tuttoLibri de La Stampa: Sergio Pent su Italia De Profundis

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
Rassegna stampa e materiali
Anticipazione sul blog Il Miserabile
Ipertesto della Scena italiana come inferno
I booktrailer: 1234
Videomeditazioni: La storia non siamo noiStoria di fantasmi
Acquista Italia De Profundis su iBS o su BOL.

De Profundis per il Belpaese
Genna – Il ritratto di un mondo in disarmo, regredito a divertimentificio, non lasciando più spazio al pensiero. La drammatica corsa verso il nulla, un’isteria contagiosa che mette a tacere la realtà e il tempo
di SERGIO PENT
[da ttL, inserto letterario de La Stampa – versione cartacea, 17.1.09]
frecciabr.gif La versione jpg dell’articolo su IDP [243k]
(…) Il masochismo autofagocitante con cui Genna spala letame dall’italica quotidianità, è quasi esemplare. Vittima e artefice dei suoi furori assoluti, questo scrittore unico, assordante, narcisista e autolesionista, va delineando con sapiente confusione il ritratto di un Paese in disarmo, regredito ai riti tribali di una sopravvivenza all’insegna di un fittizio tutto-compreso, dove l’illusione di essere calati in un perenne divertimentificio non lascia più spazio ai pensieri concreti del malessere e del disagio. Basta non pensarci, sostiene chi ci governa.
Giuseppe Genna dà il meglio di sé quando affonda il bisturi nei mali incurabili del Belpaese. Libri come Nel nome di Ishmael e Dies Irae, che avrebbero dovuto caratterizzare stagioni letterarie, sono stati liquidati come un thriller fantapolitico e una deprimente analisi autocelebrativa. (…) [CONTINUA]

Allucinazione Smaila: la tre giorni a Poltu Quatu

Inizio in medias res, con un video: tanto non supera l’allucinazione continuativa che ho sperimentato in una tre giorni a Poltu Quatu, accanto a Porto Cervo, in piena Costa Smeralda, sorta di luogo-residence dove l’imperatore Umberto Smaila invita amici vip o comunque sagome paraumane gossippate. L’effetto è che i turisti si affollano sull’unica via esistente, cioè la banchina che dà sull’attracco dei molti yacht, onde riprendere e fotografare e spedire mms con le supposte icone incontrate a tu per tu, alla distanza cautelativa di una decina di metri. Nel video, riconosco con precisione le colonne e l’angolo che ho visto dal vivo, se si può definire "vivo" lo stato catatonico in cui versavo per sovraesposizione agli astri di un a galassia improbabile, ma divenuta probabilissima. Qui, in questo angolino pittoresco di Poltu Quatu, che somiglia al patio di una villetta della Brianza, Smaila si esibisce al semiaperto e si organizzano concorsi di varia fatta, che nemmeno la fantasia di Filini avrebbe partorito. In questo preciso caso, Smail passa da una parodia lirica a una versione finto-techno di Celentano. Il suo istrionismo è debordante, quasi quanto lui stesso. La ripresa è di un privato, il che è l’esito preciso che si propone l’intero sistema Poltu Quatu.
Il video, dunque (se non lo visualizzate, cliccate qui).

Calvairate-Berlino via Genna

di ALBERTO GIUFFRE’
[Un autentico servizio giornalistico sul mio percorso letterario ed esistenziale: è il video registrato e montato da Alberto Giuffrè, che frequenta il Master in Giornalismo della Statale di Milano, e che mi ha chiesto di potere realizzare una sorta di tesina di videogiornalismo. Questo è il risultato: di cui ringrazio e per cui faccio i complimenti ad Alberto. gg]

Canenero dei Subsonica (ispirata al Dies Irae) vince il premio Amnesty!

eclissi_diesirae.jpgPuò uno scrittore essere felice? Restringo il campo: posso io in quanto scrittore essere felice? Difficilmente. Ma oggi sono felicissimo. Il prestigiosissimo Premio Amnesty Italia 2008 è stato assegnato al brano Canenero dei Subsonica, dall’eccezionale album L’Eclissi. Canenero nasce da una suggestione che il gruppo torinese ha mutuato da Dies Irae: questa disseminazione, questo dialogo prima silenzioso e poi esplicito con altri artisti che praticano un’altra disciplina e trasformano il mio testo in un capolavoro musicale, che va a vincere un premio che simbolizza ciò che io penso essere autenticamente “il politico” – tutto ciò mi rende felice.
Da Canenero ho tratto una installazione. Qui sotto, i link per vederla.
In calce, il comunicato di Amnesty.
CANENERO – da L’eclissi dei Subsonica – versione html
CANENERO – da L’eclissi dei Subsonica – file .exe per Pc
I SUBSONICA VINCONO IL PREMIO AMNESTY ITALIA 2008 CON IL BRANO “CANENERO” TRATTO DALL’ULTIMO ALBUM “L’Eclissi”
I Subsonica, con “Canenero”, sono i vincitori della sesta edizione del Premio Amnesty Italia, indetto nel 2003 dalla Sezione Italiana di Amnesty International e dall’Associazione culturale Voci per la libertà per premiare il migliore brano sui diritti umani pubblicato
nell’anno precedente.
Prima dei Subsonica, avevano vinto il Premio Amnesty Italia Daniele Silvestri (“Il mio nemico”, 2003), Ivano Fossati (“Pane e coraggio”, 2004), Modena City Ramblers (“Ebano”, 2005) e Paola Turci (“Rwanda”, 2006) e Samuele Bersani (“Occhiali rotti”, 2007).
“E’ un onore di quelli grandi ricevere da un’istituzione come Amnesty un riconoscimento così” – hanno dichiarato i Subsonica – Da un lato perché scrivendo una canzone su uno specifico tema, come ad esempio questo degli abusi sui minori, non ci si chiede mai quanto in concreto saprà smuovere interesse o suscitare riflessioni. Altrimenti ci si blocca e non lo si fa più. E dall’altro perché Amnesty International, puntualmente presente nella tutela dei diritti delle persone, si dimostra rapida attenta ed efficace nell’individuare tutti i significati del termine ‘violazione’, per i quali purtroppo non sempre occorrono dittature o prigioni perse in capo al mondo. La violazione dei diritti può avvenire tra le pareti le domestiche come in una qualsiasi caserma di un paese democratico e purtroppo può riguardare ognuno di noi in qualsiasi momento. Ringraziamo, quindi, Amnesty International per questo premio, ma non solo”.
“Canenero ci parla di uno dei peggiori incubi che possa segnare la storia di un bambino: un abuso da parte di un adulto” – ha dichiarato Paolo Pobbiati, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International. “Si tratta di una delle forme più feroci di violenza, perpetrata nei confronti di un soggetto debole e indifeso. I Subsonica hanno avuto il coraggio di utilizzare la musica per raccontare quanto questo fenomeno sia diffuso e presente anche in realtà apparentemente normali, per ricordare quanti ‘cani neri’ stiano sbranando il futuro di tanti bambini”.

Congedo di un lettore devastato e vile

gennacongedo.jpgSul numero 49 della rivista Atelier, che inaugura il suo tredicesimo anno di vita, il codirettore Marco Merlin, poeta (sotto lo pseudonimo di Andrea Temporelli ha pubblicato per la collana bianca di Einaudi Il cielo di Marte), mi indirizza una lettera aperta, di critica e di congedo in quanto mio lettore. Ho chiesto a Merlin di avere il file di questa lettera aperta, in modo da poterla pubblicare sul mio sito, poiché, al di là delle ironie, mi pare metta in luce alcuni aspetti che, a mia detta, travisano non tanto le intenzioni quanto gli esiti di certi miei testi – e questo è per me importante. Questo travisamento è legittimo: è la responsabilità dell’autore che incontra la responsabilità del lettore. Non condivido l’approccio ai libri che ho scritto, di cui Marco Merlin dà ampia testimonianza in questa lettera. Ciò che ho scritto mi è sempre stato necessario e, se ciò non è avvertito, significa che non sono uno scrittore di valore. Non condivido nemmeno la continuità che Marco Merlin stabilisce tra la mia attività sul Web, alcuni fatti di vita privata esibiti in pubblico e i testi che ho pubblicato. Nemmeno ciò che mi viene accreditato rispetto al protocollo dei complotti è sentito da me nel modo descritto in questa missiva. Tuttavia mi è impossibile fornire una risposta a una così acuta percezione di disagio da parte di un lettore, molto avvertito e molto colto, quale è il fondatore di Atelier. Detto ciò, e aggiunto che qualunque autogiustificazione teorica darebbe ragione alla critica che Merlin avanza non solo alla narrativa che scrivo io, lascio a lui la parola, ringraziandolo per questa lunga fedeltà che io (ma solo io: idiosincraticamente) percepisco come infedele – e questa per me vale come prova dell’errore assoluto che si rischia di compiere facendo letteratura e sbagliando, o leggendola.

marco_merlin.jpgCaro Genna,
tu per me sei un idolo. Sarò più preciso: tu per una parte di me sei un idolo. Quant’è sfaccettata la psicologia di una persona e su quali architravi costruiamo i nostri equilibri di facciata…
No, non temere, non voglio buttarla troppo sul personale, tanto più che non ci conosciamo. Ci siamo, a dirla tutta, incontrati una volta nel ’96 a un convegno di poesia, ma facevamo parte di quella schiera petulante ed eccitata di giovani che sono il contorno folcloristico di tali manifestazioni. Allora tu rimanesti sorpreso del fatto che mi ricordassi dei tuoi versi apparsi su «Poesia», ma già ti sentivo animatamente parlare del Giallo come dell’unica possibilità per raccontare il nostro tempo. Mi parlò di te in seguito un amico, incontrato su uno dei tanti treni sui quali facevo la spola tra il mio lago e la Grande Città, mi disse che avevi pubblicato un thriller, proprio un librone all’americana, e che insomma eri diventato uno scrittore. Anzi, uno Scrittore, uno di quelli che vuole vivere della propria arte – anche se poi è dichiaratamente arte di consumo, mi avvertiva perfidamente consapevole del problema cruciale che toccava. Immagino che le cose non stessero esattamente così, ma questo non importa, perché è dalla posizione privilegiata del semplice lettore che invio questa lettera al mio idolo parziale.
Ti ho anche letto solo parzialmente: Nel nome di Ishmael, l’Assalto, Catrame, l’Anno luce.

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Il romanzo Hitler sul “Corriere Adriatico”

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare il Corriere Adriatico e in particolare Alessandro Moscè per l’attenzione e lo spazio, oltre che la capacità di acuta analisi, dimostrati nei confronti del romanzo Hitler. Moscè è un critico noto, con alle spalle un’importante serie di saggi e introduzioni (per esempio, quella alle poesie di Alberto Bevilacqua). Mi risulta fondamentale lo spazio che la stampa locale ha speso per recensire il libro: la capillarità della critica in àmbito mediatico locale è uno dei segnali più importanti per la diffusione e la militanza della produzione culturale nel Paese.

Hitler: raccontare il male attraverso un romanzo

di ALESSANDRO MOSCE’
Il male, l’uomo del male per eccellenza, tra deliri di grandezza e improvvise abulie, tra guerra e disfatta: Giuseppe Genna, narratore nato a Milano nel 1969, ha scritto un romanzo biografico dal titolo Hitler (Mondadori, Milano 2008), che decifra un confronto serrato in ben 600 pagine, un pretesto alluso con l’incipit della narrazione che è tutto un programma: “Confrontatevi con lui. Considerate se questo è un uomo”. La non-persona cresce e si nutre di sogni eterei, di male nel male, di frustrazioni. Genna è documentato, non inventa nulla. Include particolari della vita privata di Hitler, più o meno noti, ma significativi per raccontare un’evoluzione temporale. Il romanzo non sbava, è efferato come il suo personaggio estrapolato dai noti saggi. Ma la ricostruzione non è facile per un romanziere, perché smontare una finzione senza essere uno storico, implica una capacità attitudinale e uno studio preliminare (che di solito gli scrittori sentono come un peso). Non c’era bisogno di questo romanzo, perché una trattazione dell’esistenza di Hitler non aggiunge nulla di nuovo alla produzione narrativa italiana di oggi, né tanto meno alla cognizione del personaggio storico in quanto tale. Però Genna è bravo nell’inquadrare il germe che finirà per annientare un popolo. Ha ragione quando dice che Hitler è un problema metafisico (lo ha dichiarato in un’intervista apparsa su Booksblog). “Non tentare di spiegare Hitler è una condizione penosa e tuttavia necessaria”. Fare il male per farlo: ecco cosa emerge dal romanzo distinto in capitoli veloci, ficcanti, in un linguaggio denso e scabro allo stesso tempo, ritmico, come nel resoconto della morte del dittatore, nell’elencazione del buio, dei lampi, del fuoco bianco, del corpo che brucia, che si decompone, della cenere che si alza. Il merito di Genna è di aver evitato, sul piano ideale, la mitologia del male. Non ha concesso nulla ad Adolf Hitler, che viene raccontato dall’infanzia che lo forma, dall’adolescenza che lo corrode, fino all’incredibile successo politico e allo scatenarsi del non-essere come cifra assoluta dell’umano. Certo, possiamo farne a meno di leggere quello che sapevamo, ma Genna è efficace nel cogliere i gesti, e ancora di più nello stigmatizzare i prerequisiti che rispondono, implicitamente, ad un’attesa del lettore. Definire per correre sul filo del personaggio, tra registri espressivi (letterari) e caratteriali (rappresentativi). L’elemento energetico scaturisce da tante curve, disegni, premonizioni: “Adolf Hitler preconizza il futuro, lo fa fiorire dal suo costante inizio, da quando ha iniziato: da sempre, da prima che esistesse lui. E’ percorso dal monologo omicida dell’Europa che lo figlia. Incarna duemila anni che ne fanno l’invaso. Nessun demone al di fuori dell’Occidente intero parla attraverso le sue vibrazioni vocali, atone e gelide”. Se la pratica del libro fa affiorare la verità comune, la contrapposizione tra bene e male è uno specchio contro specchio. Genna scrive che nella Germania nazista esisteva solo lui, il Führer, “l’uomo solo di fronte al suo tempio rarefatto, penetrabile, ominoso”. Può essere retorico e antiromanzesco, ma l’autore ha detto di aver voluto estrarre la carie che continua a molare l’immaginario collettivo. Il risultato narrativo rimane come una voce tra le altre. Non è un risultato banale né esaltante. Ma neppure enfatico. Genna è un narratore vero: di ambientazioni, di tensioni, di intolleranze. Lo avevamo già scoperto con Dies irae (Rizzoli, Milano 2006), dove i personaggi si aggirano dentro e fuori la storia, dietro le quinte. Un romanzo storico e borghese, horror e metafisico. L’Italia si scopre all’alba di se stessa, moderna ma inefficiente. L’incipit rievoca la tragedia di Vermicino del giugno del 1981, con Alfredo Rampi, di appena sei anni, che rimase incastrato in un pozzo artesiano. Diciotto ore di diretta televisiva raccontarono la sua fine trasformandola in un’icona mediatica. Fu quello l’inizio dell’era del satellite.

Con Hitler, insorge postumo e attuale il Dies Irae

diesirae_hitler_genna.jpgCosa sta succedendo? Sia sul piano privato sia sul piano pubblico sta accadendo che, al pari delle acque smosse dal romanzo Hitler (Mondadori), sta salendo a galla il Dies Irae (Rizzoli), il mio libro che precedeva quest’ultimo: soggetto, stile, argomento, piani strutturali clamorosamente differenti dal romanzo Hitler. Mi arrivano e-mail a iosa sul Dies Irae, lettori si lanciano in paralleli illuminanti sui due libri (alcuni contributi li ho pubblicati qui e qui, ma ne metterò on line altri, particolarmente sconcertanti). Antonio Scurati, in un elzeviro illuminante su La Stampa circa la vicenda dei due fratellini di Gravina, cita l’incipit del Dies Irae, che concerne il dramma di Alfredino Rampi. Ho i miei motivi per ritenere che il Dies Irae sia un libro che crei “affetto” e “identificazione”, mentre Hitler è proprio l’opposto: è il libro che non deve creare piacere, affettivizzazione, immedesimazione. Però questa coincidenza è abbastanza allibente per il Miserabile sottoscritto. Ho già ringraziato i Subsonica per Canenero, l’eccezionale pezzo ispirato al Dies Irae e inserito nell’ultimo loro album, L’eclissi (ne ho anche tratto una “installazione”). Ora devo ringraziare i Baustelle, che hanno realizzato Alfredo, splendido pezzo che sta tra De André e Pasolini, e, mentre, scalano le classifiche con l’album Amen, continuano a citare il Dies Irae proprio a proposito di Alfredino e del momento storico italiano in cui la tragedia del piccolo Rampi avvenne (è proprio il fil rouge del D.I.).
Assieme ad Alfredo, che traggo da YouTube, sulle medesime frequenze si presenta il reading/performance, un mix di rime a filastrocca (di cui non sono autore e che sono splendide) e di estratti letti dal Dies Irae, a cura di Cevor1981: un lavoro artistico di cui non è possibile ringraziare l’autore (o gli autori) e che risulta davvero particolarmente impressionante.
Qui sotto, i due video. In queste parole il mio ringraziamento che, spero si avverta, corre sotto le parole stesse.

Baustelle – Alfredo – da Amen

Cevor1981 – Dies Irae

Salvatore Agresta: il romanzo Hitler e la “materia oscura”

hitlercovermedia.jpgPubblico un’osservazione fondamentale che via mail mi ha inviato Salvatore Agresta, psicoterapeuta residente a Teramo, che mi ha fornito riflessioni essenziali durante la stesura e le considerazioni postume del romanzo Hitler (i suoi intervento, qui e qui): l’intervento chiarisce moltissimo la nozione di “non-persona” che è applicata a Hitler. Credo che la connessione stabilita da Agresta risalga alle origini della mia scrittura. Il passo in exergo che introduce ad Assalto a un tempo devastato e vile (che uscirà in versione 3.0 da minimum fax in settembre) era mutuato da Fortini e così recitava: “Questo scritto presuppone, naturalmente, un ordine di comuni rifiuti. Fra questi, anche quello di rispondere ad un buon numero di persone che domandassero in nome di quali valori stiamo parlando. ‘Il generale Gallifet osservava il gruppo degli arrestati… e si cercava le vittime. Ora sceglieva dei vecchi dichiarando che essi ‘avevano già visto una rivoluzione e perciò erano più colpevoli degli altri’…’. Sebbene non abbiano veduto una rivoluzione, quelli che hanno la mia età hanno veduto quanto basta per essere considerati “più colpevoli degli altri”. A costoro non si deve nessuna spiegazione. Se la vedano tra sé e sé. Per quelli che conoscono solo il mondo dell’ultimo decennio: i ‘valori’ non li troveranno nei nostri discorsi. Si può solo augurare che dalla aberrazione impercettibile ma inequivocabile delle più brillanti traiettorie essi rilevino – come sembra abbiano talora fatto gli astronomi – l’esistenza di un corpo celeste temporaneamente invisibile ; e poi giungano ad identificarlo. Che quello corrisponda ai miei amici o a ben altro, ha un’importanza inversamente proporzionale alla sua capacità di alterare il sistema”.

Hitler, la “materia oscura” e il Dies Irae

di SALVATORE AGRESTA
Riprendo questo tuo passaggio: “Ecco quanto sto facendo, dunque: un romanzo sperimentale che è un romanzo realista. Io sto annusando, osservando e infine estinguerò tramite soffocamento letterario la bestia. La bestia è il mito-antimito che il romanzo cerca di scarnificare: sarà sperimentale, senza che nessuno se ne accorga, perché sarà gelidamente autoptico. L’autopsia è però quella di Hubble su regioni distanti, luce del passato che investe il nostro pianeta mentre la stella è magari estinta. Il tentativo è questo”.
Ri-connettere il piccolo al grande: la non-persona equivale alla non-materia. In astrofisica è noto che più del 90% dell’intera massa dell’universo visibile è fatta di materia invisibile ai telescopi. L’attrazione gravitazionale di questa non-materia dominante determina il moto galattico: si tratterebbe di “materia oscura fatta della stessa sostanza di cui siamo fatti noi ma che, per una ragione o per l’altra, semplicemente non risplende” (da Lawrence Krauss, Il mistero della massa mancante nell’Universo). E’ di pochi giorni fa la scoperta della più grande struttura di materia oscura: la luce che ci raggiunge dagli abissi spaziali è deviata da questa non-materia (notizia Ansa). Questa massa oscura “prescinde dal tempo: è in ogni istante, da principio, uguale a se stessa”. Il tuo Hitler non risplende mai di luce propria, ma assorbe ed esorbita. Non si trasforma, non si distrugge (“spàrati, Adolf. Fallo. Non lo fa”). Da questo punto di vista, Hitler era già in nuce nelle scene interstellari del Dies Irae.

Su aNobii: arco voltaico tra Hitler e Dies irae

hitlercovermedia.jpgaNobii è la più estesa comunità mondiale interessata alla lettura e una delle realtà più strutturate e utili del cosiddetto Web 2.0. Su aNobii, Giacomo Bencistà, che ringrazio per la generosità delle parole e per lo spostamento a cui mi induce, propone un’interpretazione critica davvero sorprendente per me: un cortocircuito e un parallelo tra il romanzo Hitler e il romanzo che lo ha preceduto, Dies Irae (Rizzoli). I riferimenti dell’intervento di Giacomo Bencistà sono precisi e filologici. Resto spiazzato da questa prospettiva e davvero ne ringrazio l’autore. E’ il punto cieco in cui lo scrittore non riesce a vedersi, perché l’occhio non vede se stesso e ha bisogno dello sguardo altrui per essere guardato e prendere più ampia coscienza di sé. Questo dovrebbe essere il ruolo della critica, e specificamente anche della teoria della letteratura. Non è in gioco l’esito: se Giacomo Bencistà, con gli stessi mezzi, fosse giunto alla conclusione che il risultato letterario era fallimentare, sarebbe partito un ringraziamento comunque – poiché è l’intercettazione che conta, l’abbraccio tra scrittore e lettore, che sono la stessa cosa.

Hitler di Giuseppe Genna

di GIACOMO BENCISTA’
Serie di scene esemplari dalla vita di Hitler e della storia d’Europa, unite per essere la biografia del dittatore tedesco, dalla nascita alla morte. Hitler è rappresentato – dichiarato, in modo esplicito, più volte, dall’autore, all’interno dell’opera – come un non-essere-umano, come un puro nulla… un buco nel tessuto della cultura e della società europea, una carie, una ruggine… Dietro questa enunciazione sta una forte tensione non più soltanto (?) civile, come in Dies Irae (ma era soltanto tale, quella tensione? Vedi oltre), bensì filosofica e religiosa: un tentativo di parlare delle cose ultime, in quanto tali decisive, che la figura Hitler implica.
Da qui, credo, dalla vitale importanza di quel che si deve dire, testimoniare, la semplicità (massimo rispetto, ovviamente, per lo studio profuso nel realizzarla) della scrittura di Genna e un procedere essenziale, per scene esemplari, a metà fra il teatro delle marionette, la sacra rappresentazione e il telefilm. Del resto è una scelta quasi obbligata quella di trasformare in comici burattini, in demoni tremendi o in triti villain l’accolita di rifiuti umani che circondava Hitler.
Ma lui, il führer, resta solo sulla scena, nell’intenzione di Genna simile a un buco nero che attrae a sé prima spostati e folli, poi l’intero popolo tedesco, infine l’Europa intera, tracciando attorno a sé un’architettura della distruzione. Mi pare centrale, da questo punto di vista, il “capitolo” 53 (pp. 279-285), dove Albert Speer, l’architetto, balza in primo piano mentre espone progetti e mostra modellini di città future a Hitler. Ecco la particolarità, enunciata da Speer: «noi non dobbiamo semplicemente costruire i monumenti: dobbiamo prevederne le gigantesche rovine, a monito dei secoli. Dobbiamo inventare l’arte anche nella dissoluzione fisica del monumento. […] Chiamiamola una teoria delle rovine»; subito ripresa da Hitler: «Quand’anche tra secoli il Reich si spegnesse, noi avremmo mutato il volto della nazione»; chiosata, infine (in fine di capitolo) dal narratore: «La fine è la sua possessione e lui si mette in postura e sa che il mondo osserverà comunque la sua rovina, la gigantesca megalomania con cui l’avrà costruita», un narratore che si inarca per giungere ad afferrare in sé lo stesso autore: «Mie parole, distruggete questa immensa rovina a cui tutti guardano con orrore. Vi regni il vuoto, che è la verità». La verità del finto mistero Hitler, credo di capire, secondo Genna. Il dittatore, infatti, nella lettura proposta dall’autore, è una non persona, un puro nulla che divora tutto ciò che ha attorno; e la vittoria di questo puro nulla sarebbe consistita nel ritagliarsi una nicchia nella storia, nel tramandarci il proprio fossile, vuoto mito. Una vittoria postuma che Genna cerca di scardinare col suo testo – non romanzo, ovviamente, per non aggiungere storia a Storia, storia a mito. Da qui il tono tribunizio, predicatorio: una lezione di verità e di posizione da tenere di fronte ad essa.
E tuttavia… Non posso non cogliere segni di umanità nella figura ritratta da Genna. Di un’umanità rattrappita, distorta, gelida: che si racconta nella propria meschinità rancorosa per mezzo di visioni e di incubi, come quelli narrati nel significativo “capitolo” 83 (pp. 448-453), il bagno di Hitler nella Grotta di Sale, il bagno in cui non a caso Hitler si immerge (e da cui emerge) nella propria corporalità più fragile, accompagnato da uno sguardo che cerca di essere chirurgico ma resta, anch’esso, umano, in fondo empatico (anzi: fonte di emozioni in un deserto che ne è privo).
Qua il dittatore è invaso da una visione escatologica e osserva «una deflagrazione immane, che cancelli l’uomo, un incendio paradossale che investa tutto il globo, causato dall’ultimo ariano che innesca un impensato ordigno totale […] Non resta nulla: la terra desolata»; e pochi attimi dopo vive un doppio terribile incubo, in cui prima è maciullato dal cane amato e poi ne fa scempio.
L’incubo desta orrore e pietà, che cogliamo, io credo, come in uno specchio nella figura del cane fedele. Pietà… E in una visione come quella ora ricordata parla la nostalgia di una purezza incontaminata dalla presenza umana – ed è un sentimento che torna altrove nel romanzo, addirittura filtra attraverso le parole del narratore, come quando è evocata la trasformazione del bacino carbonifero della Saar: «tre miliardi di anni, tutto qui rilucerebbe, abbacinante: questo carbone, pressato in metamorfosi chimica dal tempo, sarebbe un unico inscalfibile diamante. […] Ma il tedesco della Saar anticipa i tempi, corrode quel futuro adamantino» (p. 296), dove emerge di nuovo la fantasia di un mondo libero di perfezionarsi perché liberatosi dall’essere umano; o, di nuovo, nei pensieri di Hitler di fronte a uno sferico prototipo di bomba atomica: «questo è il pianeta a venire. La sua sorte. Il suo avvenire racchiuso nella forma perfetta che lo stesso pianeta assumerà, una volta che tutto sarà estinto: una sfera che vaga disabitata nel vuoto sidereo, nel gelo perenne, sganciata dal sole, da ogni sistema – la Terra metallizzata» (pp. 533-534).
Ora, a me pare che qua si delinei un tipo umano ben preciso, e non un demone, la non persona o il non essere: qua vediamo una persona che odia se stessa per la propria aridità, che non trova in se stessa un motivo per amarsi e, quindi, per amare gli altri: sperimentato il deserto in sé, scesa al fondo del vuoto emotivo, ne trae conclusioni inappellabili per l’umanità intera, che condanna a una pena capitale collettiva, cosmica – ridicola fantasia di onnipotenza nella vita di tanti; tragedia in questa vita, in cui gli atti seguono i deliri e cercano di tradurli in realtà. A me pare che qua emerga soltanto (ma è molto) un essere umano che conosce il nulla, che lo trova in sé, ma come disperazione e gelo.
Un tipo umano – una forma dell’umano che ho già trovato altrove nell’opera di Genna: nel protagonista di Dies Irae, vittima di un’aridità emotiva, riflesso dell’intera nazione italiana sclerotizzata e fossilizzata, persa, cacciata a forza in un pozzo oscuro – in un buco nero, lo stesso in cui era stato spinto il bambino innocente. Certo, in Dies Irae siamo di fronte a vittime; in Hitler l’essere umano dal cuore deserto si fa carnefice. Momenti diversi di un unico studio dell’umano. Colgo un’ulteriore analogia: Dies Irae termina con il risveglio del bambino, carne sacrificata, trasfigurato: «È un bambino umano arcaico, è fatto in lega aurea. È un bambino d’oro. È come una statua d’oro, ma è vivo. Solleva l’avambraccio destro…» (e qui vedo l’orizzonte di questo romanzo che si allarga al di là della sfera civile). Hitler termina con la visione dei Santissimi, gli ebrei sterminati: «sagome dorate, lontanissime […] Essi sono d’oro […] Sono viventi: oro vivente […] Tutti loro sorridono […] Irradiano sorriso» (p. 621). Un’immagine di salvezza: l’umano che si fa incorruttibile e regale, speranza al di fuori del tempo nell’uno e nell’altro caso (un remoto futuro – e un altro testo – in Dies Irae, il “senzatempo” in Hitler), anche se solo nel precedente romanzo ci poniamo al di fuori dell’umano, oltre l’umano. In Hitler, invece, la trasfigurazione dell’umano è ben radicata nel nostro mondo e, nelle intenzioni dell’autore, cancella la vittoria postuma di Hitler – e, concretamente, pone il sigillo sulla sua caduta agli inferi, nella disperazione e sofferenza eterne. Ma l’inferno può essere anche letto come la forma definitiva assunta da un’anima che si è consumata nella contemplazione del proprio vuoto e che non ha saputo riempirlo. Quasi un diverso, più sfortunato esito di una medesima patologia spirituale. Umana. E forse questa è una vittoria postuma, sì: ma dell’umano su Hitler, che credeva di averlo sterminato.

In attesa del romanzo Hitler, “QN” fa il ritratto del Miserabile

hitlercovermedia.jpgCon una foto che dev’essere stata scattata al fine recondito di alzare l’inesistente autostima fisica del sottoscritto, QN (il network di quotidiani che comprende Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno, Il Tempo e Il Secolo XIX) traccia un profilo del Miserabile autore, della sua convulsa gavetta e della sua altrettanto convulsa carriera letteraria. Niente è risparmiato e molto è desunto da quello che io ho scritto, a proposito di “Giuseppe Genna” nei miei libri o, sempre a proposito di “Giuseppe Genna” ho dichiarato in interviste e articoli. Il che aprirebbe una riflessione assai lunga su cosa io abbia scritto o detto di vero, di verisimile o di finzionale a proposito del personaggio “Giuseppe Genna”. Diamo per buona, e in linea con la coerenza di questo personaggio, la versione che l’autore dell’articolo ha desunto circa la mia esistenza e i passaggi della mia formazione. Quanto a ciò che appare come “pubblico” del sottoscritto, è tutto corretto.
Il giornalista, Carlo Donati, non ha ancora letto il romanzo Hitler, ma ha seguito con un’attenzione sconcertante l’officina teorica che si è dispiegata su questo sito nel corso della stesura e delle riflessioni postume sul libro.
hitler_romanzo_qn.jpgVa detto, con sincerità, che vedersi oggettificati in qualche modo (anche con la premessa delle avvertenze, di cui sopra, circa il carattere indecidibile tra vero e falso del personaggio autoriale) in una percezione del proprio percorso esistenziale fa sempre uno strano effetto – di più se il ritratto è fin troppo generoso.
Va da sé che qui si darà conto, per quanto possibile, degli eventuali articoli che accompagneranno l’uscita del romanzo Hitler. Per il momento, non disponendo di file digitale unico del testo dell’intervento uscito su QN, ne offro una lettura in immagine a definizione nitida: basta cliccare l’immagine a destra o il link qui sotto riportato e parte il relativo pop-up.
GENNA E I PICCOLI HITLER D’OCCIDENTE – di Carlo Donati, da QN

Da L’eclissi dei Subsonica: CANENERO

canenero.jpgCome annunciato, ne L’eclissi, lo splendido album appena fatto uscire dai Subsonica (e di cui si raccomanda l’ascolto dei singoli La glaciazione e L’ultima risposta – quest’ultimo, un autentico prodigio testuale), una canzone, Canenero, è ispirata a una scena del Dies Irae. Per ringraziare Boosta, Samuel, Max, Vicio e Ninja, ho dedicato alla canzone un’installazione, che questa volta rovescia i termini: la musica e il suo testo sono più fondamentali del breve passo che mutuo dalla scena del Dies Irae, minimo cut-up di appoggio.
Data la particolare natura della scena e, conseguentemente delle immagini scelte per l’installazione, si consiglia il download ad anime disposte a fare quanto hanno fatto i Subsonica: effettuare la denuncia dell’orrore, che è tra noi, di cui si parla poco, contro cui ancora meno si fa in Italia.
L’installazione, come sempre, è visibile per Mac e Pc in versione html, oppure solo per Pc in un file eseguibile (downloadare, cliccare sull’icona azzura due volte o permettere di eseguire se Windows lo chiede e, per visualizzare a schermo intero, cliccare la freccina arancione obliqua che è in basso alla schermata).
Dato che il peso dell’installazione si aggira sui 5 mega, si consiglia il download a navigatori che dispongono di banda larga o adsl.
CANENERO – da L’eclissi dei Subsonica – versione html
CANENERO – da L’eclissi dei Subsonica – file .exe per Pc

Da “Dies Irae”: deformazione del personaggio Giuseppe Genna

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da Dies Irae (Rizzoli, 2006; Mondadori, 2014)

Io, Giuseppe Genna – Milano – Gennaio 1997

Dall’alto della stanza sono l’uomo-stella.
Sono l’uomo leonardesco.
Disteso sulla schiena sul tappeto che urtica, nudo, la braccia allargate ad asse, le gambe divaricate.
Sono bendato e non vedo.
In piedi, attorno a me, si aggira la donna brutta. La donna brutta è sovrappeso, indossa calze e reggicalze al bacino, niente slip, il seno grasso nudo, guanti di qualche materiale che non ho memorizzato, e gira attorno a me.
Sono l’uomo solo, privo di pelle, congegnato per reagire con intelligenza agli stimoli esterni, cerco stimoli esterni e per questo sono qui.
La donna brutta e sovrappeso nella mano destra guantata stringe una candela rossa e accesa. La inclina, a fasi irregolari, in momenti distonici, e la cera fusa cola su di me e macchia il mio corpo scottando sulla pelle e io non sento niente ma so.
So che questa è la trasgressione eccitante.
So che sto cercando un abisso che sostituisca un genere più perverso di abisso, del tutto individuale, un abisso raggelato, dove le forme si cristallizzano, le parole altrui si ghiacciano penetrando e si spezzano in frammenti gelati, scaglie che basculano nello spazio mio interno, questa temperatura frigida insopportabile, che agghiaccia ogni lacrima prima ancora che essa venga germinata, i miei occhi asciutti, secchi, le sclere disidratate, da anni.
Maura mi sembra ieri.
Montecitorio e OMISSIS mi sembrano dieci anni fa.
Sono disoccupato, collaboro a qualche iniziativa editoriale di poco conto grazie ad amici cari, giusto i soldi per pagare l’affitto, ho l’aiuto di amici cari che sopportano la visione del pieno che bilancia l’abisso glaciale in me: sopportano me, un corpo insenziente che fibrilla e trema, senza requie attivo, paritetico alla valanga di intuizioni e movenze della mente senza posa, senza respiro né riposo, la mente iperattiva che difende dagli affetti, che frena il crollo.
Io sono il Mente, l’uomo che attacca e si difende con la Mente, il cui corpo è su Orione.
Soffro questo strappo, questa trapanazione cerebrale. Il fantasma di Maura ha trivellato, ha strappato, ha lacerato, ha inaugurato un vuoto che è andato ad allargarsi, buio, freddo, non riempito da alcuna materia umana o da alcuna vibrazione disumana, nessun segno di grazia.
Cerco stimoli.
Il mio corpo è costellato di gocce rosse di cera solidificata, dall’alto sono l’uomo-stella, composto di nane rosse esplose e spente, un demiurgo femminile e grasso stila la mia cosmogonia con materia incandescente.

L’estate mi hanno invitato a una vacanza, non avevo i soldi. Un amico, lasciato solo dalla donna, triste ma reattivo, silenzioso ma senza vuoti o abissi glaciali spalancati dall’assenza di chi l’aveva abbandonato, distante miliardi di miglia interiori dal largo, accecante archetipo che interiormente mi è diventata Maura e soffro.
Quattro giorni in Sardegna per rilassarsi, in un posto esclusivo, mi dice l’amico.
Un posto per i vip.
Il tempo si sta ulteriormente rovesciando e la tragedia di questo Paese matura in forma di gossip. Ci prepariamo (ma siamo allo stato pre-embrionale) a una nuova saturazione della libido, a una nuova indifferenza al dolore e al piacere, a un nuovo condizionamento di massa.
Sono nel momento statico che genera il vortice di una nuova mutazione del Sistema Politico Sergio Baracco: l’era dei vip che non sono vip, del gossip che non causa nulla e si trasforma in avanguardia estrema della pubblicità personale. Non l’era del Cattivo Gusto, ma l’era in un cui non esiste Gusto. La giusta evoluzione della saga delle televendite. Non l’immaginazione, ma la televendita al potere. Ovunque.
E’ il ’96 e siamo all’inizio. Queste microere, microsfere interne a una piccola ruota di tempo. Modulazioni frangibilissime di un popolo fattosi gente spettatrice.
La destinazione sarda dei quattro giorni di vacanza è un paese cresciuto istantaneamente, fungino, accanto a Porto Cervo, luogo amatissimo dai vip e dall’ex premier Berlusconi. Questo paese è un paese privato, cioè non è un paese ma è un posto posseduto da privati, semplicemente una banchina lungomare dove attraccano yacht prestigiosi. Mentre stiamo andando lì, è attraccato lo yacht di Khashoggi, che il gossip sentenzia avere offerto un diamante da due miliardi di lire a Lory Del Santo per una notte di amore. Questo paese appartiene a un consorzio guidato dall’ex comico e chansonnier e presentatore televisivo Umberto Smaila. Uomo famoso a ripetizione. Il gossip sussurra che sia un intimo dell’ex premier. Partecipò a una devastante stagione comica, quella di un quartetto noto come I Gatti del Vicolo Miracoli: lui, Smaila, il robusto factotum; Jerry Calà, che diventerà iscrivibile nella memoria detritica generazionale per l’inutile pellicola Vado a vivere da solo, in cui si narra la sua storia di emancipazione, consistente nell’affitto di uno scantinato sotterraneo senza pareti e illuminato dal neon, che egli riadatta a parodia di un attico e dove capitano alcune donne (Elvire Audrey, già protagonista del film Usa Caligola reincarnato in Hitler) e anche Lando Buzzanca; Franco Oppini, magro allampanato e segnato da perenni occhiaie, un caschetto di capelli dal taglio estraneo a qualunque moda di qualunque tempo, marito separato di Alba Parietti, una delle regine sempiterne del Sistema Sergio Baracco; e Nini Salerno, protagonista di un’unica regia, Arrivano i miei. Inesplicabilmente, a un dato punto, il quartetto si scioglie e la reazione non è propriamente quella del pianeta di fronte alla separazione dei Beatles. Tra i sopravvissuti, Umberto Smaila è protagonista della rivoluzione televisiva dell’erotismo spettacolare di una generazione deprivata di impegno: inventa e presenta, alla fine degli Ottanta, al culmine dell’irradiazione craxiana, lo show Colpo Grosso, trasmesso sul circuito Italia 7: un mix tra spogliarello ardito e giochi mutuati dalla tradizione dei casinò. E’ un successo dapprima italiano e poi globale: il format del programma viene acquistato in una miriade di nazioni. Alto 1.82 metri, Umberto Smaila ingrassa prodigiosamente, preparando la massa lipidica al giorno in cui lo vedo io.
Il paese che si inventa, acquistando un microscopico tratto di costa in prossimità di Porto Cervo, si chiama Poltu Quatu. E’ un insieme di piccoli appartamenti in stile residence di eccellenza seppur marineggianti, nascosti dietro il lungomare in cui la gente viene ad ammirare vip che trascorrono indolentemente il proprio tempo ai bar che si sporgono sulla banchina medesima, oppure si imbarcano su qualche yacht di qualche amico (ogni vip è amico di ogni vip, dal primo momento in cui si incontrano non conoscendosi) e si espongono in topless al sole, per la gioia dei paparazzi di second’ordine che si appostano sulla costa.
Il primo evento dello sbarco a Poltu Quatu è la sbarra biancorossa a cui fanno sentinelle dei vigilantes privati, in tutto e per tutto simili alla guardia giurata della trasmissione Forum di Canale 5, quella in cui il giudice Sante Licheri, mediante letture esoteriche del codice civile, ripara a zuffe di vicini, familiari, ex amici: una parodia seriale e quotidiana di Un giorno in pretura, un geniale suggerimento su cosa dovrebbe davvero essere una magistratura degna del suo prestigio – il tutto diretto dalla figlia del generale Alberto Dalla Chiesa, assassinato con la moglie dalla mafia (dalla mafia?) nel 1982, mentre indagava su Pecorelli e la P2, oltre che sul delitto Moro, uno dei protagonisti della strategia con cui lo Stato ha sbaragliato il terrorismo rosso italiano.
Poltu Quatu è un’ansa soleggiata. Le rocce sembrano artificiali, infatti mi suggeriscono che sono state scolpite ad arte. Valga la medesima voce circa l’innaturale, foltissima vegetazione supermediterranea. Gli yacht sono attraccati, ma non si vede nessuno. In fondo alla banchina c’è una cabina regia all’opposto del locale detto Smaila’s, la cabina è di Radio 105 ed è capitanata dal dj Gianni Manuel, che trasmette in diretta porzioni di palinsesto da questa meraviglia della stagione estiva: una cabina di regia che convoca gli ospiti prestigiosi di Smaila, che quest’anno sono, tra i molti, la telegiornalista Rosanna Cancellieri, il telegiornalista Giampiero Galeazzi, il capitano della nazionale di basket Carlton Myers, l’attore e showman Diego Abatantuono.
E’ con costoro che condivido il mio tempo.
Gianni Manuel, venuto a conoscenza del mio incarico a Montecitorio, mi chiede lumi sulla sua eventuale carriera politica, calcola la sua audience e cerca di estrarne la revenue elettorale, continua ad avanzare l’esempio di Gerry Scotti, dal microfono all’Europarlamento. Carlton Myers ha seduta accanto a sé una giovane russa che indossa l’intera Torre dei Gioielli della Corona. Umberto Smaila e Galeazzi si siedono sul medesimo panchetto, che non regge il peso e si spezza.
Trascorro notti allucinanti.
Cerco stimoli che scuotano il corpo, mi getto a mare. Decado, come certi elementi della tavola di Mendeleev.
Per trascorre queste ore prive di senso, polverizzo cocaina e insufflo una quantità sufficiente a non farmi dormire per 72 ore. Come sentenzierà tre anni dopo un giornalista, a commento della dichiarazione con cui il figlio di Camilla Parker Bowles (la futura consorte dell’erede al trono Carlo) ammette l’uso della sostanza stupefacente, “la cocaina è il contante della capitale”.
Una notte sono al Billionaire di Flavio Briatore, che abbraccio inopinatamente come un fratello e a cui chiedo se diventerà presidente della Juventus e lui rimane sul vago, sorpreso, e beve un cocktail che si chiama Submarine. Da qualche parte c’è anche Naomi. Io sono disinibito, gelido ma sciolto, come certe pozze acquee polari tra un iceberg e un altro. Non penso al fatto che frammento la coca non con una carta di credito, di cui non dispongo ma che sarebbe di rito, bensì con il badge scaduto di OMISSIS. Non penso a Maura con sforzo, quindi penso: Maura. Sono in uno scintillio buio estraneo, con Flavio Briatore e Gianni Manuel impegnati in discussioni politiche che sono il ventricolo destro del Sistema Politico Sergio Baracco. Naomi pare che si sia serrata dentro una toilette e fa i capricci. Abatantuono è stanco. Rosanna Cancellieri dov’è?
Torniamo col SUV a Poltu Quatu e ci inoculiamo in un auditorium sul cui palco Adriano Galliani e Gino Paoli intonano, sudatissimi, Sapore di mare, per l’entusiasmo del pubblico urlante che accalca l’auditorium e che scopro essere una massa indistinta di venditori di Publitalia, la grande società di raccolta pubblicitaria fondata da Marcello Dell’Utri. Mi sembra che Gino Paoli abbia la dentiera, ma sono dispercettivo, mi sembra che la dentiera si scolli, ma forse non è vero.
La mattina, mentre si beve whiskey con Ginger Ale, fumo la mia pipa, nel cui tabacco ho miscelato cocaina.
Mi sono stimolato. Ho scosso il corpo. Sento: niente.
Prima di abbandonare Poltu Quatu mi faccio fotografare dall’amico che mi ha portato lì: il volto vitreo, vagamente depresso e psicofarmacologico, reclinato sulla spalla, le mani che reggono, coprendo il torace, la prima pagina della Repubblica. E’ un tableau vivant che fa la parodia crudele (crudele in quale direzione?) di una delle più celebri fotografie della prigionia di Moro.

Quando torno a Milano sono nel tremito.
Lo spettro di Maura mi fa tremare.
La disoccupazione mi fa tremare.
La carità degli amici mi fa tremare.
L’etilismo di mio padre mi fa tremare.
L’instabilità esistenziale di mia madre mi fa tremare.
La solitudine mi fa tremare.
L’assenza di viaggi ed esperienze umane mi fa tremare.
La mia anomala vita sessuale mi fa tremare.
Il mio corpo insenziente mi fa tremare.
Il mio dolore inequivocabile, non invocabile davanti a nessuno, mi fa tremare.
L’assunzione di paroxetinici mi ammorbidisce il tremore.
Sono solo, in un appartamento di 35 mq, e compulsivamente traccio il bilancio di ventisei anni di ansie, repentine depressioni, choc psichici, traumi emotivi, stress, tensioni, esaurimenti nervosi, tremori neurovegetativi, psicosomatosi inarginabili.
Non sono niente e non so niente: sarebbe lo stato dell’illuminato, solo che è polarmente opposto a quello.
Sono assediato dalla paura, dalla sensazione di inadeguatezza, dalle continue accuse interiori di non sapere, non avere studiato, non conoscere abbastanza.
Il Dies Irae è abbandonato, se solo spalanco il faldone dei materiali accumulati in questi anni, la bibbia del Dies Irae, vengo assaltato da un disgusto concreto, da fiotti di vomito cremoso.
Non so cosa fare.
Dispongo di un computer.
Mi connetto a Internet.
E’ un nuovo esordio.
Trascorro ore nelle prime chat della storia della Rete italiana.
Scopro on line una ambigua comunità di utenti, che pratica sadomaso.
Vengo invitato ai loro incontri, a cui mai mi presento.
Finché, invece, mi presento presso la casa editrice che monopolizza il giro sadomaso in Italia. Edita una rivista la cui tiratura raggiunge le ventimila copie. Il nome di uno dei proprietari di questa casa editrice: me lo ricordo, alla periferia della Mappa stilata ai giorni di Montecitorio.
Suppongo che i Servizi controllino.
L’idea è propormi per un lavoro, creare un official bdsm site sul nascente Web, un sito che trascini in digitale un repertorio di foto porno di enorme valore per perversi americani, gente che usa on line, con disinibizione, le carte di credito, di cui tuttora non dispongo.
La casa editrice ha sede in una traversa di corso Buenos Aires.
Telefono. Mi spaccio per giornalista. Ottengo un appuntamento col direttore della rivista.
Vado.
La casa editrice è una clinica svizzera. Tutto è chiaro e l’odore ovunque è di ammonio medicale. La stanza della redazione: tre ragazzi che lavorano a enormi Mac, su riviste sadomaso e gay. Il direttore è magro, i capelli accuratamente, zelantemente pettinati fino a ridurli a un’obbedienza innaturale, lisci e nerissimi, i baffi curati, gli occhiali a montatura in titanio.
Mi parla del mondo sadomaso e io so che sono qui per esplorare.
Mi parla del giro delle feste, a volte di rave che si tengono in hangar o magazzini dell’hinterland di Milano e io so che sono qui per vedere di vedere.
Mi parla dell’immensa quantità di racconti porno sadomaso che arrivano in redazioni, scritti da lettrici, donne che fanno esplodere su carta fantasie incontenibili.
Lui, al momento, è il monopolista del sadomaso italiano, perché sulla sua rivista appare una rubrica di annunci, che è l’unico tramite con cui gli amanti del genere si contattano: via lettera, ai fermoposta.
Mi presenta Re Franco: un docente universitario che si traveste e compie performance bdsm con ragazzi e ragazze, nascondendosi dietro quel nickname altisonante. Si traveste come una deità anonima e indifferenziata, il volto occultato dalla maschera bianca veneziana senza espressione e sempre utilizzando un bastone da prestigiatore, un aggeggio che sembra sottratto al baule di Silvan.
Il contatto è stabilito, l’editore mi presenta via via alcuni protagonisti del suo giro milanese. L’uomo che, al piano superiore, passa il tempo a montare videocassette sadomaso acquistate in ogni parte del mondo. Vedo scene su più schermi, tra loro incollate, appartenenti perlopiù a video acquistati all’estero e fatte collassare in prodotti distribuiti nelle edicole italiane: il ragazzo rapato a zero sollevato dal pavimento con un sistema complesso di legature, i testicoli fitti di mollette da bucato che stringono la pelle e pesi metallici agganciati ai capezzoli, la bocca bloccata da un bavaglio con una sfera rossa che la ottura, e un uomo apparentemente indonesiano che ne saggia il corpo e inizia a picchiarlo con una paletta larga di cuoio nero; un uomo maturo con la pancia sporgente che prende in bocca un enorme fallo finto, cinto da una donna il cui trucco è eccessivo e disturbante, una fellatio che dura monotona ripetendo ossessivamente i gesti della testa semicalva di lui e i finti gemiti della donna; sospeso per aria un corpo maschile completamente coperto di pellicola domopak, tranne che i glutei e l’ano, dove una ragazza bellissima si sta scatenando con una canna che riga e illividisce la pelle, prima che il compagno di lei si avventi sulla plica anale dell’uomo in domopak sospeso, lo unga di una crema bianca e inizi meticolosamente a intrudere le dita nel canale rettale aperto e inerme; le urla realistiche, le urla vere della donna bionda a quattro zampe, riprese da una cinepresa casalinga, traballante, mentre un uomo di mezza età, con i genitali molli all’aria, la frusta mediante un aggeggio a più liste di cuoio e lo zoom dilettantesco sui lividi e i capillari esplosi su quei glutei.
L’editore mi presenta alcune donne che praticano sadomaso a pagamento. Un appuntamento in un bar deprimente in piazzale Loreto, c’è questa trentenne alta, col mento prominente, rossa artificiale, i capelli lisci, non bella, impellicciata, una pelliccia anni Settanta, sembra l’emulazione non riuscita di Histoire d’O, ma soltanto per quanto concerne l’abbigliamento. Ogni tanto il cellulare squilla e lei risponde “Sì, schiavo” o “Sì, puttana”, poi interrompe la telefonata e sbuffa. Mi dice che a metà mese ha già fatto più di cinque milioni e le restanti due settimane si occupa della casa. Mi racconta di un congressista di passaggio a Milano, che l’ha contattata: un coprofilo, desiderava che lei gli cagasse addosso. Gli ha chiesto due milioni, l’ha fatto. Questa è una donna che ha cagato addosso a un uomo.
L’editore mi presenta un suo assistente, un ricercatore universitario che gli ha allestito un monolocale dietro zona Loreto, dove si girano video sadomaso originali. Approfondiscono l’amicizia con certe ragazze o donne rimediate chissà come, o forse con le lettrici che scrivono racconti intensi e li spediscono alla rivista, e ne fanno delle starlette sadomaso, personaggi con pseudonimo che tutti i ventimila acquirenti della rivista+cassetta mitizzeranno.
L’editore mi procura il contatto con un giovane appassionato, che ha un suo giro di donne piuttosto consistente. Lo incontro separatamente, dopo cinque minuti ammette di essere appartenente ai Servizi. E’ sì un appassionato, ma fa parte dei Servizi. Relaziona, a volte. Stanno molto attenti alle comunità che si contattano tramite fermoposta. Temono giri di bambini, soprattutto in Mugello, dove opera un gruppo che viene monitorato costantemente. Lui è anche sul versante satanista. E’ stato nella zona dei Castelli Romani, al Lago di Nemi. Gli chiedo se sapeva che a pochi chilometri da lì era sprofondato e morto Alfredino. Beve il suo caffè, mi guarda dritto nelle pupille, mi risponde: “Sì”.
C’è una festa a tema sadomaso in un nuovo locale sui Navigli, il Madame X. Mi presento vestito come andassi a un colloquio di lavoro. Finisce, questo party, su tutte le cronache cittadine, è pieno di giornalisti arrazzati e curiosi. Questa sessualità è pronta a diventare di massa, a elevarsi a norma, a integrarsi con ogni rapporto sessuale. La situazione, a detta degli esperti e delle esperte della comunità s/m, è da sempre questa: il sadomaso come culmine del sesso, le dinamiche di potere non sono che erotizzazioni traslate e viceversa. Parlare con questi personaggi, spesso monomaniacali, è avvilente. Il loro lessico è elementare, la loro sintassi è dialettale. La festa al Madame X culmina in uno show dove tre “professionisti della scena” (la scena bdsm, all’inglese) si esibiscono in uno spettacolino a base di finte frustate e gemiti eccessivi. I maschi sono l’80% del totale del pubblico e il 20% rimanente è accoppiato. Un sosia di Adriano Panatta, chiamato sul palco per ricevere schiaffoni da una delle performer, si avvicina al direttore della rivista e gli dice che “è stata la serata più bella della mia vita”. Dopo nemmeno una settimana, il locale è chiuso, la gestrice è fuggita in Venezuela, non ha pagato, c’è dietro un affare di cocaina abbastanza consistente, le edizioni cittadine dei quotidiani si scatenano.
Conosco decine di amanti del sadomaso.
Parlo con loro e non “pratico mai”.
Cerco stimoli.
Mi innamoro di una lesbica, ovviamente senza corrispondenza di senso alcuno.
Con il ragazzo dei Servizi e un’amica della lesbica mi presento a un ulteriore party, organizzato verso la Barona, in un locale dove normalmente si pratica scambio di coppie. Il locale è strapieno di amanti del bdsm convenuti da mezza Italia. Si inscenano performance di gruppo: signorine che camminano sopra un tappeto umano, maschi vestiti stesi che si prestano a essere calpestati. Una si toglie una scarpa e sfonda la bocca spalancata di un mio coetaneo, prono sul di lei piede. Appaiono Drag Queen: travestiti in forma di odalische stellari. Mi siedo accanto a una di loro. La musica è dozzinale.
Mi dice. “Io sono nata così, già regina”.
“Nel senso che comandi?”
“Sempre, anche nella vita reale”.
“E ti obbediscono?”
“Sì. Anche tu mi devi rispetto.”.
Silenzio.
“E adesso o fai o te ne vai, perché standomi accanto mi allontani i candidati schiavi”.
“Cosa dovrei fare?”
“Ti inginocchi e cominci a leccarmi le scarpe”.
“E poi?”
“Poi risali lungo le calze e arrivi agli slip. Lì ti strusci”.
Gli slip sono minuscoli, gonfi del membro eccitato.
“E allora io ti porto alla toilette, tu mi segui a quattro zampe. E lì mi supplichi di dartelo”.
Mi allontano.
Parlo con una coppia emiliana le cui uniche passioni sono il sadomaso e le Harley Davidson.
L’editore è in fibrillazione, completamente coperto da una tuta di latex nero, magrissimo, fotografa tutti i partecipanti, questo è l’evento, il servizio di apertura del prossimo numero. Mi ricorda Louis De Funes che imita Fantomas.

A casa sono solo, con le mie devianze trattenute, gli psicofarmaci nell’armadietto del bagno microscopico, che culmina con la doccia a tenda, a contatto di una finestrella che non trattiene il freddo esterno.
A casa scrivo.
Scrivo un giallo, per non pensare. Scrivo un giallo che ha per protagonista il Contatto di Roma, l’uomo dei Servizi, a cui dò un nome falso e distante per sonorità da quello autentico, Guido Lopez.
Passano, come cicloni, nel raggio cerebrale, a una a una, ossessioni di cui il Dies Irae sembra avere decretato l’espulsione dalle proprie pagine. Non funziona più. Non posso staccarmi di dosso le larve neroviola né vive né morte delle immagini traumatiche, staccarmele come sanguisughe e ucciderle pressando sulla carta.
Posso soltanto fingere.
Fingere di scrivere. Scrivere finzioni.
Il giallo è una finzione che mio padre ama: scrivo un giallo.
Sono talmente disperato (e tremo) che cerco di addormentarmi alle dieci di sera. Non riesco a leggere. Frantumo le parole con una vista instabile.
Una notte non dormo.
E’ sempre più spesso così: non dormo.
Telefono a una delle tipe del giro sadomaso.
Un’avvocatessa. Sta a Cremona.
E’ pronta, ha voglia.
Inforco la mia moto Guzzi, disastrata, nel gelo. Vedo la luna.
Impiego più di un’ora e mezzo ad arrivare a Cremona.
Nella mente si accalca quello che non è stato, che non ho potuto.
Quando è stato chiuso il breviario della speranza?
Perché risalgono, sempre, continuamente variate, le immagini della colpa incerta ma ghigliottinante, che recide?
Il mio bilancio. La mia gioventù ignorata, gettata via, decaduta come un elemento chimico precocemente consumato.
La sagoma biancoverde di mio padre, al ralenty, che cade sul marciapiede ubriaco e perde l’incisivo, la corsa al pronto soccorso, il suo alito indescrivibile prima che riacquistasse coscienza, tre ore accanto a lui in carrozzella. Papà, papà mio, che hai compiuto quanto dovevi e potevi compiere, come posso aiutarti a strapparti di dosso la larva neroviola né viva né morta del tuo senso di colpa, della tua mania di inadeguatezza, questa rigidità degli arti, questa preclusione agli abbracci, questo pudore per le emozioni che è carcerario, papà mio? Mia madre confusa, gettata nell’esistenza, che piange, piange all’anniversario in cui sua madre, tramortita dagli elettrochoc, si è lanciata nel vuoto, mia mamma che piange, che equivoca, che sbaglia, che non invecchia, che non si accantona e reclama una scena, reclama l’attenzione che ogni abbandono le ha sottratto, piangendo e piangendo, la fragile, la pallida, che dispercepisce e ha terrore e paura, e si ammala di malattie non vere, mamma, cosa posso fare io per te, per cancellarmi da te, per essere liberato dalle tue rivendicazioni commiste a colpa, il tuo amore che esige l’equivalente amore? Gisella, ce la fai? Riesci? Tu riesci? Maura, cosa ho fatto? Mi avresti protetto da questo sisma continuo, da questa precarietà imbelle, che mi piega fino a baciare i piedi fra un’ora a un’avvocatessa cicciona, pur di respingere il comando silenzioso, imperativo, che emerge la notte da quella Sostanza luminosa e muta, ammutolente, Dea bianca che castra senza movimento? Dove sei? Sposata? Sei felice?
Sogni, sorelle immagini che mi abbandonate, è tutto così, questo fievole spegnersi di giorno in giorno, senza sentire, senza percepire, senza urlare? Dove siete amici cari? Dove siete, umani?
Mi getto nel gelo, corro nel gelo, mi getto via.
Chi non si conquista, si perde.
Non tutto è perduto, ma io sì.
Posteggio la moto in piazza del Duomo a Cremona.
L’appartamento dà su piazza del Duomo.
La donna è sgradevole, cicciona.
Mi dice: “Leccami i piedi”.