Kafka: “Restate del tutto immobili e soli”

di FRANZ KAFKA
kafkamed.jpgNon c’è bisogno che usciate dalla stanza.
Restate seduti alla scrivania ad ascoltare.
Non ascoltate nemmeno, aspettate semplicemente.
Non aspettate nemmeno.
Restate del tutto immobili e soli.
Il mondo vi si offrirà liberamente.
Per essere smascherato, non ha scelta.
Rotolerà in estasi ai vostri piedi.

Meditazione su Orfeo / 1

orfeo.jpgNel libretto di Alessandro Striggio per l’Orfeo di Claudio Monteverdi, alla scena prima dell’atto quarto, Orfeo pone una domanda fondamentale, proprio perché formulata da colui che, dopo l’esperienza di un secondo lutto, inventerà la lirica (e musica e poesia). Ecco la domanda di Orfeo, mentre alle sue spalle cammina l’ombra della defunta Euridice, che all’Erebo il semidio sta cercando di sottrarre:
Ma mentre io canto ohimè chi m’assicura
ch’ella mi segua?

Meditazione sulle parole, sulle intenzioni e, infine, sulla sostanza da cui emergono le intenzioni. L’inventore della lirica sta già cantando: un anacronismo mitologico che mette in evidenza un aspetto fondamentale del fare letteratura (del cantare), che altrimenti sarebbe rimasto implicito, non visto, sebbene estraibile comunque dalla vicenda leggendaria.
Se io scrivo, che cosa temo di perdere?
Di qui, una lunga meditazione, che entra nell’àmbito sapienziale, su cosa sia a tutti gli effetti la funzione-Euridice. Importa invece che chi scrive mediti: mentre scrivo e sono nel buio, cosa sto cercando estrarre, di salvare dall’Erebo che (è sicuro) mi è interno alla coscienza-mente? E perché temo di perdere questa cosa se mi metto a osservarla, cioè se ne faccio un oggetto della mia percezione? La situazione è dunque che chi scrive sa che cosa lo sta seguendo, ma non può percepirlo secondo sensi interni o esterni, altrimenti perde ciò che sta seguendo la sua scrittura. Meditazione ulteriore: dove sta camminando chi scrive mentre è seguito da Euridice? Che luogo è? Come è fatto? E, oltre alle immagini, di cosa è materialmente fatto?

Musil: meditazione sulle potenze, cioè l’immaginario

musil.jpgIl compito gravoso è selezionare e sistemare parte importante di ciò che mio padre mi ha lasciato in eredità: libri. Che non sono libri semplici. Per esempio, mentre descatolo tomi e tomi di un’infanzia che non ho mai scordato, una congerie di Marx Gramsci Reich Marcuse Lukacs Fortini Pavese Schumpeter, mi càpita in mano il grande tomo dell’edizione einaudiana settantina de L’uomo senza qualità di Robert Musil. Lasciando perdere quanto l’uomo avesse occultato le sue qualità (intendo colui che trasmette l’eredità), vedo che si legge all’inizio (lo vedo dopo 21 dall’averlo letto e dimenticato):
“Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima alla quale il vecchio professore si era sempre attenuto è semplicemente un postulato del senso della realtà. Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità.
Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o tal altra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche esser diverso. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è”.
Ecco, dunque, una perfetta allegoria per significare cosa sia la letteratura e cosa no. Ecco cosa si pone a cavallo tra il pensare e il nonpensare, da cui scaturisce la letteratura: la metafisica delle possibilità, cioè delle potenze, è l’attualità dell’immaginario, cioè la grande letteratura.

Meditazione su una riduzione della coscienza a mente

searle.jpgE’ uscito da Cortina La mente di John R. Searle, un riduzionista non-riduzionista, tra i massimi esponenti della filosofia della mente. Medita su quanto si può estrarre dalle parole di chi, in prima battuta, percepisci e consideri come un nemico. In sede di epilogo del libro, che vale comunque come ottimo compendio sullo stato dell’arte delle neuroscienze, Searle scrive:
“A questo punto, ho svolto il compito che mi ero prefisso nel primo capitolo. Ho tentato di fornire una spiegazione della mente per la quale i fenomeni mentali siano parte del mondo naturale. La nostra spiegazione della mente in tutti i suoi aspetti – la coscienza, l’intenzionalità, il libero arbitrio, la causalità mentale, la percezione, l’azione intenzionale, ecc. – è naturalistica in questo senso: in primo luogo, tratta i fenomeni mentali come parte della natura”.
E’ precisamente questo – queste parole – il momento critico di una guerra tra visioni del mondo in un àmbito di cui gli intellettuali si stanno occupando superficialmente. Questo àmbito – coscienza/mente secondo le neuroscienze – è campo di battaglia come lo fu la filosofia ai tempi della disputa sull’innatismo o la letteratura ai tempi del prevalere dello stile classicista su altri possibili stili. E’ questo il perno che fa ruotare il mondo oggi verso il mondo domani. Considerando Searle un nemico umanistico, ne traggo domande che, per me, sono decisive:
– E’ corretto considerare la coscienza una funzione mentale e non viceversa?
– Da dove proviene la potenza che è la volizione spontanea e preterintenzionale di quella che Searle chiama “intenzionalità”?
– Da dove e come si desume l’idea di una totalità ralistica che Searle chiama “natura”?
– E’ un “io” che tenta questa spiegazione “naturalistica” della mente?
Medita sul fatto che le funzioni linguistiche sono qui considerate come non primarie. Il naturalismo di Searle mette a un suo posto gerarchicamente definito e secondario la letteratura, ma solo se si pensa che la letteratura faccia leva su funzioni linguistiche.

Meditazione su Essere e Nonessere

parmenide.jpgMedita circa l’umana vanitas della letteratura che, meditando sul rapporto che chi scrive intrattiene col mondo, si lancia verso lo scacco della parola, della forma e dello stile, della struttura, e induce a pensare cosa sia il pensiero quand’esso non abbia oggetto, poiché questo è possibile ed è attività continua e certa, come dimostra il fatto che non ripeti in continuazione “sono un essere umano” eppure lo sai, e oltre, è possibile pensare di non essere un essere umano. Senza oggetto, il pensiero si riduce alla constatazione dell’essere e non altro. Se si è, non è detto che si pensi, ma se si pensa, è certo che si è. Affonda qui, nel buco bianco da cui, misteriosamente, emergono le saghe e le storie, e quella per noi più sorprendente, il mondo che consideriamo reale, il poema di Parmenide:
“Essendo ingenerato è anche imperituro, tutt’intero, unico, immobile e senza fine. Non mai era né sarà, perché è ora tutt’insieme, uno, continuo. Difatti quale origine gli vuoi cercare? Come e donde il suo nascere? Dal non essere non ti permetterò né di dirlo né di pensarlo. Infatti non si può né dire né pensare ciò che non è.”

Due meditazioni

Medita su due passi concernenti due spettri tuoi interiori, l’intimo messo alla luce, che la luce della coscienza illumina e non basta. Bisogna infatti compiere lo sforzo di discriminare. Per questo, per la differenza tra l’atto linguistico e l’atto di discriminazione coscienziale, che equivale alla disidentificazione, la letteratura è in scacco, la lettura no: è essere fiondati nella possibilità della discriminazione, che non è pensiero.
Il primo spettro: il mantenimento materiale.
Il secondo spettro: la tua lotta contro la tua intelligenza.
E provengono dalla fonte più inattesa: Freud.
“Le connessioni fra il complesso di interesse per il denaro e quello della defecazione, che sembrano completamente dissimili, appaiono essere le più estese di tutte”.
“Tutti quelli che desiderano avere una mente più elevata di quanto la loro costituzione permetta cadono vittime della nevrosi; sarebbero stati più sani se fosse stato loro possibile essere meno buoni”.

Ciao, Ermanno

krumm1-thumbE’ morto ieri il poeta e critico d’arte Ermanno Krumm. Era nato nel 1942. Esce in questi giorni in libreria, per i tipi de Lo Specchio di Mondadori, la sua ultima raccolta, Respiro. Aveva pubblicato con Einaudi tre importanti libri di poesia: Novecento, Felicità e Animali e uomini. Collaborava al Corriere della Sera, nella pagina culturale dedicata all’arte.
Conoscevo Ermanno Krumm da circa quindici anni. Da quasi un decennio abitava a trenta metri da casa mia e talvolta ci si trovava, più o meno casualmente, a fare colazione e a discutere. Era un intellettuale e un poeta di formazione tipicamente Sessanta/Settanta. Le sue stelle polari erano certo tipo di marxismo a-scientifico, il lacanismo mediato dalla Kristeva, la semiotica di Barthes. Una struttura formativa che, a mio parere, non si adattava più ai tempi – posizione, questa mia, che innescava lunghissime e indimenticabili conversazioni con quest’uomo dal cipiglio aristocratico, permaloso come solo certi splendidi viveur sanno essere. E’, in assoluto, dopo Antonio Porta, il poeta più concretamente vitalista che mi sia stato dato di conoscere, e per questo mi colpisce ancor più duramente la sua repentina dipartita. Era un fantastico “scapestrato”, come lo definisce oggi sul Corriere il suo migliore amico, Sebastiano Grasso, caposervizio della cultura che lo aveva fatto collaborare al quotidiano di via Solferino in un momento particolarmente duro dal punto di vista economico.
krumm2Era un poeta estremamente convinto dei propri versi, che si adirava in maniera formidabile se solo si cercava di mettere in dubbio quello che lui chiamava “l’impianto epistemiologico” da cui essi provenivano. Nonostante fosse un uomo di profondissima cultura e tenesse molto al guscio di saperi in cui le sue poesie andavano formandosi, la realtà è che era un poeta di estrema dolcezza, che sperimentava una tensione intima piuttosto formidabile tra la malinconia e la pressione vitale che esercitava su di lui l’anticipazione del futuro. I suoi versi sono una modulazione, come ha acutamente osservato Maurizio Cucchi, “turbata e serena” di un’osservazione condotta da un “paziente e acutissimo lettore della realtà”, capace di “un controllo linguistico eccellente”. In effetti Krumm era un’anomalia della poesia italiana formatasi nei Settanta e giunta a pubblicazione nel decennio successivo. Era un’anomalia perché la sua bildung era essenzialmente quella di un poeta dell’incomunicabilità o del post-sperimentalismo: de Saussure anzitutto, strutturalismo e post-strutturalismo, lacanismo, in prosa il nouveau roman, gli studi di antropologia – in pratica, l’armamentario che aveva condotto a esperimenti poetici che, lontani dall’orfismo, avevano comunque fatto dell’oscurità e del sisma linguistico la propria ragione d’essere. Al contrario Krumm, pur rimanendo fedele a una tradizione teorica così profondamente novecentesca (e non a caso Novecento è il titolo del suo primo libro einaudiano) cercava una comunicabilità e una medietà con l’andamento prosastico di marca eminentemente lombarda. Rispetto a questa categoria, egli si inalberava. Una volta, nel bar sotto casa nostra, si voltarono di scatto gli astanti perché questo strano personaggio, zazzeruto con le mollette all’orlo dei pantaloni per andare più comodo in bicicletta, si era messo a urlarmi: “Ma quale linea lombarda! Avete rotto i coglioni con la linea lombarda!”. Invece lo sapeva benissimo che era così: era una linea lombarda che si discostava dal sistema estetico enunciato da Anceschi, e che cercava il brillìo dell’universale nella ricognizione oggettuale, non crepuscolare e quindi fuori dell’ironia, fuori del feticismo. Krumm si iscriveva in questo senso in una linea poetica che tentava di mettere in rappresentazione la scaturigine dello stupore, della stupenda e sognante inermità dell’umano di fronte al mistero del mondo – mistero mondano e cosale, senza illusioni spiritualistiche di sorta.
8806159437Negli ultimi tempi, Krumm aveva furibondamente aggiornato la propria formazione. Il suo Animali e uomini nasceva da una compulsiva rilettura di Benjamin e da una sorta di ripensamento dell’allegorico e del mitico, condotta anche grazie all’incontro con il Blumenberg de L’elaborazione del mito, che interpretava quale rielaborazione dell’ultimo Freud. Una lettura, questa, non indenne dal rapporto con i testi teorici pubblicati sul Piccolo Hans, la rivista di psicoanalisi allargata diretta da Finzi, ma condotta direttamente sui testi del grande filosofo estetico tedesco. Il fascino che sortiva dalla poetica delle rovine, delle tracce, dei segni umani in fusione con la natura e la temporalità (fino alla quasi cancellazione), della presenza interrogante della vita animale quale alternativa (e pedagogia) all’umano, sembravano a Krumm dischiudere una possibilità di superamento del sistema semiotico su cui si era formato. Animali e uomini, in questo senso, costituiva una seconda giovinezza per questo autore che, con Le cahier de Monique Charmay, aveva esordito nel 1987, risultando da subito una voce originale nel nostro panorama poetico. Quel suo esordio nasceva dalla contraddizione, vissuta con totale adesione da questo uomo sfrenatamente umorale e gioiosamente flaneur. Monique Charmay era la sua donna, compagna di un mitologico periodo parigino con cui Ermanno aveva dato una distanza esistenziale pressoché irrecuperabile a tutti noi della generazione successiva. Quella compagna di vita – una vita dai contorni magici, una bohème irripetibile, fatta di baldorie e profondissimo studio – si era suicidata e la risposta di Ermanno era stata non unicamente emotiva, ma soprattutto letteraria. Questa fede nella cultura come mediazione tra uomo e natura rientra precisamente nei contorni di quella rinnovata ed esplosa linea lombarda a cui si accennava sopra.
Al di là del dato letterario, va dunque sottolineata l’immensità esistenziale di questa persona. Incedeva come una sorta di regale francese settecentesco. I suoi modi erano squisiti, un’eleganza quintessenziale del gesto, della voce e della postura che sorprendevano o, anche più spesso, irritavano. A me divertivano. Il suo sdegno nei confronti della mia generazione era condotto con la precisione e la crudeltà di uno chef giapponese che tagli raffinatamente pesce crudo e pretenda di convincere il pesce che è cosa buona e giusta essere squartati. Quando lo si incontrava, era una festa della caricatura e dell’improbabilità. Sembrava uno della cerchia di Baudelaire capitato in una inverosimile società postindustriale. Il suo spirito era aristocratico, provocatorio, asetticamente cruento ma empatico, e soprattutto travolgentemente umoristico. Impossibile non ridere, con lui. Amava il cibo d’eccellenza, il vino sopraffino e le donne. Dedicava alla mia frigidità erotico-sentimentale lunghe e imbarazzanti digressioni, mentre bevevo il cappuccino. Era al tempo stesso curioso dell’innovazione e misoneista. Davanti ai suoi interminabili tè tardomatuttini, ho subìto reprimende per conto di tutta Internet.
Il ricordo più bello risale a una sera di anni fa. Krumm teneva, con uno stile di presentazione fuori dal tempo, una trasmissione televisiva allucinatoria, dedicata alla letteratura, in una emittente locale lombarda, nel Varesotto. Invita a una puntata Giuseppe Pontiggia e me, per parlare de Il profitto domestico di Antonio Riccardi (perché non aveva invitato direttamente Antonio Riccardi?). La trasmissione è un puro delirio. Parliamo del libro di Riccardi per circa un’ora – un tempo che, secondo gli standard televisivi, equivale a un’era geologica. Poi si va a cena, con il presidente di un importante premio letterario di quella zona, il quale si porta dietro la figlia, non ancora diciottenne. Andiamo a mangiare in un ristorante eccelso, una location da Guinness. Io sono poverissimo e a disagio. Ermanno è poverissimo ma non è affatto a disagio. Per tutta la sera corteggia la figlia del tipo con modalità memorabilmente antologiche. Sorseggia vini di ogni tipo, commentandoli con una perizia da Baltasar Graciàn dell’etica culinaria. Chiosa ogni portata, si inventa legende barocche su ogni moule che ci venga servita. Ingaggia un duello cognitivo spettacolare con chef e addetto al tavolo. Per farsi bello con la ragazzina, alza i toni della sfida con il sommelier, arrivando a indicare la precisa locazione geografica del particolarissimo vigneto da cui è stato ottenuto un determinato e rarissimo Sauterne (“E’ prodotto dalla vite che sta nell’ansa di quel fiume o dal vigneto a quaranta metri più a monte?”). Il sommelier è sconcertato da una competenza tanto sbalorditiva. La ragazzina è in estasi. Peppo Pontiggia e sua moglie sono letteralmente incantati. Krumm descrive con precisione autoptica le dieci botti in cui viene barricato quel vino (“Adesso ne hanno aggiunta una nuova, ma il produttore non ne è pienamente soddisfatto, ha da ridire sulla qualità dei legni”). Quando ci portano il carrello dei formaggi, Ermanno, che ha mangiato l’equivalente del consumo alimentare di uno stato del Centrafrica, con mossa teatrale lo respinge: pretende che il carré dei formaggi a muffa blu sia diviso da quello dei prodotti a muffa arancione. Sconfortato, l’addetto al tavolo riporta indietro il carrello, costretto a dare ragione a quella sorta di Raspelli rinascimentale che è Krumm. Quando arriva il carrello diviso in muffa blu e muffa arancione, Ermanno inizia a fare esplodere varianze lessicali su ogni tipologia casearia. Appoggiando il gomito, ormai alterato dal profluvio alcolico a cui si è sottoposto, scivola e immerge la faccia nei formaggi. Il Peppo Pontiggia esplode in una risata pantagruelica, Krumm commenta che si tratta di una metafora del suo rapporto con la metrica.
E’ l’unico poeta al quale è stato possibile consigliare di leggere Pynchon senza che mi mandasse affanculo. Anzi. Stava ad ascoltare gli approssimativi tentativi di un ragazzino che cercava di teorizzare una osmosi tra poesia e prosa ben diversa dalla questione della prosa poetica impostata da Baudelaire, che era uno degli autori fondamentali per Krumm, insieme a Mandel’stam e Celan. Il rapporto intellettuale con la sua ex compagna Maria Rosa Mancuso, critica letteraria del Corsera, lo esponeva alla visione del panorama narrativo internazionale, compresi i generi thriller e noir, il che è davvero raro per un poeta.
8804545143La malattia ha còlto inaspettatamente Krumm al culmine della sua maturità poetica. Ha appena fatto in tempo a stringere tra le mani una copia di Respiro, il libro che Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi, curatori dello Specchio, gli hanno pubblicato, realizzando un suo sogno. Ci teneva tantissimo a uscire per lo Specchio di Mondadori. Il suo ultimo Respiro è un libro in cui molto credeva. Me ne parlava, con entusiasmo, nemmeno un mese fa, davanti all’ennesimo cocktail. Mi farà impressione leggerlo. Mi fa impressione pensare di uscire di casa e di non incontrare più questo poeta ruvido e dolce.
Ti sia lieve la terra e il cielo, Ermanno.

Audio: Ermanno Krumm legge Baudelaire

In occasione della pubblicazione dei Fiori del male di Cahrles Baudelaire, nella traduzione di Antonio Prete, Ermanno Krumm ha partecipato a un reading di quei versi. Dal sito di Feltrinelli, la voce di Krumm legge La nostra bianca casa, fuori porta.

ERMANNO KRUMM LEGGE BAUDELAIRE

Ermanno Krumm: poesie

SIETE COME GLI UCCELLI DEL CIELO

(anche se avete famiglia e lavoro)

Non porta a nulla in poesia
cercare la poesia. Eppure
prima che non significhi più nulla
un qualche niente progredisce,
si fa spazio. Ora, le parti
sono maggiori del tutto

ma non c’è tutto in poesia
solo quanto basta perché batta
la lingua-mano nuove tenere parole,
piane e semplici. Così la scintilla,
che aggiungendo se stessa s’aggiunge
dove nulla accade o muta s’innalza
sul lieve tremolare delle onde.

***

PAESAGGIO

Due balze più sopra, il muro
è freddo e muto. In aria il fumo
si perde con il filo dei rami,
gli uccelli ruotano, appesi
dietro alla lama di un pesce.

Tutto si fa curvo, veloce come a Cagnes,
grandi tronchi imbandierano il vento,
e di quest’autoritratto come albero,
da cui ti scrivo, presto non si scorgerà
che il ripido pendio e nessun
osservatorio in bilico su una terrazzetta.

[da Felicità, 1998]

***

Un animale mi guarda,
uno specchio vivo, un punto
ancora netto in alto
la sua presenza,

tra sassi ed erbe il suo contorno
entra nella macchia
come la pallina nella buca del biliardo.

Non diversamente apparivano
e sparivano gli antichi dei
con imperturbabile naturalezza.

[da Animali e uomini, 2003]

***

Sparisce sott’acqua una folaga,
nuovi scogli affiorano con la bassa marea
e file di formiche continuano
il loro lavoro: passano i secoli
e sono sempre le stesse montagne
a gonfiarsi in oscurità e luce:
così deve averle viste
all’orizzonte tra le pareti del mare
scorgendole Ulisse, così ancora
nello spessore d’aria crepitando
stirano quella loro carcassa
di tufo color sassi e seppia.

[da Respiro, 2005]

Con Costantino a Fahrenheit, su Radio3

contantinoelimperoTra le 17 e le 18 di oggi addì lunedì 21 febbraio, Michele Monina e il Miserabile Autore risulteranno ospiti di Fahrenheit, l’imprescindibile trasmissione di letteratura di Rai Radio Tre, laonde presentare alle masse ivi convenute tutti i messaggi subliminali contenuti nel libro a chiave Costantino e l’impero. Per l’occasione, sarà riesumata la salma di Pier Paolo Pasolini, che anni addietro girò uno spot per la Saiwa, con slogan italoamericano. Michele Monina e il sottoscritto si faranno esplodere come kamikaze all’ingresso del palazzone Rai di Milano. Poi, a brandelli, saliranno al quinto piano, dove risponderanno alle domande del conduttore di Fahrenheit come se fosse il figlio illegittimo di Eduardo Sanguineti.
Stay tuned: cliccate qui per ascoltare in diretta via Web.

‘Costantino e l’impero’

contantinoelimperostrong>COSTANTINO E L’IMPERO
Tropea
€ 10.00
2005

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E’ l’inizio del nuovo millennio italiano quando Costantino Vitagliano – sottoproletario, ex culturista, spogliarellista, modello, playboy – irrompe nel fatiscente mondo della televisione italiana e lo sconvolge dalle fondamenta. Grazie a un sistema sofisticato di partecipazioni incrociate a programmi di richiamo, con Maurizio Costanzo per padrino e Maria De Filippi per madrina, Costantino sbaraglia ogni confronto: ottiene audience superiori a quelle del Grande Fratello, delle apparizioni di Bonolis, dei quiz di Amadeus e Gerri Scotti. L’Italia è folgorata dall’imporsi di un’icona spettacolare di nuovo tipo, il prototipo dello Spettacolo Incarnato, privo di qualunque vocazione se non quella di apparire e, come un autentico messia televisivo, di sollevare ogni indice d’ascolto senza esprimere alcun contenuto, senza eseguire alcuna performance, senza mostrare alcuna abilità: soltanto apparendo.
Costantino è milanese ed è trentenne. Nato a Lambrate, da bambino si è trasferito in un quartiere popolare, Calvairate. Da qui ha iniziato l’ascesa, la scalata al cielo. Due scrittori particolarmente atipici, Monina e Genna (entrambi trentenni, uno sbarcato a Milano a Lambrate e l’altro proveniente, come Costantino, proprio da Calvairate), scoprono di avere visto e conosciuto Costantino quando non era Costantino. L’investigazione dell’infanzia, della pubertà e della consacrazione di Costantino viene effettuata da Monina&Genna con metodi che vanno dal giornalismo d’indagine alla leggenda pop. L’ambiente e il tempo in cui Costantino è cresciuto sono esattamente gli stessi in cui sono cresciuti i nostri due segugi letterari. Ne emerge un ritratto abbacinante: non soltanto della vicenda umana di Costantino, emblematica del nostro presente più di qualunque altra, ma di un’intera nazione, della sua profonda trasformazione antropologica, dell’incredibile controstoria politica, fatta di segreti e show tv, che ne fa un’anomalia mondiale. Costantino e l’Impero è l’American Tabloid dell’Italia di oggi e di domani, la biografia non autorizzata di un’icona e di quello che rappresenta – cioè gli Stati Uniti dello Spettacolo, lo spettacolo più indegno del pianeta.

Costantino e l’impero in copertina su EvaTremila!

contantinoelimperoDopo l’exploit su Gente, diretto dal geniale Umberto Brindani, Costantino e l’impero, il libro scritto dal Miserabile Autore e da Michele Monina (Tropea), viene lanciato prendendo la copertina di Eva Tremila, il mitologico magazine diretto dal geniale Silvestro Serra. In alto a destra, sopra la gigantesca figura del Vitagliano, lo strillo imperdibile: “Esclusiva mondiale di Eva“. All’interno, sei pagine con recensione, ampi stralci del libro, un corredo fotografico con un Costantino al di là dell’avantpop, un quadrotto dedicato ai “numeri di Costa”, un box che riassume “Il Costantino pensiero” e le biografie dei due loschi figuri che hanno scritto questa indagine morbosa sulle origini oscure e periferiche del Divo. Queste biografie vanno sotto uno titolo da urlo: “I due ironici, spiritosi biografi di Costa”.
Ecco dunque questo impressionante de cuius: chi sono gli spiritosi biografi di Costa.

Giuseppe Genna è nato a Milano il 12 dicembre 1969, l’ora e il minuto precisi dello scoppio della bomba di piazza Fontana. E’ cresciuto a Calvairate, lo stesso quartiere di Costantino, insieme allo stesso Costantino e ai medesimi amici. A differenza di Costantino, è cronicamente sfidanzato e ha la pappagorgia. Sembra un bravo ragazzo ma non lo è: non è più un ragazzo. Ha pubblicato 8 libri. Ha lavorato a Montecitorio come assistente del Presidente della Camera. Va spesso alla televisione, che si trova nel suo salotto su un comò bianco. Nella sua vita ha amato solo Maura e se ne vanta pure. A 35 anni, a differenza di Costantino, è ancora vergine come Arnold, il piccolo protagonista di colore del telefilm Arnold. Gli extracomunitari a Milano lo scambiano per uno di loro e hanno ragione. Tra i suoi lettori: Francesco Cossiga, monsignor Camillo Ruini e Silvio Berlusconi, che gli hanno inviato telegrammi per ringraziarlo dei suoi libri. Il suo prossimo romanzo uscirà per la casa editrice Tropea.
Michele Monina è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Milano. Si divide tra le professioni di giornalista (Gente Viaggi, Rolling Stone, Rockstar) e scrittore. Ha scritto 8 libri, tra cui Vasco Chi. Nonostante l’aspetto, è marito devoto e padre. Sta con Marina sin da quando Costantino giocava con Mazinga. Quattro anni fa, quando Costantino ha iniziato a fare lo spogliarellista, è nata sua figlia Lucia. In concomitanza con l’uscita di Troppo belli, il film con Costantino, nascerà il secondo figlio. Gli extracomunitari lo scambiano per uno di loro e hanno ragione. Non ha la pappagorgia. Possiede una Harley-Davidson e un pitbull terrier nano di nome Bazzani.

Il nuovo libro: Costantino e l’impero

contantinoelimperoE’ fatta: l’1 febbraio esce il nuovo libro, il primo pubblicato per Tropea, scritto a quattro mani con Michele Monina, costo 11 euro. Si intitola Costantino e l’impero e si occupa di Costantino, quello della tv.
Anzitutto va detto questo: si tratta della “biografia non autorizzata del Divo nel Paese delle Meraviglie”. Perché e percome? E’ molto semplice: Costantino viveva a 50 metri da casa mia, nel quartiere milanese di Calvairate, andava a scuola con mia sorella alle elementari, ci ho giocato insieme a pallone, i suoi amici erano i miei amici e i miei nemici nell’età dell’oro dell’infanzia. Costantino è nato però nel quartiere Lambrate, dove Michele è sbarcato per la prima volta venendo da Ancona. Michele sa tutto dello star gossip, io pure. Costantino da piccolo vedeva Goldrake, noi pure. Costantino mangiava Ciaocrem, l’emulazione fallita della Nutella, e noi pure. Costantino sa chi è Arnold del telefilm Arnold, noi pure. Costantino è fichissimo, noi no. Per quest’ultimo motivo, perché siamo invidiosi, abbiamo scritto questa indagine torbida sulla vita di Costantino. Quel che c’è nel libro è rigorosamente vero e provato. Abbiamo addirittura incrociato una Gola Profonda che ci ha detto cose pazzesche.
Oggi è uscito su Gente un eccezionale articolo di quattro pagine su Costantino, noi due e questo libro.
Adesso vi elenco alcuni dei personaggi di cui si parla in questo libro e poi pubblico la scheda introduttiva.
Per il momento…

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Roberto Saviano. “Scampia-Erzegovina”

savianomariospadadi ROBERTO SAVIANO

[Roberto Saviano è come un certo mohicano, e non lo dico per la foto lombrosiana che qui pubblico: è l’ultimo dei giornalisti. La sua scrittura è allucinatamente realistica e sconvolgente, ma la materia di cui tratta lo è ancor più. Leggere i reportage e le narrazioni di Saviano è una terapia che estenderei alla nazione. Il suo sguardo non è soltanto un bisturi umanista, poiché lo scrittore non è semplicemente un umanista, e non è nemmeno un ultraumanista: è ciò che la letteratura compie quando si trova di fronte alla realtà – la abbraccia, la pugnala e ne è pugnalata. Questo racconto-reportage di Roberto Saviano, pubblicato nell’antologia Generazioni. Nove per due (Ancora del Mediterraneo, 13.50 euro) mi è stato inviato da Piero Sorrentino: desidero ringraziare entrambi per l’onore che mi fanno. gg]

«Io la velocità della luce la so, ma la velocità del buio non ce l’hanno ancora insegnata…»
(Dino, 12 anni, Zagabria)

Quando sono arrivato era a terra, morto. Un nugolo di carabinieri camminavano nervosi dinanzi al negozio dove era avvenuto l’agguato. L’ennesimo. «Ormai un morto al giorno è la cantilena di Napoli», dice un ragazzo nervosissimo che passa di là. Si ferma, si scappella dinanzi al morto che non vede, ma sa che c’è e va via. Quando i killer sono entrati nel negozio stringevano già i calci delle pistole. Era chiaro che non volevano rapinare ma uccidere, punire.
Attilio ha tentato di proteggersi dietro al bancone. Sapeva che non serviva a salvarsi ma magari sperava che il gesto di nascondersi segnalasse che era disarmato, che non c’entrava nulla, che non aveva fatto niente, aveva capito forse che quei due erano soldati della camorra, della guerra voluta dai Di Lauro. Gli hanno sparato, hanno scaricato i loro caricatori e dopo il servizio sono fuggiti via, qualcuno dice con calma, come se avessero acquistato un telefonino piuttosto che massacrato un uomo. Attilio è lì. Sangue ovunque. Sembra quasi che l’anima gli sia uscita da quei fori di proiettile che gli hanno marchiato tutto il corpo. Quando vedi tanto sangue per terra inizi a tastarti, controlli che tu non sia ferito, che in quel sangue non ci sia anche il tuo, inizi a entrare in una psicotica ansia, cerchi di assicurarti che non ci siano falle nell’epidermide, che per caso senza che te ne sia accorto ti sei ferito. E comunque non credi che in un uomo solo possa esserci tanto sangue e sei certo che in te ce n’è sicuramente molto meno. Quando ti accerti che quel sangue non è tuo, non basta, ti senti svuotato anche se l’emorragia non è tua. Tu stesso diventi emorragia, senti le gambe che ti mancano, la lingua impastata, senti le mani sciolte in quel lago denso, vorresti che qualcuno sbirciasse sotto i tuoi occhi a constatare una crisi d’anemia. Vorresti fermare un infermiere e chiedere una trasfusione, vorresti avere lo stomaco meno chiuso e mangiare una bistecca, se riesci a non vomitare devi chiudere gli occhi ma non respirare. L’odore di sangue rappreso che ormai ha impregnato anche l’intonaco della stanza sa di ferro rugginoso. Devi uscire fuori prima che gettino la segatura sul sangue perché l’impasto genera un tanfo terribile come di carne tritata andata a male, che fa crollare ogni resistenza al vomito.

Non capisco perché accetto sempre di venire sui posti degli agguati. Mi chiamano, qualcuno vuole che vada a vedere, che vada a capire, che magari possa trovare formule letterarie che diano corpo a qualche verità che sappia traghettare il meccanismo di morte, la scossa del dolore estremo. La guerra di Scampia ha generato in due mesi oltre quaranta morti, almeno venti ne avrò visti, per terra, inzaccherati dal sangue, sfigurati in volto dai colpi, addormentati dalla morte. Non è importante mappare ciò che è finito, il dramma terribile che è accaduto, è inutile osservare i cerchi di gesso intorno ai rimasugli dei bossoli, che quasi sembrano un gioco infantile di biglie smarrite. È necessario invece riuscire a capire se qualcosa ancora è rimasto. Questo forse vado a rintracciare. Cerco di capire cosa galleggia d’umano ancora e se c’è un sentiero, un cunicolo scavato dal verme dell’esistenza che possa sbucare in una soluzione, in una vera risposta che dia il reale senso di ciò che sta accadendo. Il corpo di Attilio è ancora per terra quando arrivano i familiari. Due donne, forse la madre e la moglie, non so. Nel percorso si stringono, camminano avvinghiate, spalla incollata all’altra spalla, ormai sono le uniche a sperare che non sia come ormai già hanno capito e sanno benissimo. Ma sono allacciate, si mantengono l’un con l’altra, un attimo prima di trovarsi dinanzi alla tragedia. È in quegli attimi, nei passi delle mogli, delle madri verso l’incontro con il corpo crivellato, che si intuisce un’irrazionale, folle, balorda fiducia nel desiderio umano. Sperano, sperano, sperano e sperano ancora che ci sia stato un errore nella comunicazione, una bugia nel passaparola, un fraintendimento nelle parole del maresciallo dei carabinieri che annunciava l’agguato e l’assassinio. Come se ostinarsi maggiormente nel credere qualcosa possa davvero mutare il corso delle cose. In quel momento la pressione arteriosa della speranza raggiunge una massima assoluta senza minima alcuna. Ma non c’è nulla da fare. Le urla, i pianti mostrano la forza di gravità della realtà.

Attilio e lì per terra. Lavorava in un negozio di telefonia e poi per arrotondare in un callcenter. Lui e sua moglie Natalia non avevano ancora un bambino. Non era ancora il momento giusto, non c’era forse la possibilità economica di sostenerlo e perché no, magari aspettavano prima di generarlo la possibilità di farlo crescere altrove, magari al nord. Le giornate si almanaccavano di ore di lavoro e quando c’è stata la possibilità e qualche risparmio Attilio ha creduto buona cosa poter diventare azionista di quel negozio dove ha trovato la morte. L’altro socio però ha una lontana parentela con Pariante un capozona di Bacoli, un colonnello di Di Lauro, uno di quelli che si sono messi contro il boss. Attilio non sa o quantomeno sottovaluta, si fida del suo socio, gli basta sapere che è una persona che vive del suo mestiere, faticando molto, troppo. Insomma in questi luoghi non si decide della propria sorte, il lavoro sembra essere un privilegio, qualcosa che una volta giunto si tiene stretto, quasi come una fortuna che ti è capitata, un destino benevolo che ha voluto centrarti, anche se questo lavoro ti porta fuori casa per tredici ore al giorno, ti lascia mezza domenica libera e mille euro al mese che a stento ti bastano per pagare un mutuo. Comunque sia venuto il lavoro, bisogna ringraziare e non fare troppe domande a sé e al destino. Ma qualcuno fa cadere il sospetto. E il suo corpo rischia di venire sommato a quello dei soldati di camorra ammazzati in questi mesi. I corpi sono medesimi, le ragioni della morte sono però diverse anche se si cade sullo stesso fronte di guerra. Sono i clan che decidono chi sei, quale parte occupi nel risiko del conflitto di camorra. Le parti sono determinate indipendentemente dalle volontà, quando gli eserciti scendono per strada non è possibile tracciare una dinamica esterna alla loro strategia, il senso lo concedono loro, i motivi, le cause. In quell’istante quel negozio dove Attilio lavorava era espressione di un’economia legata al gruppo degli spagnoli, coloro che volevano in silenzio spodestare il boss Di Lauro, gli scissionisti, che quando sentono chiamarsi così sogghignano. Si combatte nelle strade di periferia e i soldati, come in ogni guerra, sono i disperati che ammazzano con un indennizzo di 2.500 euro a omicidio, che prendono salari di 700 euro mensili e che sperano di arrivare agli stipendi dei dirigenti militari, quelli che possono intascarsi anche ventimila euro al mese. Ma le economie in palio sono astronomiche, quella dei Di Lauro supera i 500 milioni di euro annui, e possiedono i perimetri dei continenti, si muovono con i money transfer in Canada, Australia, Gran Bretagna, Svizzera, come dimostrano le inchieste della Dda di Napoli del luglio 2004, investendo in aziende, negozi, ristoranti, alberghi. I dirigenti di queste economie hanno i profili dei finanzieri, degli imprenditori internazionali, non hanno la foggia dei criminali dei quartieri degradati, risiedono nelle città europee, a Tenerife, Monaco, Varsavia, viaggiano da Pechino a Bogotà e investono negli Usa, in Germania, in Francia. Fabbriche di vestiario, indotti di pezzi d’alta tecnologia, aziende di trapani. Qui si combatte solo la guerra. A questi quartieri è lasciata la feccia della trincea, altrove però ci sono i tavoli dove si decidono le strategie aziendali e gli snodi finanziari. La Cina è il paese con più investimenti delle imprese della camorra napoletana. Di Lauro controlla nei dintorni di Pechino le fabbriche di macchine fotografiche, telecamere e strumenti ad alta tecnologia. È arrivato in Cina dieci anni prima che confindustria si accorgesse della necessità di investire in Catai. Le macchine fotografiche vengono prodotte dagli stessi indotti delle grandi case di produzione. I clan si appropriano solo del marchio finale, per meglio introdursi nel mercato ma il prodotto è il medesimo. Ormai i mercati dell’Est Europa sono invasi con potenza da monopolio dai prodotti delle aziende dei clan che di falso hanno solo il marchio di cui si appropriano abusivamente. Lo stesso accade con il vestiario. Valentino, Ferragamo, Alcott, Prada, Ferré: la camorra, dopo averne gestito gli indotti per anni nei paesini del napoletano, ha iniziato a produrre essa stessa i capi ultimati e a porre marchi falsi. I prodotti sono i medesimi anche in questo caso, manca solo l’ultimo passaggio, l’autorizzazione da parte dell’azienda a porre la propria firma sul capo. Ma questa autorizzazione le fabbriche dei clan se la danno da soli. Il centro delle attività imprenditoriali della camorra in Italia è soprattutto al Nord. Castelnuovo del Garda è il posto dove i clan di Secondigliano hanno installato le loro maggiori attività legali legate alle imprese tessili. Ma i magazzini che raccolgono i vestiti delle aziende della camorra per venir successivamente distribuiti al dettaglio sono disseminati in ogni parte del mondo, dalla Spagna al Brasile passando per la Germania e l’Inghilterra. La cosa però che risulta più strana è che le aziende che vengono falsificate non denunciano. Fingono di non vedere, o forse questo mercato non gli è poi così d’intralcio. Il motivo è semplice. Centinaia di negozi, di centri commerciali, centinaia di ditte di trasporto, di magazzini sono gestiti dai clan, mettersi contro il loro potere economico significherebbe avere prezzi aumentati, trattamenti sfavorevoli, distribuzione complicata. Oltre a ciò la camorra ha in mano le fabbriche nell’Est Europa e la possibilità di intervenire su quelle italiane, in breve i bassissimi costi di produzione sono garantiti anche dall’intervento dei sodalizi camorristici. In fondo quindi alle grandi griffe e alle grandi aziende sembra convenire spartire la propria fetta di mercato ancor più perché i marchi usati sono i propri e quindi non si crea una concorrenza a vantaggio di un’altra azienda. Il guadagno è comune e dove tutti ricevono profitto non c’è motivo di lamentela, lo dice anche Bill Gates. Ma i clan napoletani facendo così hanno conquistato il mercato tecnologico rumeno, polacco, ungherese e quello del vestiario in Provenza, in California e in Germania. Paradossalmente ha molto meno a che fare la periferia di Scampia e Secondigliano con la camorra che Pechino, Los Angeles, e il Veneto dove l’economia camorristica trionfa e fattura capitali astronomici falsando il libero mercato, potendo godere del plusvalore criminale e trasformandosi essa stessa in gruppo imprenditoriale che fagocita concorrenza e tenta, attraverso il proprio preziosissimo valore aggiunto, di infiltrarsi nei più potenti e noti gruppi economici. Ma è nella periferia napoletana che scorre il sangue, saltano in aria negozi e si ammazzano quattro persone al giorno. È qui che si tagliano le teste con il flex, si riempie la bocca di benzina e si mette uno stoppino tra i denti cosicché quando si dà fuoco le guance e la calotta cranica possano esplodere. È qui che la fantasia più barbarica trova il suo laboratorio d’avanguardia. Quindi è qui che si guarda e non altrove. È qui che con colpevole ingenuità si crede risieda il problema.

Natalia, Nata come la chiamava Attilio, è una ragazza stordita dalla tragedia. Si era sposata appena quattro mesi fa, ma non viene consolata, al funerale non c’è presidente della Repubblica, ministro, sindaco che le tiene la mano. Meglio così forse, si risparmia la messa in scena istituzionale. Ma ciò che aleggia sulla morte di Attilio è una ingiusta diffidenza. E la diffidenza è l’assenso silenzioso che viene concesso all’ordine della camorra. L’ennesimo consenso all’agire dei clan. Ma i colleghi del callcenter di Attila, come lo chiamavano gli amici per la sua violenta voglia di vivere, organizzano fiaccolate, e si ostinano a sfilare anche se sul percorso della manifestazione avvengono ancora agguati, il sangue ancora traccia la strada. Procedono, accendono luci, fanno capire, tolgono ogni onta, cassano ogni sospetto. Attila è morto sul lavoro e con la camorra non aveva rapporto alcuno. In realtà dopo ogni agguato il sospetto grava su tutti. Troppo perfetta è la macchina dei clan. E non c’è errore. C’è punizione. E così è ai boss che viene data fiducia, non ai familiari che non capiscono, non ai colleghi di lavoro che sanno, non alla biografia di un individuo. In questa guerra le persone vengono stritolate senza colpa alcuna, vengono rubricate negli effetti collaterali o nei probabili colpevoli. Un ragazzo, Dario 26 anni, ucciso nel dicembre 2004, di sera viaggiava sulla sua vespa quando viene sparato in faccia, al petto, lasciato morire a terra nel suo sangue che ha avuto il tempo di impregnare la camicia. Non aveva parenti camorristi, due fratelli entrambi con un passato da carabiniere. Un ragazzo innocente, gli è bastato essere di Casavatore, un paese martoriato da questo conflitto perché divenuto una sorta di feudo simbolico degli spagnoli. Questa è stata condizione sufficiente per divenire bersaglio, obiettivo, messaggio di terrore da urlare con la sua morte stessa, busta innocente di carne da inviare ai camorristi del suo paese. Per lui ancora silenzio, incomprensione. Nessuna epigrafe, né targa, né ricordo. «Quando si è uccisi dalla camorra, non si sa mai», così mi dice un vecchio postino che si fa il segno della croce nei pressi del luogo dove Dario è caduto. Non si sa mai, così come non si è saputo per Gelsomina, 22 anni, ammazzata nel novembre 2004, presa nel mucchio, aveva frequentato per qualche tempo un ragazzo che dopo un po’ era entrato nel clan, come molti in questa città, piccoli lavori, autista, corriere. Poi questo ragazzo ha deciso di partecipare col suo capozona al golpe contro Di Lauro e per Gelsonima quelle giornate trascorse con lui per qualche giro in vespa, quelle ore di frequentazione sono bastate per condannarla a morte. Torturata, uccisa, bruciata. Gelsomina lavorava, e duramente perché la sua famiglia era in seria difficoltà. Suo padre aveva perso il lavoro e la malinconia l’aveva divorato. Eggià perché anche chi abita qui, chi abita a Scampia e Secondigliano divenute ormai quasi archetipo dell’aberrazione, quando perde il lavoro, finisce con l’ammalarsi l’anima. E non ti alzi più dal letto, e senti di non farcela perché al Nord il tuo curriculum neanche lo leggono e poi a ricominciare tutto daccapo così lontano non ce la fai, e qui non sai a chi rivolgerti per campare e non hai né la voglia né il coraggio di entrare in un clan. Anzi neanche ti affiliano perché sei troppo vecchio o troppo inaffidabile, perché per troppo tempo hai avuto diffidenza verso la camorra e ora loro hanno diffidenza verso di te. E allora fai dire a tua moglie o a tuo figlio, alle persone che chiedono di te, che sei finito in carcere. Non esci dalla tua stanza per un anno, meglio far credere che sei andato a finire dentro per una rapina al Nord, magari ai camion, meglio far sapere che ti hanno beccato dopo un furto che invece far sapere che sei depresso, fermo a letto senza neanche la forza di accendere la luce. Ma è difficile vedere questo negli oltre ottocento colpi di pistola, mitra e fucile a pompa sparati in questa guerra, avere la pazienza di capire, di scremare, di comprendere chi e cosa nell’inferno non è inferno. E quasi sembra una difesa trovare una colpa, dire che in qualche modo il morto è colpevole della sua sorte. Se l’è cercata. Faceva parte del suo mestiere. Così si allontana la paura, la possibilità che possa accadere a chiunque vive in terra di camorra, in economia di camorra. Dare una colpa a chi non ce l’ha concede il senso del falso che però conforta. Qui non si muore per caso o errore, si muore perché il sistema camorra decide della morte e soprattutto della vita di tutti. In questo momento la cinetica del potere ha il volto di Cosimo Di Lauro, il leader della cosca, il rampollo che da solo ha sventato il golpe. Erano in minoranza, suo padre e i suoi uomini. I colonnelli, i fedelissimi del clan volevano gestire da soli l’azienda, ma Cosimo – secondo le accuse – ha imbastito una guerra basandola sulla spietatezza. Tutti devono morire, parenti, amici, vicini di casa di chi ha ordito e osato pensare di spodestare suo padre dal vertice. Come nella guerra in Bosnia, come a Sarajevo, quando era impossibile alle bande capire a quale ceppo di presunta razza appartenevi, bastava uccidere il tuo vicino, il cane, l’amico o un tuo familiare. Una voce di parentela, una somiglianza di pregiudizio è condizione ragionevole per diventare bersaglio. Bastava che passassi per una strada per ricevere subito un’identità di piombo. L’importante era concentrare il più possibile dolore, tragedia e terrore. Indiscriminatamente con l’unico obiettivo di mostrare la forza assoluta, il dominio incontrastato, l’impossibilità di opporsi al potere vero, reale, imperante. Non vi è altro motivo che disseminare un terrore capace di far sentire la propria volontà come un congegno di cui temere e quindi agire e pensare sempre guardandosi bene da come verrà interpretato il proprio comportamento. E così ci si trasforma sino ad abituarsi a pensare come coloro che potrebbero risentirsi di un gesto o una parola. Stare attenti, guardinghi, silenziosi, per salvarsi la vita, per non toccare il filo ad alta tensione della vendetta. Le bande serbe che scorazzavano in Bosnia del resto hanno imparato dai clan camorristici. Come un’informativa del Sismi del 1994 segnala, Zeljco Raznjatovic, meglio conosciuto come la tigre Arkan, mandò il suo fidato Radovan Stanisc in Italia a prendere accordi con diversi personaggi tra cui il boss di Casal di Principe nel casertano, Francesco Schiavone, il capo di uno dei gruppi imprenditoriali e camorristici più potenti d’Europa, i casalesi. Arkan è stato uno dei criminali di guerra serbi più spietati, ammazzato nel 2000 in un albergo di Belgrado capace con le sue scorribande di radere al suolo interi paesi musulmani di Bosnia, fondatore di un gruppo nazionalista, i Volontari della guardia serba, che quando una giovane inviata della Cnn in Erzegovina lo citò per un’intervista a una donna bosniaca questa svenne di colpo. Arkan – secondo le indagini – volle stringere patto con Francesco Schiavone, conosciuto come Sandokan, la tigre della Malesia. Le due tigri si allearono, Arkan chiese armi per i suoi guerriglieri e soprattutto l’intervento di Schiavone per due cruciali problemi: far star buoni i mafiosi albanesi che avrebbero potuto rovinargli la sua guerra, attaccando da sud o bloccando il commercio di armi, e aggirare l’embargo che gli impediva di commerciare con l’estero e ricevere i capitali riciclati sul piano internazionale. Sandokan acquietò i suoi alleati albanesi facendo passare serenamente i carichi di armi, concedendo ad Arkan una tranquilla guerriglia e un pacifico sterminio di slavi islamici. Mosse poi i suoi contatti bancari per aggirare l’embargo e far arrivare il danaro in Serbia sotto forma di aiuti umanitari. In cambio gli imprenditori amici del clan (che vanno da Treviso a Capua) acquistarono ad ottimi prezzi aziende, imprese, negozi, masserie, allevamenti, disseminando così in mezza Serbia la vincente impresa italiana. Arkan prima di entrare nel fuoco della guerra ha interpellato la camorra e ha preso da essa armi, droga, metodi d’affari e strategie per aggirare l’embargo. Cosimo Di Lauro ha invertito la rotta, prima di dettare la sua strategia militare ha appreso dalla Bosnia, dagli stermini etnici degli ustaša e dei nazionalisti serbi la condotta vincente da far tenere ai suoi eserciti.

Quando lo hanno arrestato Cosimo si nascondeva in un buco di quaranta metri quadri, dormendo su un letto quasi sfondato. L’erede di un sodalizio criminale capace di fatturare esclusivamente con il narcotraffico un milione di euro circa al giorno, e che aveva fatto progettare una villa pompeiana da tre milioni di euro nel cuore di uno dei quartieri più miseri d’Italia, era costretto a rintanarsi in un buco fetoso e microscopico. Quando Cosimo sente sbattere gli anfibi dei carabinieri, rumoreggiare i fucili, non tenta di scappare, non si arma neanche. Si mette davanti allo specchio. Bagna il pettine, tira indietro i capelli dalla fronte e poi li lega nel codino all’altezza della nuca, lasciando la zazzera riccia cascare sul collo. Poi indossa sopra il dolcevita scuro l’impermeabile nero. Cosimo Di Lauro s’imbandisce da pagliaccio del crimine, da guerriero della notte, scende per le scale impettito. È claudicante, qualche hanno fa è caduto rovinosamente dalla moto e la gamba zoppa è la dote avuta da quell’incidente. Ma quando scende dalle scale ha pensato anche a questo. Poggiandosi sugli avambracci dei carabinieri che lo scortano riesce a non mostrare il suo handicap, riesce a fingere di camminare con passo felpato. Ha passato come molti ragazzi della sua medesima età a fissare i fotogrammi di Matrix, forse avrà avuto nella sua stanza il poster del film Il Corvo, e avrà sognato di dimagrire per somigliare a Brandon Lee. È chiaro che ha questi modelli in mente, è a loro che il boss si ispira, i nuovi sovrani militari dei sodalizi criminali napoletani non si atteggiano da guappi di quartiere, non hanno gli occhi sgranati e folli di Cutolo, non pensano di doversi atteggiare come Luciano Liggio o come caricature di Lucky Luciano e Al Capone, non si fanno crescere l’unghia del mignolo sinistro, mostrando che non lavano neanche il piatto dove mangiano. Matrix, The Crow, Pulp Fiction riescono con maggiore capacità e velocità a far capire cosa vogliono e chi sono. Sono modelli che tutti conoscono e che non abbisognano di eccessive mediazioni. Lo spettacolo è superiore al codice sibillino dell’ammiccamento o alla circoscritta mitologia del crimine da quartiere malfamato. Cosimo fissa le telecamere e gli obiettivi dei fotografi, abbassa il mento, sporge la fronte e tira le pupille in alto. Non si è fatto trovare come Brusca con un jeans liso e una camicia sporca di salsa, non ha il volto terrorizzato come quello Riina, né è stato arrestato in pigiama nascosto dietro un armadio come capitò a Misso. È un guerriero che si è imbattuto, da incensurato, nella sua prima sosta. Paga per il troppo coraggio, l’eccessivo zelo nella guerra che ha condotto. Non sembra che sia tratto in arresto ma semplicemente che muti il luogo del suo comando. La gente del quartiere al solo guardarlo si sente bruciare lo stomaco. Inizia la rivolta, rovesciano auto, riempiono bottiglie di benzina e le lanciano. La crisi isterica non serve a evitare l’arresto come potrebbe sembrare, ma a scongiurare vendette. Ad annullare ogni possibilità di sospetto. A segnalare al principe Di Lauro che nessuno lo ha tradito. Che nessuno ha spifferato, che il geroglifico della sua latitanza non è stato decifrato grazie ai suoi vicini di casa. È un enorme rito quasi di scusa, una metafisica cappella di espiazione che le persone del quartiere vogliono costruire con le volanti dei carabinieri bruciate, i cassonetti posti a barricate, il fumo nero dei copertoni. Se Di Lauro posa il suo sospetto su di loro, non avranno neanche il tempo di fare le valigie, la mannaia militare si abbatterà sul quartiere come l’ennesima spietata condanna. Due settimane dopo l’arresto del rampollo del clan, il volto arrogante che fissa le telecamere campeggia sugli screen saver dei telefonini di decine di ragazzini e ragazzine delle scuole di Torre Annunziata, Quarto, Marano. Certo gesti di mera provocazione, di banale balordaggine adolescenziale. Ma Cosimo sapeva. Così bisogna agire per essere eletti capi, per raggiungere il cuore degli individui, bisogna saper usare anche lo schermo, l’inchiostro dei giornali, bisogna sapere annodare il proprio codino e fissare gli bene gli obiettivi. Perché sin quando non sarai temuto non riuscirai mai a essere realmente rispettato.

Mentre sono sul bus, mentre mi allontano i pensieri iniziano a pesare come sfere d’acciaio nel vuoto del cranio. Inizi a capire perché non c’è mattina che tua madre ti guardi con sospetto, non capendo perché non te ne vai dal sud, perché non fuggi via, perché continui a vivere in questi luoghi d’inferno. Cerco di almanaccare da quando sono nato quanti sono i caduti, gli ammazzati, i colpiti. Non bisognerebbe contare i morti per comprendere le economie della camorra, anzi sono l’elemento meno indicativo del potere reale ma sono quanto meno la traccia più visibile e quella che riesce d’immediato a piagare lo stomaco. Inizio la conta: 100 morti nel 1979, nel 1980 140, 110 nel 1981, 264 nel 1982, 204 nel 1983, 155 nel 1984, 107 nel 1986, 127 nel 1987, 168 nel 1988, 228 nel 1989, 222 nel 1990, 223 nel 1991, 160 nel 1992, 120 nel 1993, 115 nel 1994, 148 nel 1995, 147 nel 1996, 130 nel 1997, 132 nel 1998, 91 nel 1999, 118 nel 2000, 80 nel 2001, 63 nel 2002, 83 nel 2003, 142 nel 2004, 12 nei primi due mese del 2005…. Tremilacinquecento morti. Mi sovviene in mente un’immagine. Quella della cartina del mondo che spesso compare sui giornali, soprattutto su quelli francesi. Campeggia sempre in qualche numero di «Le Monde Diplomatique» quella mappa che indica con un bagliore di fiamma tutti i luoghi della terra dove c’è un conflitto. Kurdistan, Sudan, Kosovo, Timor Est. Mi viene spesso di gettare l’occhio sull’Italia del sud. Di sommare i cumuli di carne che si accatastano in ogni guerra che riguardi la camorra, la mafia, la n’drangheta, i sacristi in Puglia o i basilischi in Lucania. Oltre diecimila morti. Ma sulla cartina non c’è traccia di lampo, non v’è disegnato alcun fuocherello. Qui è il cuore d’Europa. Qui si foggia la parte maggiore dell’economia della nazione. Quali ne siano le strategie d’estrazione di ricchezza poco importa. Necessario è che la carne da macello rimanga impantanata nelle periferie, schiattata nei grovigli di cemento e mondezza, nelle fabbriche a nero e nei magazzini di coca. E che nessuno ne faccia cenno, che tutto sembri una guerra di bande, una guerra tra straccioni. E allora comprendi anche il ghigno dei tuoi amici che sono emigrati, e tornano da Milano o da Padova e non sanno tu chi sia diventato per continuare a vivere dove vivi. Ti squadrano dall’alluce alla fronte per cercare di soppesare il tuo peso specifico e intuire se sei un chiachiello o uno bbuono. Un fallito o un camorrista. E dinanzi alla biforcazione delle strade sai quale già stai percorrendo e non vedi nulla di buono al termine del percorso.

Scendo dal bus e inizio a correre. Forte, sempre più forte, le ginocchia si torcono, i talloni tamburellano i glutei, le braccia sembrano snodate e si agitano come legni di burattino. Corro, corro, corro ancora. Il cuore batte, in bocca ho la saliva che mi annega la lingua e sommerge i denti. Mi fermo. Sento il sangue che gonfia la carotide, tracima nel petto, non ho più fiato, dal naso prendo tutta l’aria possibile che subito rigetto come un toro. Riprendo a correre, sento le mani gelide, il viso bollente, chiudo gli occhi. Sento che tutto quel sangue visto a terra che ho sentito perso come rubinetto aperto sino a spanare la manopola, l’ho ripreso, ora lo risento nel corpo. Maledetta terra, maledetti luoghi, maledetto me stesso che non soffoco in un bolo sordo il dolore ma lo frammento e moltiplico con le parole. Arrivo finalmente al mare. Salto sugli scogli, il buio è impastato di foschia, non si vedono bene neanche i fari delle navi che scorazzano nel golfo. Il mare si increspa, alcune onde iniziano ad avvicendarsi, sembrano non voler toccare la fanghiglia della battigia ma non tornano neanche nel gorgo lontano dell’alto mare. Rimangono immobili nell’andirivieni dell’acqua, resistono ostinate in un’impossibile fissità aggrappandosi alla loro cresta di schiuma. Ferme, non sapendo più dove il mare è ancora mare.