevano comunque fatto dell’oscurità e del sisma linguistico la propria ragione d’essere. Al contrario Krumm, pur rimanendo fedele a una tradizione teorica così profondamente novecentesca (e non a caso Novecento è il titolo del suo primo libro einaudiano) cercava una comunicabilità e una medietà con l’andamento prosastico di marca eminentemente lombarda. Rispetto a questa categoria, egli si inalberava. Una volta, nel bar sotto casa nostra, si voltarono di scatto gli astanti perché questo strano personaggio, zazzeruto con le mollette all’orlo dei pantaloni per andare più comodo in bicicletta, si era messo a urlarmi: “Ma quale linea lombarda! Avete rotto i coglioni con la linea lombarda!”. Invece lo sapeva benissimo che era così: era una linea lombarda che si discostava dal sistema estetico enunciato da Anceschi, e che cercava il brillìo dell’universale nella ricognizione oggettuale, non crepuscolare e quindi fuori dell’ironia, fuori del feticismo. Krumm si iscriveva in questo senso in una linea poetica che tentava di mettere in rappresentazione la scaturigine dello stupore, della stupenda e sognante inermità dell’umano di fronte al mistero del mondo – mistero mondano e cosale, senza illusioni spiritualistiche di sorta.
8806159437Negli ultimi tempi, Krumm aveva furibondamente aggiornato la propria formazione. Il suo Animali e uomini nasceva da una compulsiva rilettura di Benjamin e da una sorta di ripensamento dell’allegorico e del mitico, condotta anche grazie all’incontro con il Blumenberg de L’elaborazione del mito, che interpretava quale rielaborazione dell’ultimo Freud. Una lettura, questa, non indenne dal rapporto con i testi teorici pubblicati sul Piccolo Hans, la rivista di psicoanalisi allargata diretta da Finzi, ma condotta direttamente sui testi del grande filosofo estetico tedesco. Il fascino che sortiva dalla poetica delle rovine, delle tracce, dei segni umani in fusione con la natura e la temporalità (fino alla quasi cancellazione), della presenza interrogante della vita animale quale alternativa (e pedagogia) all’umano, sembravano a Krumm dischiudere una possibilità di superamento del sistema semiotico su cui si era formato. Animali e uomini, in questo senso, costituiva una seconda giovinezza per questo autore che, con Le cahier de Monique Charmay, aveva esordito nel 1987, risultando da subito una voce originale nel nostro panorama poetico. Quel suo esordio nasceva dalla contraddizione, vissuta con totale adesione da questo uomo sfrenatamente umorale e gioiosamente flaneur. Monique Charmay era la sua donna, compagna di un mitologico periodo parigino con cui Ermanno aveva dato una distanza esistenziale pressoché irrecuperabile a tutti noi della generazione successiva. Quella compagna di vita – una vita dai contorni magici, una bohème irripetibile, fatta di baldorie e profondissimo studio – si era suicidata e la risposta di Ermanno era stata non unicamente emotiva, ma soprattutto letteraria. Questa fede nella cultura come mediazione tra uomo e natura rientra precisamente nei contorni di quella rinnovata ed esplosa linea lombarda a cui si accennava sopra.
Al di là del dato letterario, va dunque sottolineata l’immensità esistenziale di questa persona. Incedeva come una sorta di regale francese settecentesco. I suoi modi erano squisiti, un’eleganza quintessenziale del gesto, della voce e della postura che sorprendevano o, anche più spesso, irritavano. A me divertivano. Il suo sdegno nei confronti della mia generazione era condotto con la precisione e la crudeltà di uno chef giapponese che tagli raffinatamente pesce crudo e pretenda di convincere il pesce che è cosa buona e giusta essere squartati. Quando lo si incontrava, era una festa della caricatura e dell’improbabilità. Sembrava uno della cerchia di Baudelaire capitato in una inverosimile società postindustriale. Il suo spirito era aristocratico, provocatorio, asetticamente cruento ma empatico, e soprattutto travolgentemente umoristico. Impossibile non ridere, con lui. Amava il cibo d’eccellenza, il vino sopraffino e le donne. Dedicava alla mia frigidità erotico-sentimentale lunghe e imbarazzanti digressioni, mentre bevevo il cappuccino. Era al tempo stesso curioso dell’innovazione e misoneista. Davanti ai suoi interminabili tè tardomatuttini, ho subìto reprimende per conto di tutta Internet.
Il ricordo più bello risale a una sera di anni fa. Krumm teneva, con uno stile di presentazione fuori dal tempo, una trasmissione televisiva allucinatoria, dedicata alla letteratura, in una emittente locale lombarda, nel Varesotto. Invita a una puntata Giuseppe Pontiggia e me, per parlare de Il profitto domestico di Antonio Riccardi (perché non aveva invitato direttamente Antonio Riccardi?). La trasmissione è un puro delirio. Parliamo del libro di Riccardi per circa un’ora – un tempo che, secondo gli standard televisivi, equivale a un’era geologica. Poi si va a cena, con il presidente di un importante premio letterario di quella zona, il quale si porta dietro la figlia, non ancora diciottenne. Andiamo a mangiare in un ristorante eccelso, una location da Guinness. Io sono poverissimo e a disagio. Ermanno è poverissimo ma non è affatto a disagio. Per tutta la sera corteggia la figlia del tipo con modalità memorabilmente antologiche. Sorseggia vini di ogni tipo, commentandoli con una perizia da Baltasar Graciàn dell’etica culinaria. Chiosa ogni portata, si inventa legende barocche su ogni moule che ci venga servita. Ingaggia un duello cognitivo spettacolare con chef e addetto al tavolo. Per farsi bello con la ragazzina, alza i toni della sfida con il sommelier, arrivando a indicare la precisa locazione geografica del particolarissimo vigneto da cui è stato ottenuto un determinato e rarissimo Sauterne (“E’ prodotto dalla vite che sta nell’ansa di quel fiume o dal vigneto a quaranta metri più a monte?”). Il sommelier è sconcertato da una competenza tanto sbalorditiva. La ragazzina è in estasi. Peppo Pontiggia e sua moglie sono letteralmente incantati. Krumm descrive con precisione autoptica le dieci botti in cui viene barricato quel vino (“Adesso ne hanno aggiunta una nuova, ma il produttore non ne è pienamente soddisfatto, ha da ridire sulla qualità dei legni”). Quando ci portano il carrello dei formaggi, Ermanno, che ha mangiato l’equivalente del consumo alimentare di uno stato del Centrafrica, con mossa teatrale lo respinge: pretende che il carré dei formaggi a muffa blu sia diviso da quello dei prodotti a muffa arancione. Sconfortato, l’addetto al tavolo riporta indietro il carrello, costretto a dare ragione a quella sorta di Raspelli rinascimentale che è Krumm. Quando arriva il carrello diviso in muffa blu e muffa arancione, Ermanno inizia a fare esplodere varianze lessicali su ogni tipologia casearia. Appoggiando il gomito, ormai alterato dal profluvio alcolico a cui si è sottoposto, scivola e immerge la faccia nei formaggi. Il Peppo Pontiggia esplode in una risata pantagruelica, Krumm commenta che si tratta di una metafora del suo rapporto con la metrica.
E’ l’unico poeta al quale è stato possibile consigliare di leggere Pynchon senza che mi mandasse affanculo. Anzi. Stava ad ascoltare gli approssimativi tentativi di un ragazzino che cercava di teorizzare una osmosi tra poesia e prosa ben diversa dalla questione della prosa poetica impostata da Baudelaire, che era uno degli autori fondamentali per Krumm, insieme a Mandel’stam e Celan. Il rapporto intellettuale con la sua ex compagna Maria Rosa Mancuso, critica letteraria del Corsera, lo esponeva alla visione del panorama narrativo internazionale, compresi i generi thriller e noir, il che è davvero raro per un poeta.
8804545143La malattia ha còlto inaspettatamente Krumm al culmine della sua maturità poetica. Ha appena fatto in tempo a stringere tra le mani una copia di Respiro, il libro che Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi, curatori dello Specchio, gli hanno pubblicato, realizzando un suo sogno. Ci teneva tantissimo a uscire per lo Specchio di Mondadori. Il suo ultimo Respiro è un libro in cui molto credeva. Me ne parlava, con entusiasmo, nemmeno un mese fa, davanti all’ennesimo cocktail. Mi farà impressione leggerlo. Mi fa impressione pensare di uscire di casa e di non incontrare più questo poeta ruvido e dolce.
Ti sia lieve la terra e il cielo, Ermanno.

Audio: Ermanno Krumm legge Baudelaire

In occasione della pubblicazione dei Fiori del male di Cahrles Baudelaire, nella traduzione di Antonio Prete, Ermanno Krumm ha partecipato a un reading di quei versi. Dal sito di Feltrinelli, la voce di Krumm legge La nostra bianca casa, fuori porta.

ERMANNO KRUMM LEGGE BAUDELAIRE

Ermanno Krumm: poesie

SIETE COME GLI UCCELLI DEL CIELO

(anche se avete famiglia e lavoro)

Non porta a nulla in poesia
cercare la poesia. Eppure
prima che non significhi più nulla
un qualche niente progredisce,
si fa spazio. Ora, le parti
sono maggiori del tutto

ma non c’è tutto in poesia
solo quanto basta perché batta
la lingua-mano nuove tenere parole,
piane e semplici. Così la scintilla,
che aggiungendo se stessa s’aggiunge
dove nulla accade o muta s’innalza
sul lieve tremolare delle onde.

***

PAESAGGIO

Due balze più sopra, il muro
è freddo e muto. In aria il fumo
si perde con il filo dei rami,
gli uccelli ruotano, appesi
dietro alla lama di un pesce.

Tutto si fa curvo, veloce come a Cagnes,
grandi tronchi imbandierano il vento,
e di quest’autoritratto come albero,
da cui ti scrivo, presto non si scorgerà
che il ripido pendio e nessun
osservatorio in bilico su una terrazzetta.

[da Felicità, 1998]

***

Un animale mi guarda,
uno specchio vivo, un punto
ancora netto in alto
la sua presenza,

tra sassi ed erbe il suo contorno
entra nella macchia
come la pallina nella buca del biliardo.

Non diversamente apparivano
e sparivano gli antichi dei
con imperturbabile naturalezza.

[da Animali e uomini, 2003]

***

Sparisce sott’acqua una folaga,
nuovi scogli affiorano con la bassa marea
e file di formiche continuano
il loro lavoro: passano i secoli
e sono sempre le stesse montagne
a gonfiarsi in oscurità e luce:
così deve averle viste
all’orizzonte tra le pareti del mare
scorgendole Ulisse, così ancora
nello spessore d’aria crepitando
stirano quella loro carcassa
di tufo color sassi e seppia.

[da Respiro, 2005]

Con Costantino a Fahrenheit, su Radio3

contantinoelimperoTra le 17 e le 18 di oggi addì lunedì 21 febbraio, Michele Monina e il Miserabile Autore risulteranno ospiti di Fahrenheit, l’imprescindibile trasmissione di letteratura di Rai Radio Tre, laonde presentare alle masse ivi convenute tutti i messaggi subliminali contenuti nel libro a chiave Costantino e l’impero. Per l’occasione, sarà riesumata la salma di Pier Paolo Pasolini, che anni addietro girò uno spot per la Saiwa, con slogan italoamericano. Michele Monina e il sottoscritto si faranno esplodere come kamikaze all’ingresso del palazzone Rai di Milano. Poi, a brandelli, saliranno al quinto piano, dove risponderanno alle domande del conduttore di Fahrenheit come se fosse il figlio illegittimo di Eduardo Sanguineti.
Stay tuned: cliccate qui per ascoltare in diretta via Web.