Inedito: “Cosmonautiche” – ‘Primo cronosisma’

di Giuseppe Genna

[Si può considerare ciò che segue un pre-mix o un re-mix di certe componenti interne al libro Dies Irae. Lo spunto nasce dalla cronaca: dal libero accesso agli archivi dell’ex Ente Spaziale Sovietico emersero documentazioni interessanti, tra cui alcune dichiarazioni di cosmonauti che, fuoriusciti dall’atmosfera, furono colpiti da inesplicabili allucinazioni, prontamente registrate in interviste cliniche una volta che gli astronauti tornarono sul pianeta, a disposizione dei ricercatori sovietici. Ciò ovviamente è uno spunto che fornisce un’occasione di allusione letterale: libero ogni lettore di leggere come vuole, ma l’intenzione dell’autore è quella di una lettura letterale del testo, senza alcuna spinta ermeneutica.
Questa “installazione” testuale, che non è prosa né poesia e risale a qualche anno fa, è parte del libro impossibile Dies Irae a cui si accenna all’interno del libro Dies Irae – che, dunque, esiste davvero ed è in perenne lavorazione. gg]

Presenze immateriali, me accanto.
Forse fantasmi. Un antenato.
Nella capsula, rotea intorno al corpo celeste sferico
meravigliosamente azzurro
con i corrugamenti nelle zone arancioni. Stupore azzurro.
Stupore inumano è quanto vedo io da qui nella roteazione.
Sopra il capo di Buona Speranza in perpendicolare assoluta sono…
Presenza, antenato. Parliamo in lingua russa. “E’ troppo presto, ritorna sul pianeta, sono un tuo antenato. Violate le leggi. La specie ancora non ha da essere qui”.
Ozonosfera. Esosfera. Radianza solare. Primi passi nel ventre nero, nel silenzio assoluto. Parliamo per ore.
Voci dei cosmonauti sovietici.
Komsomolskaia Pravda.
Gheorghi Grechko fu assalito da un incontrollabile raptus di paura e di angoscia.
“Vidi la città di Soci, le strade, la casetta a due piani dove sono nato”.
[…] “e Ieri Glaskov hanno per conto loro sperimentato l’illusione ottica di essere a poche decine di metri sopra la Terra:”.
Io invece ero un dinosauro, muovevo il mio corpo pesante, le zampe enormi e pesanti, non veloce, colorate, sul pianeta sconosciuto.
Latrati di cane. Pianto di neonato.
Vibrazioni. Scosse immense nella capsula, nella teca cranica.
Progressiva decalcificazione ostea. Manie di persecuzione.
Fuori dell’oblò l’indefinito e nero spazio e si converte a futuro.

Spasmo. Spazio. Tempo.
Salto di decenni e miglia.

La prima notte che dormimmo nella capsula abitativa sul suolo di Marte, in sei, i sogni che facemmo, il sentimento di presenze immateriali ovunque, al termine dell’arco del SOL.
Le progressive allucinazioni. Un arco di sei ore.
L’evidenza che qui fu una storia.

Spasmo. Spazio. Tempo.
Salto di millenni e anni luce.

Pattinata la superficie di cristalli ammoniacali. Gelo prossimo allo zero di Kelvin. Laghi di mercurio. Laghi di metano. Folate, raffiche, a migliaia di unità spaziotempo, intollerabili. Rumori mai ascoltati. Cielo specchiato: più satelliti, più soli.
Cielo non descrivibile sopra di noi enorme.
Avanzo temerariamente.
Le grotte nei rilievi montuosi nascoste dalla fascia di bruma cromata.
No siamo qui giunti.
Noi qui giunti per
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Qui stata una storia […] Difficile ricostruzione […]
Nei millenni a venire: scavi, ipotesi, astrazioni. […]
Fantasmi sono qui, forme di preesistenza […]
[…] Il vivente è nell’aria in ispirito vegetale. […]
[…] Segni rupestri, quando arriviamo. […]
Mi volto. Vedo la capsula.
Temo la mia parola.