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Autoglosse sul TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM / 2

opera.gifIl testo del TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM
• Autoglosse sul TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM: Prima autoglossa
Questo percorso in autoglossa sul Trittico della Vallis Lacrymarum procede per balzi, per deviazioni, per attestazioni su passi, per derive e digressioni, in assenza momentanea di una riflessione sul disegno (e sulla struttura) del Trittico stesso che, come già detto, è un movimento che si ispira a Celan, ma più precisamente alla lettura che di Stretto fa Peter Szondi.
Non è un caso che abbia iniziato dalla fine. La frase terminale dell’ultima installazione è l’apertura che trasforma la fine in un esaurimento di potenza, in una stanchezza mentale, nel tentativo di trapassare nell’oltreculturale, in un’eccedenza in cui il pensiero accade: e tale tentativo, essendo comunque linguistico, è predestinato al fallimento. Mi importa tuttavia una figurazione retorica che non si inscrive nello spettro della retorica accademizzata e che è la nozione di pressione, che ho tentato di evidenziare nel saggio su Personaggio Vuoto, occupandomi di Lovecraft.
Cioè: cosa preme perché il pensiero, a furia di superamenti di ostacoli e soglie, essendo peraltro pensiero immaginale, giunga all’esaurimento e si ritrovi in uno spazio aperto di cui nulla sa dire? Questa pressione è un percorso, cioè è un destino nel senso conferito a tale nozione dalla tragedia classica greca. Qualcosa preme se “io” attraversa ostacoli. Desidero occuparmi a tale proposito di una delle soglie, od ostacoli, che il testo mi propone: è la figura del Bambino nella seconda installazione del Trittico, per cui ho dovuto richiamare, come paratia necessaria, la poesia di Wallace Stevens da Note sulla suprema finzione.


Il percorso ideale, nemmeno più immaginale, ma certamente ai limiti estremi del culturale, prima del discioglimento del pensiero in contemplazione silenziosa, è un climax che struttura la poesia di Wallace Stevens. Si compone un triangolo: la voce poetica che emette un vocativo, il destinatario del vocativo che è l'”efebo” e l’oggetto del vocativo che è “il sole”. La voce poetica invita l’efebo alla contemplazione deculturalizzata del sole: via ogni sovrastruttura, via ogni significazione, via ogni mitologizzazione o sovrapposizione immaginaria. E’ un’opera di non poco conto questo contemplare levando: “noi espulsi e le nostre immaginazioni… || la morte di un dio è la morte di tutto“. Si invita, dunque a superare la morte del tutto.
E cosa resta, dopo la morte del tutto?
La voce poetica sembra avere già superato questa soglia, poiché è al di là del discrimine della morte del tutto che la voce stessa invita l’efebo a progredire. Non c’è risposta: la visione silenziosa non è giudicante, non è linguistica. E’ una trasmigrazione, quindi, che viene disegnata: il primo invito è a iniziare e a percepire in maniera diversa – quindi a priori il radicamento oggettuale, mondano è totale. A questo mondano si sottrae però già l’eccezione dell’efebo: figura indifferenziata, che rimanda a quella dell’androgino, figura non polarizzata, che si sta affacciando alla possibilità di una concreta identificazione in una forma: l’efebo trascorre nell’uomo, nei suoi impegni e doveri, nelle sue identificazioni appunto.
A quale diversa percezione si invita l’efebo? A percepire la percezione del percetto. Qui si spalanca l’abisso del silenzio. L’aspetto fonico è d’aiuto e risulta determinante: l’assonanza con Phoebus, dio del sole, sembra mettere direttamente in relazione l’efebo al dio, e quindi invitare a un antagonismo contro un demone, una potenza che soprassiede all’esistenza stessa dell’efebo. E’ dunque a un indentramento che il poeta invita. Quale? Un indentramento che presiede a un’espulsione: l’espulsione di ciò che è umano dalla contemplazione. Lo sguardo testimoniale attivato, che è lo sguardo puro coscienziale o, per dirla col Plotino di Hadot, lo “sguardo semplice”, non è umano. Non è connotabile. Qualunque attività di coscienza che sviluppi autoconsapevolezza è in grado di attivare tale sguardo: non è soltanto una prerogativa umana, in assoluto.
Di cosa si parla rispetto a questo “sguardo semplice”? Nei versi di Wallace Stevens: “Phoebus è un’idea, efebo. Ma Phoebus | era il nome per qualcosa che non ne avrebbe potuti avere… | […] Il sole | non ha nome alcuno, l’oro è il suo fiorire, ma può | essere nella difficoltà di essere”. Questa è precisamente la tesi e il target del saggio sul Personaggio Vuoto. L’oggetto, in contemplazione silenziosa, non ha nomi: è di là dal linguaggio. Il nucleo fondamentale è che l’oggetto manifesta nel divenire il fatto che è, mentre potrebbe non essere determinato, non apparire, non assumere una forma. La contemplazione trasla dall’oggetto a questo misterioso salto (si noti l’epoché ai confini assoluti del linguaggio, quando si asserisce la totale transitorietà e l’arbitrio inestinguibile che comporta la dazione dei nomi). Il salto è quello che una forma compie dall’indifferenziazione nell’essere all’essere nel divenire, dove si è soltanto in forma.
Chi può esercitare questo “sguardo semplice”? A guidare, in questo caso, traccia tra molteplici altre possibili, è il detto crisitco: “Lasciate che i bambini vengano a me”. Poiché il Cristo è l’io-io con cui possiamo simbolicamente esprimere l’attività (altrimenti irriducibile al linguaggio) della pura coscienza, i bambini sono coloro che vanno a quell’attività di pura coscienza: vogliono andarci e ne sono chiamati (ecco una manifestazione della pressione: l’evocazione, il richiamo, a cui si può resistere o meno; in Wallace Stevens, il vocativo altro non è che un sottogenere retorico di una retorica ampia, che è la pressione) – comunque sono da essa accolti. E chi sono questi bambini? Il bambino è l’efebo di Wallace Stevens, con una differenza: i bambini cristici hanno realizzato l’invito della voce poetica all’efebo. Essi vanno con sguardo innominato e innominabile verso ciò che non si nomina. Essi sono il contrario del “ricco” che non entra nel Regno dei Cieli (cioè verso l’indentramento che conduce alla contemplazione silenziosa coscienziale: “il Regno dei Cieli è dentro di voi”): il ricco” si porta dietro averi, ha qualcosa, e ciò che ha gli interdice il passaggio alla contemplazione coscienziale silenziosa. Che la saggezza popolare giunga a dire, ma peggiorativamente, che “i vecchi sono come bambini” dovrebbe spazzare via ogni dubbio circa la traiettoria che intendo prendere.
Poiché di traiettoria si tratta. Cerco di vederla nel passaggio di questa soglia, che è nel testo:
Valle misurabile.
Valle dentro, valle mentale: non misurabile – esistente.
Bambino che sorride, quindici mesi, e poi si chiude.
Bambino mentale: il Bambino.
Il Bambino non assalito dal tempo, da me pensato che mi assale il tempo.
Non-tempo dentro-sotto il tempo.
Nel Prometeo Incatenato sui massicci alla fine del mondo, che danno sull’abisso.

Si parte dall’oggettivo sub spaecie quantitatis: la valle è uno spazio misurabile. In quanto tuttavia essa è percepita, il metabolismo immaginale e pensativo ne ricava un’immagine che non è affatto misurabile, cioè non è collocata in uno spazio che consenta misurazione quantitativa: la valle, in quanto immagine di quella valle, dentro, non è più misurabile. E tuttavia esiste: l’immagine della percezione esiste. Vedo all’interno quella valle slovena: per salti di sguardo interiore, per strascichi, per frammenti. Esiste e non è misurabile.
Come finora non mi sono accorto di questo? Vale a dire: intellettualmente lo sapevo, ma esperienzalmente non mi ero mai fermato nella contemplazione interiore di questa non misurabilità che comunque non intacca l’esistenza di un percetto intimo. E’ perché, bambino, ho perduto lo “sguardo semplice”: crescendo ho accumulato sovrapposizioni dovute alla mia storia, alla storia della mia famiglia, del mio paese, della mia specie. Culturalizzato, ho iniziato a sovrapporre memorie e ho appreso un modo di pensare, equivalente a due lenti filtranti poste sugli occhi. La mia attenzione è andata ai “nomi” (per stare al discorso di Wallace Stevens) e non a ciò da cui i nomi emergono o sono emersi. Quindi quell'”io” bambino dovrebbe essere trascorso, triturato dal passaggio della storia, esposto ai venti calcarei di quanto è accaduto. Invece no: rivedo quel bambino – lo rivedo interiormente. Esso è il bambino mentale. Concretamente lo percepisco. Bambino mentale, diventa qualunque bambino: il bambino quintessenziale, l’archetipo del bambino, ogni possibile bambino: il Bambino. Io, che ho subìto molteplici trasformazioni nel corso della mia esistenza, io che sono stato assalito dal tempo, ho in mente un’immagine che non ha tempo, non ha sostanzialmente mutato i contorni – è esistente e non soltanto non è misurabile spazialmente (quanti metri è alto il Bambino?), ma addirittura non rientra nella misurabilità cronologica. Dentro di me, sotto di me, c’è una zona che esiste e ha forma – e tuttavia non ha spazio e non ha tempo.
Questo oggetto è l’oggetto letterario. Il richiamo immediatamente successivo, in questa installazione, è al Prometeo incatenato di Eschilo, che per me è la tragedia più importante per la mia formazione. Cosa accade in quella tragedia è comunque materia di una prossima riflessione; successiva alla determinazione di una possibile valenza (non culturale, ma esperienzale e immaginale) dell’archetipo del Bambino, poiché avverto che il Bambino irradia qualcosa. Quanto a Eschilo, basti, al momento, sapere che Prometeo è incatenato alla fine del mondo, sulle catene montuose dell’impervia e inarrivabile e gelida Scizia: dietro le sue spalle, c’è l’abisso definitivo.
Che cosa è questo “abisso”? Cosa è questo “niente” in cui non c’è più il mondo?
Torno all’inizio della riflessione. Avevo scritto che mi interessava la retorica della pressione. L’accelerazione mentale che, dalla valle misurabile mi conduce al bambino, è stata compiuta perché? Sono forse stato spinto? Che tipo di pressione esercita il testo, conducendo a una simile accelerazione?

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