Corri, Cesare, corri!

di Valerio Evangelisti
[da Carmilla]
battisticorri.jpgMentre scrivo non so che fine abbia fatto Cesare Battisti. Se sia in effetti fuggito o se, come affermano i suoi avvocati, possa essere vittima di una crisi depressiva.
La mia speranza è che la prima ipotesi sia quella vera. Che ancora una volta l’eterno fuggitivo sia scivolato dalle mani dei suoi eterni aguzzini e si trovi lontano, lontanissimo. Momento, certo, terribilmente doloroso per lui. La prima volta che scappò di prigione era appena ventenne, adesso ha cinquant’anni e due figlie, una di nove e l’altra di diciannove anni. Meglio però questo distacco che venire seppellito per sempre in un carcere. Cesare non è tipo da carcere. Nessuno lo è, in effetti, ma lui meno di tutti. Eppure è da quando era adolescente che pesa su di lui l’ombra della prigione. Vi è finito in Italia, in Messico, in Francia. Ogni volta è riuscito a tornare in libertà, per vie legali o illegali. Ha praticato con sistematicità il diritto all’evasione, e ha fatto benissimo. Questa volta soprattutto.

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‘Il caso Battisti’

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IL CASO BATTISTI
L’emergenza infinita e i fantasmi del passato
di Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna e Wu Ming 1
NDA PRESS
€ 8.00
2004

Il 10 febbraio 2004 la polizia francese arresta Cesare Battisti, scrittore italiano reduce degli “anni di piombo”, da tempo esule a Parigi dove ha avuto due figlie. La capitale francese l’ha accolto in base alla celebre “Dottrina Mitterrand”, che da vent’anni garantisce diritto d’asilo ai fuggiaschi della lotta armata, purché rinuncino alla clandestinità e alla violenza politica. Oltre a ciò, nel 1991 la magistratura francese, dubbiosa delle circostanze in cui Battisti era stato processato e critica nei confronti delle condanne definitive in contumacia emesse dai tribunali italiani, aveva dichiarato Battisti non estradabile. Stavolta, a chiedere la sua estradizione per delitti avvenuti nel 1979 è il ministro della giustizia Castelli. Il governo di centro-destra francese vorrebbe accontentarlo, ma moltissimi intellettuali si mobilitano a difesa della “Dottrina Mitterrand” e di tradizioni di accoglienza e asilo risalenti almeno alla guerra civile spagnola. Mentre in Francia la protesta ottiene grande visibilità, qui da noi (benché un appello contro l’estradizione raccolga oltre duemila firme di scrittori, registi, deputati e semplici cittadini) si fatica a perforare lo “scudo stellare” del giustizialismo. La società italiana non ha ancora fatto i conti con le conseguenze delle leggi speciali anti-terrorismo, e la classe politica si rifiuta di rileggere gli anni Settanta senza inforcare gli occhiali del vecchio “partito del rigore”. Infatti, quando i magistrati francesi mettono in libertà provvisoria Battisti, in Italia tutti i media convergono in un attacco alla personalità dello scrittore, sovente attribuendogli opinioni non sue e azioni che nemmeno i tribunali gli addossarono. Questo libro, curato dalla redazione della rivista Carmilla, cerca di esercitare la ragione, sollevare dubbi, far sentire “l’altra campana”.

‘Ishmael’ sul Guardian!

guardiannp.gifThe Guardian, 3.7.2004
THE ITALIAN MOB
petit.jpgIl regista e scrittore Chris Petit, autore di The Human Pool, è esaltato da Nel nome di Ishmael, la cospirazione europea di Giuseppe Genna, che paragona a un incrocio tra Dennis Wheatley e ‘La dolce vita’.
di Chris Petit
Spider’s Web di Alan Friedman, un libro inchiesta sull’entusiasmo di Londra Washington e Roma nell’armare Saddam Hussein durante gli Ottanta, inizia proprio a Roma, in piena deferenza al primato dell’Italia in fatto di cospirazioni. Per le stesse ragioni, Nel nome di Ishmael, thriller politico picchettato di eventi storici, definisce l’Italia come la nazione della cospirazione, precisando: “Gli Stati Uniti della Pubblicità sono dilettanti quando si parla di cospirazioni. Gli Italiani hanno una storia. Disporre di una storia significa disporre di cospirazioni”. ishmaelguardian.gifLa cospirazione tratteggiata da Genna è un affaire compulsivo, perfino voluttuoso, che corre in parallelo a quelli esplorati nel cinema da Francesco Rosi, come Cadaveri eccellenti o il caso storico de Il caso Mattei. Mattei, a capo della compagnia petrolifera di Stato, l’Agip, e grande oppositore del cartello delle multinazionali, descritto ai tempi dal Time come l’italiano più potente dai tempi dell’imperatore Augusto, morì in un incidente aereo nel 1962. La sua morte gioca un ruolo centrale nel romanzo di Genna.
Nel nome di Ishmael è un thriller sofisticato e cinematografico, proprio alla maniera di Rosi, che con agilità incrocia due indagini a Milano, a distanza di quarant’anni, incentrate sul sacrificio rituale di bambini, omicidi politici, un network sadomaso e una setta di killer professionisti – tutti connessi a “un potere occulto e tentacolare”, un’organizzazione religiosa segreta guidata dal misterioso e invisibile Ishmael.

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Intervista a Time Out su ‘Ishmael’

[In the name of Ishmael, versione inglese del thriller mondadoriano, è uscito in Inghilterra. Il settimanale londinese Time Out mi ha chiesto un’intervista. La pubblico qui. gg]

Nel suo libro Il cuore oscuro dell’Italia lo scrittore inglese Tobais Jones chiede: “Come mai ci sone cosi tanti misteri in Italia?”. Lei pensa che tutti queste domande senza risposte spiega la voglia del pubblico di leggere gialli?

Non credo, altrimenti avremmo un pubblico di lettori che frequenta la letteratura per una sorta di impegno civile. La politicizzazione del genere nero è più un fatto di scrittura, che di ricezione della narrativa da parte degli italiani. Per quanto l’Italia sia un Paese la cui storia è fitta di trame nere, resta tuttora una nazione a bassa intensità culturale.
Ha ragione Jones, nella sua incursione straordinaria nella cultura italiana, a puntare il dito sulla pervicacia di una politica di imposizione della sottocultura, attraverso l’apparato mediatico che il premier Berlusconi detiene in modo quasi esclusivo.

Sente affinita` per altri scrittori come Massimo Carlotto, Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli e Marcello Fois?

No, essenzialmente io scrivo thriller e spy story, mentre sia Camilleri sia Carlotto sia Fois si occupano di poliziesco all’italiana. Se c’è affinità, è con Carlo Lucarelli, che dopo avere contribuito al successo della letteratura nera in Italia, sta ora imponendo una forte attenzione alla ricerca storica e alla creazione di un nuovo genere storico, meno fantastico ma sicuramente più importante per la ricerca delle radici del presente italiano. Io mi muovo al di là dell’orizzonte italiano: per me il panorama e il teatro narrativo è l’Europa, i suoi rapporti con l’America e l’oriente, ma anche con l’anomalia inglese.

Questi scrittori perferiscono l’etichetta ‘noir’ a quella di ‘giallo’. Vale anche per Lei?

Io sono decisamente un autore di thriller geopolitici – se la definizione non spaventa… 🙂

Ha detto Andrea Camillieri che la realta` politica in Italia ha superato, so non abolito, l’immaginazione. Lei e` d’accordo? Se e` d’accordo, quali sono le conseguenze per il romanzo italiano?

Una conseguenza fondamentale: è grazie a quella situazione denunciata da Camilleri che ora, in Italia, disponiamo di un capolavoro di genere come Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo, il quale è anche un magistrato – forse in Italia non basta essere ottimi scrittori per scrivere un ottimo romanzo nero, bisogna anche essere giudici. Credo invece che nel mio caso non basterebbe nemmeno essere giudice oltre che scrittore: io mi occupo di un problema filosofico che ha nome Henry Kissinger…

Qual è dunque il rapporto tra la realta` e l’immaginazione nel suo libro?

L’invenzione è declinata in due sensi in Ishmael. Da un lato c’è un aspetto simbolico, direi filologicamente esoterico, che costituisce un continuo richiamo della grande sapienza simbolica di matrice massonica ed alchemica. Per esempio: in una scena centrale appare una mummia, che esprime più significati di una mummia reale. E’ un appello quasi evangelico: chi ha orecchie per intendere intenderà.
C’è quindi un secondo piano su cui viene giocata l’invenzione: ed è una sorta di ucronia politica, come se Philip Dick si fosse messo a scrivere thriller storici (e l’ha fatto, dopotutto), con l’intento di percorrere i molti rami possibili di una storia nazionale che è stata per cinquant’anni un buco nero della geopolitica (non va scordato che in Italia erano dislocati agenti segreti in numero molto maggiore rispetto che a ogni altra nazione europea). La realtà storica stimola un’invenzione simbolica e un’invenzione storica – non poi così distante dalla realtà. E’ una lezione che John LeCarré non ha mai smesso di impartirci.

C’e` uno stile paranoico della politica italiana che e` rispecchiato nel suo libro?

No. Il complottismo italiano è ridicolo quanto la politica italiana. Direi che la paranoia, almeno nelle mie intenzioni, viene utilizzata come lente deformante della realtà che permette di osservare l’incredibile miracolo della storia umana. Il modello è più Pynchon che Andreotti.

Puo` spiegare la struttura di Nel nome di Ishmael per quanto riguarda lo schema temporale?

Anche in questo caso, devo richiamare Pynchon e il suo canto della paranoia, che è anzitutto il romanzo V. Due tempi distanti tra loro convergono attraverso coincidenze, strane sincronicità, ricursioni, ritorni dei medesimi personaggi. Il libro è un imbuto, chi legge scivola verso un’unica uscita pur provenendo da due direzioni diverse. Il fatto che le storie siano due – quella dell’ispettore Montorsi nel 1962 e quella dell’ispettore Lopez ai nostri giorni – permette di osservare tempi diversi negli stessi luoghi e luoghi diversi nel medesimo tempo.

Mi sembra sbagliato discrivere il Suo libro come hard-boiled, dato che ha una visione casta e cinica. E i brani descrittivi sono spesso dettagliati e lirici. Le interessa ritrarre l’esperienza quanto le interessa la trama del libro? Ha mai scritto poesia?

Va detto che la mia cultura di formazione è essenzialmente poetica. Sono estremamente convinto che la poesia italiana costituisca una zona privilegiata dell’esperienza letteraria a livello planetario. Per un italiano, leggere oggi Heaney fa una strana impressione: sembra di leggere un poeta italiano dell’Ottocento. Lo stesso valga per Walcott o per Pinsky. Non per Brodsky o, per stare all’attualità, Armitage. E’ un fatto che la prosa, in Italia, non sia una prosa d’arte e che i miei colleghi narratori facciano davvero fatica a sentire la lingua e a lavorare sul piano stilistico – con le ovvie eccezioni, come dimostra Q dei Luther Blissett. Quanto al fatto che io ho una propensione per castità e cinismo, questo conferma che sono uno scrittore moralista e, in fondo in fondo, più anglosassone di quanto possa ritenere.

Esce ‘Catrame’ in francese: ‘Sous un ciel de plomb’

sousuncieldeplomb.jpgMentre si attende l’uscita dell’edizione paperback di Ishmael negli Stati Uniti (il che è davvero un eveto) e quella hardcover inglese, è arrivata ieri la prima copia dell’edizione francese di Catrame, il cui titolo è stato modificato in Sous un ciel de plomb dall’editore Grasset (12.90 €). Il traduttore è il bravissimo Julien Gayrard, il medesimo di Au nom d’Ismaël, uscito sempre per Grasset. Sous un ciel de plomb è il quarto titolo della nuova collana ‘Grasset noir’. Riproduco la quarta di copertina:
“Ciel de plomb sur Milan. Goudron collant et fumant dans l’exténuante banlieue de la ville. Entre les logements sociaux de Calvairate, la cité dortoir de Quarto Oggiaro, et la prison d’Opera, d’étranges événements se produisent : un homme se suicide, laissant un mensonge pour explication ; un réseau de pédophiles est découvert ; et un ancien terroriste s’évade… Au cœur des services secrets – pris entre des vérités inavouables et d’inquiétants mots d’ordre, tels l’indulto, cette loi d’amnistie attendue par les prisonniers politiques, vingt ans après l’affaire Aldo Moro – l’inspecteur Guido Lopez pressent un complot. Mais sait-il seulement sur qui ou sur quoi il enquête ? Pour découvrir ce qui se trame, Lopez va être contraint d’exhumer ses vieux souvenirs et des connaissances du passé… Un polar explosif dont le scénario plonge dans l’histoire récente de l’Italie, et restitue une ville de Milan intense, poétique et trouble”.

‘Ishmael’ nel Regno Unito

Sta per uscire l’edizione inglese di Nel nome di Ishmael, presso Atlantic Books. Questa accanto (ingrandibile cliccandoci sopra) è la spiazzante copertina, che per me costituisce un enigma che sfiora il complotto. E questa è la scheda di presentazione, reperibile su Amazon:
“A savage and complex thriller set in fogbound, wintry Milan, In the Name of Ishmael is the story of a secret cult of assassins and the two detectives who set out to reveal the truth about Ishmael, the group’s heavily protected and enigmatic leader. Expertly weaving apparently unmatched threads in two separate time periods – mysterious child murders, a series of seemingly unconnected assassinations, the accident that killed Princess Diana, a disturbing society of sadomasochists, and the death of an Italian press magnate – Genna crafts a chilling and utterly compelling tale of political conspiracy and serial murder. Terror and spellbinding literary gamesmanship are at the heart of this daring fiction debut. In the Name of Ishmael is a gripping whodunit and stunning work of literary fiction”.
Giuseppe Genna – In the name of Ishmael – pgg. 400 – Atlantic Books – £ 12.99

‘Grande Madre Rossa’

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GRANDE MADRE ROSSA
Mondadori – Strade Blu
€ 15.00
2004

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Quello che tutti in Italia si attendono, dopo il crollo delle Torri Gemelle a New York e le stragi di Madrid, accade. E’ un pomeriggio gelido, a Milano, quando un sisma impressionante scuote la città più nera d’Italia: è esploso e crollato il Palazzo di Giustizia. Sotto le macerie, centinaia di morti e una bomba ancora innescata: è lo Schedario, la raccolta dei documenti riservati delle inchieste più delicate e ancora ignote al pubblico, a cui lavorano i magistrati milanesi, un archivio di dossier in grado di fare saltare ogni istituzione. Mentre Milano è avvolta da una nube persistente di polvere di marmo – residuo dell’esplosione -, militari, corpi dell’antiterrorismo e intelligence di ogni Paese lavorano per ricostruire la trama criminale che ha prodotto l’eccidio più devastante nella storia europea del Dopoguerra. E, come accaduto nelle ore seguite all’attacco terroristico al Pentagono e al World Trade Center, così come dopo le bombe di Madrid, le indagini avvengono in una adrenalinica, frenetica lotta contro il tempo. La mobilitazione di servizi segreti e task force è impressionante: si punta ovviamente sulla pista islamica. Ma la verità è ben lontana da ciò che sembra.
L’ispettore Guido Lopez – già protagonista dei thriller Catrame, Nel nome di Ishmael e Non toccare la pelle del drago – organizza il recupero dei dossier sepolti nel cratere del Palazzo di Giustizia ed entra in un livello di indagine che, in un turbine di colpi di scena, costituisce l’accesso a una verità scandalosa: un labirinto di specchi in cui ogni segreto rimanda a ogni segreto, un helter skelter in cui la politica nazionale si confonde con la violenza planetaria, e i cui protagonisti sono quotidianamente sulla bocca di ogni cittadino europeo. Nel vortice dei tradimenti, delle rivelazioni sconcertanti, delle miserie umane e delle verità inconfessabili, l’ispettore Lopez connette tra loro elementi marginali, casualità e coincidenze, diretto al cuore di un buco nero che sta inghiottendo Milano, l’Italia e il continente – e che ha il nome di Grande Madre Rossa, l’inaudito progetto di dissoluzione di un’intera civiltà. Dal microscopico al macroscopico: è l’indagine iniziatica che compie Guido Lopez, e noi con lui, passando attraverso un inferno degno di Bosch e seguendo il filo rosso che conduce a una tomba priva di nome.
Thriller vorticoso e multilivello, Grande Madre Rossa è un proiettile fatto di suspence, sparato da Genna al cuore dei segreti di Stato, e ambientato in una Milano oscura e devastata, tutt’altro che fantascientifica, perché è la metropoli delle paure con cui chiunque sta facendo i conti in questo inizio di millennio.

‘Ishmael’ finalista del Prix Méditerranée Etranger

Au nom d’Ismaël, traduzione francese di Nel nome di Ishmael pubblicata da Grasset, è finalista al prestigioso Prix Méditerranée Etranger. Si tratta di uno dei più importanti premi letterari d’Europa, assegnato in recenti edizioni a Kadaré, Eco e Perez-Reverte. Sono felicissimo: essere selezionato per la tornata finale di un riconoscimento del genere è già un premio, per me. Il fatto, poi, che non si tratti di un riconoscimento italiano, ai miei occhi, vale molto di più. Scusate lo splafonamento personalistico, ma volevo condividere questa soddisfazione…

Una mail su ‘Non toccare la pelle del drago’

Mi arriva una mail di Lucia, lettrice di Non toccare la pelle del drago. Siccome la sua lettura coincide totalmente con uno dei livelli di scrittura del romanzo, la pubblico e rispondo alla domanda finale che Lucia mi pone. Ecco il testo della mail:
Chi regna è il titolo dell’epilogo.
Epilogo di 379 pagine.
Migliaia di parole.
Tanti morti.
Un’intera umanità sepolta nella carne fresca.
Il botulino che toglie le rughe e deruba ogni espressione.
D’altra parte quale espressione può mai avere un essere che non ha più nessuna gioia, nessun dolore, nessun ideale, nessuna cosa, qualsiasi cosa da condividere da amare o da odiare?
Quella parte di mondo ancora vergine traforata, estirpata dalle sue viscere la memoria appollaiata nel suo nucleo ghiacciato, trafugata per essere bevuta e quindi cancellata, distrutta.
Quei vitelli sospesi nell’aria e imbevuti di birra.
Quei personaggi, buoni e cattivi, tanto uguali da non distinguere chi è il buono e chi il cattivo.
D’altra parte se l’umanità è morta non può essere morta solo da una parte.
390 pagine e poi si arriva al centro.
Ponendosi la domanda: Chi regna?
Noi lo sappiamo chi regna oggi?
Ho letto Non toccare la pelle del drago e ho avuto paura che il dolore mi uccidesse perchè nelle 390 pagine non ho trovato amore, dolore, nessuna speranza, neanche un filo di rabbia perché pure la rabbia è un sentimento.
“Ecco, è morto.
Ecco, rimane solo questo: ecco”

Rimane solo questo?
“Una piccola donna luminosa, i capelli rosso acceso, una fiamma calma bianca e rossa, una maternità straniera nella piazza deserta…”
No, non rimane solo questo.
La scena finale del Cristo appeso davanti alla facciata del Duomo mi fa sorgere la domanda: sarà attraverso gli occhi finti di un dio qualsiasi che rinascerà l’umanità?”.
Ed ecco la mia risposta a questa domanda finale: no.

Recensioni a ‘I demoni’

“Dostoevskij.2”. E i demoni adesso si nascondono a Milano
Alessandro Zaccuri, Agorà-Avvenire
La domanda non è “perché I demoni?”, ma “perché Milano?”. Di ragioni per tornare sul capolavoro di Dostoevskij, infatti, ce ne sono molte, e tutte buone. È, storicamente, il primo romanzo sul terrorismo, un tema che oggi è cronaca quotidiana. Ed è un gran libro sul più grande degli scandali, quello del Male nella storia, altro argomento sul quale, da Auschwitz in poi, non abbiamo mai smesso di interrogarci. Come se non bastasse, I demoni è Stavrogin, forse il più inquietante fra gli inquietanti protagonisti dostoevskijani: mistico e luciferino, stupratore e idealista, nichilista, nostro contemporaneo. Ma perché trasferirla proprio a Milano, questa favola tenebrosa e fin troppo credibile?
Per tentare una riaposta occorre addentrarsi nella riscrittura de I demoni, labirintica e a tratti sconcertante, portata a termine da un singolare terzetto di autori nostrani: Giuseppe Genna, Michele Monina e Ferruccio Parazzoli.

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Recensione a ‘Non toccare la pelle del drago’

di Fabio Orrico
A due anni da Nel nome di Ishmael Giuseppe Genna ci propone, con questo Non toccare la pelle del drago, la prosecuzione delle vicende di Guido Lopez, l’ispettore dell’investigativa di Milano ora passato all’agenzia europea. Diciamolo subito: come personaggio seriale, Lopez non ha l’eguale nella nostra letteratura. Duro e anarcoide, del tutto incapace di costruire rapporti umani se non a prezzo di imporre terribili rapporti di potere e dipendenza con i suoi simili, Lopez incarna la propaggine più estrema del personaggio hard-boiled, laddove il disincanto diventa un grumo di dolore esistenziale pressoché impossibile da scalfire. Accarezzando da vicino, in questo senso, il modello eccellente di James Ellroy.

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Autopoetica della nebulosa ‘Demoni’

autoridemoni.bmpChi scrive, in questo preciso istante, è Giuseppe Genna e tra poco non lo sarà più. Ogni volta che leggerete “io”, nel caso abbiate il senso del tragico umorismo e la pazienza biblica per affrontare questa autopromozione in forma di delirio, sarà per voi difficile distinguere: a) se sta parlando lo stesso Giuseppe Genna, se Michele Monina o se Ferruccio Parazzoli; e b) se effettivamente “io” e “noi” siano persone nominalmente interessanti, sia per voi che per noi. La facciamo breve: siamo gli autori de I Demoni, romanzo antiromanzo assurdo di 464 pagine, che peQuod ha appena mandato in libreria. Siamo qui, nell’area letteraria gestita da uno di noi, cioè io, per pubblicizzare questo libro che ci sembra – lo stiamo dicendo senza malizia alcuna – irrilevante per le vostre vite, le quali a loro volta ci sembrano irrilevanti, soprattutto nei confronti della letteratura, che è per noi una cosa irrilevante. Questo libro irrilevante è un mattone: non compratelo. Compratevi una Coca Cola e bevetela. Marcite nella galera che vi hanno imposto spacciandovela per vita: gliel’avete permesso, siete degli idioti e gli idioti non possono leggere un libro come questo. Che è un libro fondamentale. Che è il fondamentalismo che un occidentale deve permettersi oggi. Noi non siamo fondamentali: siamo tre poveri stronzi che hanno scritto un libro e mitragliano menzogne.

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