“History”: in libreria il 12 settembre

Il 12 settembre sarà in tutte le librerie “History”, il mio nuovo romanzo, edito da Mondadori. Nell’immagine: il piatto di copertina (qui il pdf), di cui svelerò l’autore, a cui tengo davvero molto. Qui di seguito, il testo in aletta:

“Anno del Signore 2018: il mondo è trasformato.
Il futuro è crollato nel presente, aggiornandolo e mutandolo. L’accelerazione tecnologica riconfigura tutto e tutti. Le macchine e gli algoritmi si candidano a mutare geneticamente il pianeta e l’umanità. Nulla e nessuno è indenne: il lavoro non è più lavoro, il denaro è puro fantasma, la specie umana è pronta a ibridarsi, persino la biologia rischia di non essere più biologica e la Storia non è più storia.
Nella città più avanzata d’Italia si è installato un tecnopolo, in cui sta vedendo la luce un nuovo tipo di mente: un’intelligenza artificiale misteriosa e incomprensibile, a cui gli umani lavorano con dedizione cieca e speranze supreme. In questo bacino occidentale prospera allo stato bacillare il personaggio di uno scrittore, disoccupato e privo di qualunque riconoscimento, che riesce a trovare l’ultimo lavoro: interagirà, a vantaggio della mente artificiale, con una bambina altrettanto misteriosa, History, figlia di un tycoon della finanza, che soffre di una forma di autismo assoluto. L’intelligenza artificiale è molto interessata ai modi in cui History sente e reagisce alla realtà, vivendo in se stessa scene terrifiche e visioni infernali, dominate dalla presenza di una Trista Figura, ovvero lo Slenderman, una sorta di Uomo Nero che la invita alla scomparsa. In una deflagrazione di complotti e di sorprendenti svolte, il teatro umano che agisce in questo libro va incontro al momento decisivo nella storia della specie, entrando in un piano di realtà ulteriore, dove va in scena la verità di tutte le verità, un inedito horror della mente e dei corpi..
Per raccontare il futuro che sta velocemente alterando il nostro presente, la scrittura metafisica di Genna intraprende una sfida all’ultimo sangue con la materia e con la lingua della narrazione estrema, rappresentando una tragedia classica in forma di autofiction e di profezia. A partire da un antefatto visionario, che consegna al lettore un intero tempo italiano trascorso e che vale un libro all’interno del libro, History è un lungo e vertiginoso precipitare verso una scena assoluta, in cui si assiste all’ultima trasformazione: quella dell’umano in una nuova forma rivista e corretta, non meno commovente e demonica della precedente, a cui noi tutti ancora apparteniamo, ogni giorno sempre meno”.

Quindi la bio: “Giuseppe Genna è nato nel 1969 a Milano, dove vive. E’ autore di molti romanzi, tra cui Dies Irae, Hitler, La vita umana sul pianeta Terra, tutti editi da Mondadori.”

La comunicazione del sottoscritto e del libro è amorevolmente e rigorosamente curata da Valeria Frasca, Patrizia Renzi e Isabella d’Amico di d’F Agency. Per presentazioni, è possibile rivolgersi a me direttamente, oppure a Libri Mondadori.

“Alfredino Rampi”, 35 anni dopo

Il 10 giugno, nel canone privato, che sta vaporizzando come tutti i canoni e le memorie, è l’inizio del mio centro di gravità impermanente, che è stato Alfredino Rampi. A lui è dedicata la convoluzione testuale che ho intitolato “Dies Irae”. Lui è stato rinnovato nell’ultima delle immagini sostenibili per me, quella del volto disfatto dalle torture di Stefano Cucchi, nell’evoluzione testuale che ho titolato “Fine Impero”. In quel poemetto impazzito che è “Etere Divino”, Alfredino è arrivato a essere il Babau, il Bambino che è la fine di tutti i bambini (al video qui sopra, la mia lettura del breve brano). E oggi, mentre vanamente penso al movimento testuale a cui non riesco a lavorare, è ancora Alfredino il centro: che sparisce. Ovvero: mi trovo per la prima volta nella mia vita orfano di lui, della maglietta a righe che è l’immagine postuma scattata prima. Continua a leggere ““Alfredino Rampi”, 35 anni dopo”

Ritorna in libreria il “Dies Irae”

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Il 6 maggio esce “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori). Il 9 maggio torna in libreria “Dies Irae” (Oscar Mondadori). Era esaurito da anni. Questo è il testo dell’aletta: “Giugno 1981: a Vermicino il piccolo Alfredo Rampi è incastrato in un pozzo artesiano. Diciotto ore di diretta televisiva raccontano la sua fine e lo trasformano in un’icona mediatica – Alfredino. L’Italia non lo dimenticherà mai più. È l’alba di una nuova nazione, pronta a varare il suo decennio più patinato e contraddittorio, gli Ottanta. Percossi dalla Storia che stravolgerà l’Italia stessa e il mondo — la P2, la caduta del Muro, Tangentopoli, le guerre di Bush, la crisi — si muovono i protagonisti di questo libro. Paola, in fuga da un trauma indicibile, attraversa il sottobosco tossico di Berlino e la scena psichedelica di Amsterdam. Monica vive la parabola della buona borghesia, prossima all’estinzione. Lo scrittore Giuseppe Genna tiene a bada gli spettri della sua famiglia e quello di Alfredino, che lo condurranno al centro di un mistero impensabile. Romanzo epico, che porta in scena un teatro umano vastissimo, ‘Dies Irae’ è la narrazione di un terribile trentennio italiano. Una resa dei conti letteraria e civile, che non fa
prigionieri”.

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2014: l’anno luce dello scrittore Genna

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Piccolo spazio pubblicità. Ecco l’anno luce dello scrittore Genna: come si articola e come si propone. A maggio 2014, per la collana Strade Blu di Mondadori, esce il nuovo romanzo, “La vita umana sul pianeta Terra”. Intorno alla stessa data viene pubblicata l’edizione Oscar Mondadori del “Dies Irae”, da tempo fuori catalogo. Intorno a settembre dovrebbe essere disponibile la versione tascabile minimum fax di “Italia de profundis”, titolo attualmente introvabile. E’ stato sottoscritto il contratto per la riedizione Oscar di “Non toccare la pelle del drago”, che verrà intitolato secondo quanto originariamente era: si chiamerà “Gotha” e verranno inseriti tre piccoli capitoli inediti (rimarrà come sottotitolo il titolo attuale, perché lettrici e lettori non riacquistino il libro, se già ce l’hanno). Sono stati firmati contratti per le edizioni Oscar di “Grande madre rossa” (attualmente introvabile) e “Le teste”. Sono stati depositati i contratti per l’edizione e-book Mondadori di “Catrame”, “Nel nome di Ishmael” e “Hitler”. Ringrazio tantissimo Mondadori e Luigi Sponzilli, che dirige gli Oscar, per questa opportunità: i libri passati ritornano disponibili, la backlist è viva – so bene che è un impegno non da poco per una casa editrice, in questi anni. Parimenti ringrazio molto, davvero molto, il mio agente Piergiorgio Nicolazzini di PNLA, per essere riuscito in un’impresa che giudicavo impossibile.

I libri di Giuseppe Genna

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Io penso che esistono tre libri che sono stati pubblicati dove minimamente mi avvicino a ciò che ritengo essere ciò che mi chiama dal testo, cioè un silenzio di certa specie. Hitler (che si intitolava e si intitolerà Io Hitler) è per me a tutt’oggi un oggetto inidentificabile e ininterpretabile, comprendo che lì tentavo di strappare me stesso in una zona in cui non c’è il mio io, c’è il silenzio opposto al silenzio di quella data specie.
Il Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei cammelli polari è che mi avvicino a una certa intensità che chiama me affinché non sia più me, dappertutto è accesso istantaneo al silenzio.
Fine Impero è il lavoro più prossimo a quanto è che chiama me attraverso il testo, ma è insufficiente in quanto avrebbe dovuto essere più secco ed esile, più carbonizzato.
Ritengo invece fallimentare Nel nome di Ishmael perché c’è la meccanica del genere a frapporsi tra me e ciò che chiamerebbe dal testo; idem a riguardo di Dies Irae, che vedo che chi legge ciò che scrivo più predilige, ed è proprio per questo che è fallimentare, in quanto mi accorgo che è un contenitore proiettivo, con la sua retorica delle storie, degli spostamenti, dell’immaginario in cui io e altri siamo venuti fuori in questo strano oggi; Grande Madre Rossa è fallimentare in quanto ancora è in dialettica con ciò che proprio non chiama dal testo, lo rifiuto e scrivo che lo rifiuto; e lo stesso vale per Le teste, da cui vanno estirpati i 5/6 dei testi di apparato dal “digesto”.
Non esistono proprio Catrame, Non toccare la pelle del drago, L’anno luce, Italia De Profundis e nemmeno le tre versioni di Assalto a un tempo devastato e vile e . Ciò non significa che non significhino o che siano brutti. Se fossero testi scritti da altri, li giudicherei più che buoni. La questione è altra qui.
Utilizzo questo mezzo per esplicitare a me stesso questo che pensavo oggi, mi serve scrivere per pensarlo. Non serve per dire “io”, non è la questione.
Cosa mi chiama dal testo è La Cosa, che si faccia o meno, la quale non è un libro.

Il Sistema Politico Sergio Baracco

Molti dei lettori di questo sito sono giovani, o disattenti, o giustamente disinteressati al recente passato, oppure talmenti boccheggianti nell’orrore dell’epoca da non volerne sapere di orrori che hanno preceduto questo tempo. Eppure inimmaginabili OGM umani e spettri fatti di etere e sparati da tubi catodici prepararono, non più di trent’anni fa, l’attuale disastro sociale e tutto italico.
Prescindiamo dai ricordi: cominciamo con un video, così vi orientate. Questo che segue è il noto televenditore Sergio Baracco:

Linkando alla voce Wikipedia relativa al noto televenditore Sergio Baracco, di constatare che lo scrittore viene citato sin dalle prime righe:

È noto in particolare per la sua marcata erre moscia e per il grido “Amici!”, caratteristiche enfatizzate dalla parodia delle sue televendite messa in scena dai Fichi d’India da cui è nata la loro celebre esclamazione “Amici Ahrarara”, per la quale è stato guest star all’inizio del loro primo film intitolato proprio Amici Ahrarara. Il “sistema politico Sergio Baracco” è stato assunto da Giuseppe Genna, nel romanzo “Dies irae” come simbolo di un “canone televisivo”, urlato e truffaldino, della vita pubblica italiana.

Ecco, sotto un ulteriore video, il brano del Dies Irae in cui viene introdotto il sistema politico Sergio Baracco, mentre il protagonista fa le interviste per una specie di Doxa negli anni Ottanta. Eccolo, sotto un ulteriore video.

coverbig.jpgIL SISTEMA SERGIO BARACCO
di GIUSEPPE GENNA

“Se non ci sono le televendite, le guardo, perché altrimenti mi imbarazzo, che ci sono i miei amici, che fanno le televendite. C’è Sergio, Sergio lo conosci?”
Una branca degli intervistati: i divagatori, gli approfonditori. Si pone a fianco di coloro che ti scambiano per un operatore del telefono amico. E’ il tempo in cui gli psicoanalisti hanno perduto credibilità e aumentato le tariffe, le indovine e le maghe non sono sufficienti, e i preti sono considerati antiquati e portasfiga. Si confessano all’intervistatore telefonico. Chiedono consigli, i-ching via cavo, tu sei il crogiolo alchemico dove riversare il letame del loro compost, tradimenti, acciacchi, i figli che non… “Non conosco Sergio, mi dispiace”.
“Sergio! Ma come! Lo conoscono tutti! Quello di Valenza Po, vende i gioielli, non ha la ‘r’, la pronuncia ‘v’. E’ un mio amico. Se ti dico le serate con Sergio…”
Sergio Baracco. Della SM di Valenza Po. Televendite di parure, gioielli che mi sembrano paccottiglia a chili, ti televende pacchi di gioielli, ripete continuamente “Amici!”, poi ti fa la proposta, “Amici!”, infila nel pacchetto da venderti una roba che dice che è prestigiosa, “vubìno vosso sangue di piccione”, è compulsivo, si agita, urla, “Amici!”, dice che ci perde, che ti fa un favore pazzesco, gioielli presentati come appartenessero alla Corona Inglese, e lui per centomila te li dà insieme al “pazzesco, un vevo vubìno vosso sangue di piccione”. Mi dà l’impressione di uno sniffato. Mi ossessiona dal video. Ultimamente appare al suo fianco un suo amico che dice di essere suo socio, un biondo, anche lui nervosissimo, assomiglia un po’ a Max Headroom, il volto sintetico biondo su Italia Uno, che presenta canzoni e legge notizie assurde con un tono da baritono fallito, una sintassi improbabile e una pronuncia desillabante, e questo amico e socio di Sergio Baracco litiga con Sergio Baracco, il biondo contro il moro, litiga perché le offerte di Sergio Baracco “sono troppo basse, così ci perdiamo”, litigano come litigassero davvero, Sergio Baracco reagisce istericamente, dice che lui sta dalla parte dei clienti, “Amici!” e a volte due volte “Amici!”, la prima urlata e la seconda in tono conciliante, da persona seria, con questo rotacismo che rende tutta la proposta indistinguibile e scivola.
El maschio sta scivolando in una marcata inflessione calabra: “Non me lo puoi dire che non conosci Sergio dei gioielli, che cazzo di intervistatore sei?”
Abituale momento clou dell’intervista telefonica: rischi di perdere l’intervistato, devi dargli ragione, devi essere fine, empatico, schierarti dalla sua parte, altrimenti lo perdi, l’intervista è abortita, tu cali nella media di interviste effettuate, devi stare attento, ti controllano dalla centralina, random, controllano gli intervistatori, come parlano al telefono, se effettuano tutte le domande, se cali nella media di interviste condotte a buon fine forse non ti richiamano, perché sono loro a chiamarti, anche se tu hai un disperato bisogno, anche se per te 10.200 lire sono oro, ti senti schiacciato dal Sistema Sergio Baracco, ti verrebbe voglia di parlare a telefono con il rotacismo di Sergio Baracco, “Buongiovno, sono un intevvistatove pev una vicevca telefonica”, Sergio Baracco è un’ombra gigantesca, il suo sistema di condizionamento a colpi di “Amici!”, la sua politica delle vendite percepisco nitidamente che ha un futuro, le sue vendite sono una politica e questa politica ha un futuro, Sergio Baracco subentra allo yuppismo che è ormai in calo, ai proventi gonfiati da una bolla di economia irreale che sta andando verso l’afflosciamento, 50 milioni di spettatori italiani possono assorbire la visione del mondo di Sergio Baracco e farla propria, adornati di rubini “vosso sangue di piccione”, e io mastico la radice nera del mio tempo.
“E poi?” fa el maschio.
“Il suo programma televisivo preferito?”
“Ho molti amici lì, ne vedo molti se no mi annoio. Comunque il Benny Hill Show su Italia Uno”.
Chiedergli se Benny Hill è suo amico, se fa serate con Benny Hill. Travolgerlo. Triturarlo col Sistema Sergio Baracco. Benny Hill. A questo puttaniere che ha in casa un travesta brasiliano che lo chiama el maschio piace Benny Hill. Benny Hill è un idiota che fa strisce comiche mute a fine secolo (ma questo secolo, non l’altra fin de siècle, quando sarebbe stato comprensibile il comico muto), situazioni brevi che fanno ridere soltanto mia zia Pina. Benny Hill è biondastro e grassoccio ed è l’archeotipo fisionomico dell’inglese. Ha la faccia rubizza e la sua spalla comica è un vecchietto pelato e sdentato, Benny Hill gli batte sempre la mano sulla pelata, si sente il rumore degli schiaffetti, spesso il vecchietto ha un parrucchino e Benny Hill glielo toglie e gli dà gli schiaffetti sulla pelata. Benny Hill con la pancia calciatore che tira un rigore e ammazza il portiere che è il vecchietto. Benny Hill cacciatore nella jungla africana con il vecchietto che fa Tarzan e crolla da una sequoia sbagliando liana ed è vestito con una finta pelle di leopardo che gli va larga sul corpo avvizzito, striminzito. Benny Hill che si presenta alle elezioni e il candidato opposto è il vecchietto e Benny Hill è nominato premier inglese e prende a schiaffetti sulla nuca in Parlamento il vecchietto, togliendogli la tuba. Benny Hill nominato premier.
Benny Hill nominato premier.
“Hai finito?” chiede el maschio, ma il tono non è irritato o stanco, continua a rispondere, se no si annoia.
“Ancora qualche domanda sui consumi”.
“Che consumi?”, sospettoso, adesso gli chiedo quanti grammi di bamba si fa al giorno, se il travesta pippa.
“Che cifra mensile destina all’alimentazione?”
“Che cazzo ne so? Devo stare lì con la calcolatrice? Quando ho fame, mangio”.
“Il prodotto che acquista più spesso”.
“Sottilette Kraft”.
“Acquista dischi, film o libri?”
“A me piace la lambada, ma non ho capito il gruppo, non sono andato a prendere il disco”.
“Kaoma”.
“Cosa?”
“L’originale. La lambada è dei Kaoma”.
“Aspetta che scrivo, mi piace troppo”. Rumori indistinti. “Scrivi lì”. Lo sta dicendo al travesta. A me: “Ripeti, lettera per lettera, che poi li prendo”.
“K-A-O-M-A”.
“Comunque mi piaceva il corvo Rockfeller, ma non fa più dischi”.
Un pupazzo mi pare dell’84, una scoperta di Pippo Baudo per Sanremo, un ventriloquo che non lo era, apriva semplicemente la bocca e faceva una voce distorta e rauca, e muoveva questo pupazzo irritante che si muoveva e si comportava con la stessa spocchia di Fonzie. José Luis Moreno, ecco come si chiamava. Scomparso. Scomparso con Rockfeller, si sarà riciclato in Argentina, quei fenomeni che girano le tv planetarie come fossero animatori da crociera. 50 milioni di spettatori italiani ipnotizzati dalle cazzate rauche del corvo Rockfeller che si metteva la mano sul pacco e sbullettava rauco.
“Comunque l’ultimo che ho preso è Salvi, C’è da spostare la macchina”.
Segno: Francesco Salvi. C’è She drives me crazy dei Five Young Cannibals, ma questo compra Salvi. Gli mancano i Milli Vanilli, i sovrani della farloccheria. Il futuro è loro. La loro politica delle vendite di copie (a centianai di migliaia) e la vendita di una politica che io sento avere un futuro, si sta spalancando. Trionfa inarrestabile il duo dei Milli Vanilli. Centinaia di migliaia di copie di Blame it on the rain. Non soltanto in Italia – in tutto il mondo. Li vedi ritirare dischi di platino. Sembrano due travesta brasiliani. Io so (lo so per amicizie nel giro dei discografici, a Milano chiunque o lavora in pubblicità o in discografia) che i due finti travesta nelle loro canzoni ci mettono solo la faccia, la voce è in realtà di un trio di cantanti dietro le quinte, i Milli Vanilli muovono solo la bocca (la notizia diventerà pubblica di qui a qualche mese, lo scandalo che ne segue provoca un forte esaurimento nervoso per uno dei due componenti del duo, che di lì a poco preferirà il suicidio alla vergogna. Tristi storie fine Ottanta).
“Basta? Finito?” chiede el maschio.
“Sì, la ringrazio della disponibilità e la saluto”.
“Eh, no”.
Eh, no. Quand’è così, stai tranquillo e non reagire, la società ti ha detto durante l’addestramento (due giorni di addestramento, serve addestramento per fare domande al telefono e barrare caselle) che per qualunque problema la società ti è dietro, sei coperto.
“Prego?”
“Tu adesso mi devi ringraziare in un altro modo”.
“Gliel’ho già detto, la ringrazio…”
“No, tu mi devi ringraziare davvero, devi essermi grato. Dimmi che mi sei grato”.
La coordinatrice è una nana e io so che ora mi sta ascoltando. E’ risaputamente una troia, ha cinquant’anni, suo figlio è tra gli intervistatori e a fine serata fa la spia a sua madre. La puttana, se sgarri, non ti richiama o ti richiama quando proprio sono a corto di intervistatori.
“Tu mi devi dire che mi sei molto grato per avere risposto alle tue cazzo di domande. Mi hai interrotto e mi hai fatto perdere tempo. E devi ringraziare anche la mia compagna”.
Devo ringraziare anche la travesta.
Devo amplificare la mia presenza nel mondo, allargare il senso di esistere, e compilare miliardi di pagine nel libro nero del tempo, e percorrere la curva schiena del tempo che volta un decennio nel successivo, e devo resistere dal suicidarmi come quello dei Milli Vanilli, per l’odio e il disagio profondo e l’ansia e la penuria di soldi e l’esposizioni ai raggi di questa materia indegna in cui mi muovo, magro, con i buchi nelle tasche dei pantaloni di cattivo velluto presi all’Oviesse, i testi di filosofia inutili che sto studiando in facoltà e gli esami su Platone esoterico che mi conducono a follie immaginative e alla radicalità di un precariato perenne, devo amplificare le forze e resistere attraverso gli strategemmi di un’intelligenza acuminata, tesa contro il prossimo, schierata in avanguardia per perforare i giorni, schierata contro di me, la fatica, l’ansia, l’inutilità, le voci dei morti, la nonna Gisella continua a lanciarsi dall’ottavo piano nel ralenty mentale, Alfredino crolla nel pozzo, continua a crollare nel pozzo e il cadavere indecomposto di Gino è ritto nella stanza gelida chiusa nell’appartamento popolare dove tornerò tra un’ora, a bordo dell’Autobianchi che imbarca acqua e fa marcire la moquette e puzza.

Lo mando affanculo.

[Prima edizione su Web: 3 aprile 2010]

Extrait de “L’année lumière” de Giuseppe Genna par les Editions Métailié

Ho terminato la lettura dell’edizione francese del mio L’anno luce (Tropea/Saggiatore, 2005). La traduzione, operata da Serge Quadruppani per le Editions Métailié, è semplicemente strepitosa: resto a bocca aperta nell’osservare come i ritmi interni, le cadute, gli eccessi che sono derive erronee desiderate e stanno in piedi soltanto attraverso metriche sotterranee e strutturali – insomma, tutto il corredo dell’idea poetica dell’oggetto narrativo non identificato che è L’anno luce sia stato traslato con una perizia, una delicatezza, una sensibilità, un’acribia affettuosa che per l’appunto sconfinano nell’amore che è l’atto stesso di traduzione da parte di uno scrittore autentico, quale è Quadruppani. Vorrei qui porgere nuovamente a Serge Quadruppani ringraziamenti ufficiali e però personalissimi e ammirati.
Pubblico un estratto dell’edizione francese, cioè parte del prequel; la versione italiana dell’intero prequel è visionabile qui. gg

 

PREQUEL

– Venez, je vous emmène dans le monde renouvelé.
Rapide, il lève le bras, index pointé vers le haut.
Giuseppe Genna - L'année lumière - Editions MétailiéC’est un congrès. On s’y entasse jusqu’à l’invraisemblable. Les dirigeants sont au parterre, le patron sur la scène électrise la masse. Managers, administratifs, vendeurs, secrétaires, accou-rus de toute l’Italie, jusque des agences périphériques, jusque des bureaux qui prennent la marque en leasing. L’air chaud sent la saucisse de Strasbourg et la moutarde. Ils hurlent, éperonnés par l’homme sur la scène, aux manches de chemise retroussées. Il se donne beaucoup de mal, il a soixante ans, mais il a encore des objectifs, la volonté d’agir. Il est grand, un mastodonte. C’est le leader. Il hurle le nom de son principal concurrent, le Concurrent, il met la main ouverte derrière son oreille et tend sa grosse tête de requin. La foule hurle immensément contre le Concurrent, on brandit le pouce baissé.
Fébrilité générale. Lumières orange.
La route est tracée.
Les objectifs sont immenses.
C’est une occasion immense, à ne pas laisser échapper.
Les horizons perdus ne reviennent jamais.
Derrière l’administrateur délégué qui se déchaîne sur la scène, s’étale, énorme, le slogan de la campagne de cette année : Nouvelles possibilités de se connaître. Un énorme mobile. Une énorme oreille. Un œil énorme dont les pau-pières s’écarquillent devant un mobile UMTS ouvert, dans lequel on voit le visage de l’administrateur délégué qui braille en direct. Sur les côtés, des ballons orange explosent. D’un coup s’ouvrent des boîtes en carton suspendues, comme des lanternes chinoises interstellaires, des petits billets porte-bon-heurs chinois pleuvent, orange eux aussi, la foule est un liquide dense, déchaîné, qui ondule par masses fluides, impres-sionnantes. Tout le monde bondit pour saisir au vol les billets qui pleuvent, légers, on dirait du papier qui brûle, on les appelle “SMS de papier”.
Et à cette foule, d’au moins dix mille personnes, l’adminis-trateur délégué hurle :
– Où allons-nous Vous le savez, où nous allons, nous
Puis il y a un silence sommaire. L’administrateur délégué fait montre d’une maîtrise consommée. Il joue comme un grand acteur.
– Moi, je vais vous le dire, où on va.
Il arpente la scène d’avant en arrière, pivotant sur lui-même, puis s’arrête, commence à hocher toujours plus inten-sément sa tête carrée, avec sa grosse mâchoire volontaire en mouvement. Il s’est arrêté, il hoche la tête, il lève le bras à la verticale, l’index brandi vers le haut :
– On va aller là.
La foule explose.
– Vers le ciel !
Toutes, tous hurlent.
Notre Homme, le personnage principal de ce récit, est au premier rang : celui des dirigeants les plus importants, ce qu’on appelle la première ligne. Il est debout et il applaudit, personne n’est assis sur les sièges de location en plastique.
– Nous allons arriver au ciel. Notre destin est de nous étendre. De nouveaux espaces, de nouvelles galaxies, de nou-velles planètes pour de nouveaux habitants. Et nous y serons. C’est plus près que ce que vous imaginez. Dites à ce putain d’Alien qu’on arrive !
Tout le monde rigole, c’est un éboulement, l’air s’effondre sous le séisme aérien de ce rire. Un homme mange une saucisse et applaudit, tous applaudissent et de nouvelles lanternes de papier explosent, une nouvelle myriade de petits messages i-ching tombe en pluie.
– C’est comme ça. Notre service juridique, et il montre la zone où sont entassés les gens du service juridique central, qui répondent en hurlant, notre service juridique a gagné dix-huit procès cette année, allez disons dix-neuf, contre les cons. Pas des écologistes : des prête-noms stipendiés par nos concurrents. Ils disaient que les antennes polluaient. Notre staff les a enculés.
La foule applaudit les gens du service juridique, qui reçoivent l’enthousiasme, redoublent l’enthousiasme. Ce lieu concave vibre de manière effrayante.
Voilà l’humain, le phénomène humain.
– Et même si c’était le cas Même si elles étaient polluantes, nos antennes La pollution, c’est notre oxygène ! La pollution, c’est l’avenir. Achetez des actions sur la pollution, lance-t-il, et il rit. La pollution nous pousse en avant. La pollution nous exalte. Voilà ce qu’est pour nous l’apocalypse des écologistes : un stimulus. Cette planète doit arriver à ses limites pour que nous soyons obligés d’accomplir le grand saut. Le grand saut dans l’espace, la frontière du futur est déjà là, c’est nous ! Derrière l’administrateur délégué qui hurle apparaît le vais-seau Enterprise de Star Trek, on voit le capitaine Kirk, énorme silhouette granuleuse en pixels d’un mètre carré. Ils le recon-naissent tous, poussent de nouveaux hurlements.
– Vous n’imaginez même pas ce qu’il y a là où nous irons. Des astres immenses, du diamètre du système solaire tout entier. Des étoiles gigantesques de métal éteint. Des trous qui conduisent en tournoyant à de nouvelles dimensions du bien-être. Des affrontements titanesques. De nouveaux types de magnétisme, que nous plierons à nos objectifs. Des pulsars jumeaux qui dans l’obscurité la plus profonde tour–noient deux par deux, en émettant des signaux que nous capturerons. Nous habiterons là. C’est un processus irréversible. Les laboratoires sont en train d’accoucher de surprenantes technologies, des arcanes du futur, au rythme de la respiration. Regardez, dit-il, regardez les résultats de cette année. Nous avons remporté pour notre maison le pari du système phonique de la nouvelle navette spatiale. C’est 16 milliards d’euros ! Plus 32 % en Europe grâce à l’acquisition de télécoms grecques. Notre browser est prêt. Nous avons les satellites. Le rover sur Mars communique grâce à nous, aussi. Nous avons abattu la frontière. Nous sommes le réseau qui couvre la planète. Nous quittons l’orbite de la planète. Cette planète ne mourra pas en explosant. Cette planète sera tellement polluée qu’elle se congèlera. Elle se congèlera. Elle deviendra livide, violacée. Comme Mars : une planète morte, des abysses qui ne gardent plus la moindre trace d’eau. Des traces d’une vie passée, évaporée. Des termites qui vivent dans le sous-sol. Mais nous… nous serons ailleurs, nous serons partis ailleurs, dans l’espace profond, germinant, surgissant ! Nous sommes en train de travailler pour une nouvelle espèce !
Hurlements. Sursaut fébrile. Délire.
Sur l’énorme écran du faux mobile UMTS, apparaît Djihère. Tous le reconnaissent, hululent.
– On va tous les enculer ! Pas même une part de gâteau, pas même une miette à celui qui n’est pas avec nous ! Nous sommes les seuls. Nous savons que nous sommes les seuls. Nous sommes responsables. Nous somme en train de gagner, nous sommes en train de faire gagner son futur à l’espèce. Le grand bond est proche. L’air est tout entier parcouru de vibrations sur lesquelles est imprimée notre marque ! 73 % des mots en Europe vibrent dans l’éther grâce à nous, grâce au consortium où nous sommes ! Nous secouons l’espace invisible, nous distordons le temps ! Nous sommes les héritiers de Dante, les héritiers d’Einstein ! Nous sommes en train d’écrire le livre invisible de l’histoire, dans l’air ! Tout ce qui vibre est à nous ! Tout vibre ! Nous sommes l’avant-garde d’une espèce dépassée, qui s’est dépassée ! Nous allons renverser le mur de la télépathie ! La télépathie aura notre marque imprimée ! Per-sonne ne nous achètera, nous sommes à nous !
Explosion de hurlements à nouveau, la voix est un feu liquide qui dévore l’air, elle est en expansion. Notre Homme sourit à la première rangée à côté de lui : cette rhétorique est enthousiasmante.
L’administrateur délé-gué est un génie. Il les tient dans sa main, tous autant qu’ils sont. C’est un leader-né. Il était fait pour ça. C’est une voca-tion. Notre Homme applaudit fort, ses paumes rou-gissent et lui font mal.
– Nous sommes l’immense famille, le temple, la maison ! Où que vous soyez, nous y sommes ! Si vous voulez parler, vous devez nous le demander à nous ! Nous permettons tout à cette race de merde !
Soudain, on distingue nettement sur l’écran de l’énorme faux mobile, en direct, entre les têtes pixellisées, une main maigre, au poignet mince et olivâtre, qui surgit au-dessus d’un secteur de la foule. Elle a un pistolet à la main, elle tire.
Dans le silence retentit la détonation du projectile.
L’administrateur délégué accuse le coup, rebondit en arrière, pneumatique, la tache rouge explose sur la chemise blanche, il pivote mal, comme déboîté, tombe sur la scène. Tous les visages sont blancs, les yeux et les bouches béants et noirs.
Silence. Panique. Paroxysme.
Ça commence à hurler. Toutes. Tous.
La foule se défait.
Ils se font mal. Ils n’arrivent pas à évacuer.
Notre Homme se jette à terre. La première rangée qui était à côté de lui se jette à l’horizontale sur lui, lui presse les côtes.
Sur le sol de la scène, il y a un cadavre, cet énorme corps vidé, dans la foule la main qui a tiré n’est plus visible. Les dix mille hurlent, se piétinent.
Tout à coup, l’administrateur délégué ressuscite.
Il se lève, s’essuie l’épaule de la paume de la main.
Il rit :
– Nous, nous savons toujours surprendre !
La multitude ondule, le rire commence, la musique du slogan de campagne démarre, les flashs se déchaînent, Notre Homme se relève lui aussi, s’essuie les épaules en frottant sa veste du plat de la main, tout le monde rit, un rire tumultueux qui submerge toute tension.
La mise en scène a été exaltante.
Le coup de génie a fait un strike.
Cette entreprise a des intuitions surprenantes.
L’administrateur délégué met les bras en croix, saisi par la lumière blanche des projecteurs sur la scène, puis mime une embrassade à tous, applaudit tandis que tous applaudissent en délire, il commence à descendre de la scène, revient à terre.
On lui fait rendosser sa veste, il n’a même pas déroulé les manches de sa chemise, les premières rangées, en riant, lui donnent des claques dans le dos, il montre avec un visage exces-sivement étonné la tache de faux sang et il rit, il rit, sa mâchoire carrée rit, semble manger l’air.
Tous le photographient avec leur mobile UMTS.
Tout cela est mémorable.

da L’anno Luce
Preq