Aperte le iscrizioni al corso di scrittura presso la libreria Egea – Il minisito

Sono aperte le iscrizioni per il corso di scrittura che Giuseppe Genna tiene presso la libreria Egea in Milano (in viale Bligny 22, presso la nuova sede Bocconi, dal 16 ottobre al 18 dicembre. 10 lezioni su testo, stile, ideazione della narrazione e approccio con l’editoria.
A questo link, il minisito dedicato al corso. E’ presente il form per la richiesta di informazioni e l’iscrizione, con indicazioni circa il costo e le modalità di pagamento (il form è raggiungibile anche qui).
Nella sezione “Articoli”, alcuni materiali e suggestioni per avvicinarsi alle prospettive del corso, da DeLillo a Ellroy, da Foster Wallace a Kafka, in aggiornamento continuo. Sono disponibili 20 posti quale cifra massima. Spero di vedervi al corso!

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Wallace Stevens: “Abecedarium of Finesoldier”

C’è un’opera postuma che il grande poeta americano Wallace Stevens lascia incompiuta alla sua morte, avvenuta a Hartford, nel Connecticut, il 2 agosto 1955. Si tratta di un poemetto che dovrebbe risultare composto da undici stanze. Il titolo è Abecedarium of Finesoldier. Restano dieci incipit, l’undicesimo non è mai stato reperito. Per quanto progettuale e in stato embrionale, o forse proprio in quanto progettuale ed embrionale, questo testo, che testo è senza dubbio, mi pare evidenziare possibilità formali e intuizioni di ordine tematico molto attuali. E’ un’ulteriore fucina di elaborazione inesausta non del moderno, bensì del contemporaneo, per come sia possibile intenderlo qui: ricerca della forma di attivazione di un oggetto estetico in un tempo che ha estenuato la narrazione.
I dieci versi a sentenza di Abecedarium rientrano non nel corpus uscito nei Millenni Einaudi (Harmonium. Poesie 1915-55), bensì nell’antologia dalla poesia di Wallace Stevens, che Massimo Bacigalupo ha pubblicato per Guanda, sotto il titolo Il Mondo come Meditazione.
La versione qui pubblicata presenta, rispetto alla traduzione di Bacigalupo, variazioni minime, la cui responsabilità è dello scrivente.

***

Abecedarium of Finesoldier

Abbecedario di Buonsoldato

 

I
I am bound by the will of other men.

Sono legato alla volontà di altri uomini.

 

II

Only one purpose exists but it is not mine

Esiste un unico fine ma non è mio

 

III

I must impale myself on reality

Devo impalare me stesso nella realtà

 

IV

Invisible fate becomes visible

Invisibile fato diviene visibile

 

V

Cry out against the commander so that I obey

Perché io obbedisca inveisci con tutte le forze contro chi è al comando

 

VI

In the uproar of cymbals I stand still

Nel tumulto dei cembali io sto immobile in silenzio

 

VII

They are equally hapless in the contagion innate in their numbers

Sono ugualmente sventurati nel contagio che è connaturato al loro numero

 

VIII

The narrative stops … Good-bye to the narration.

Termina la narrativa … Addio alla narrazione.

 

IX

As great as a javelin, as futile, as old

Grande quanto una lancia, allo stesso modo futile, allo stesso modo antico

 

X

But did he had any value as a person.

Aveva per caso un qualche valore come persona.

 

XI

[…]

[…]

Il tempo inadeguato alla narrativa

[questo intervento è apparso sulle pagine di Carmilla]

In un intervento che considero abbastanza centrale e che ho qui ripubblicato, Valerio Evangelisti pone una questione importante sui rapporti tra letteratura, immaginario e realtà, partendo da considerazioni politiche e rimettendo in discussione lo statuto della cosiddetta letteratura “bianca”, geneticamente minimalista per trasformazione sua propria in questo tempo. Sulla natura della contrapposizione tra minimalismo e massimalismo effettuata da Evangelisti, va precisato che si tratta di affrontamento di temi cruciali della realtà e della psiche, cioè dell’àmbito biopolitico, non escluso l’immaginario stesso. Da una parte il minimalismo è una reductio ad stilem supportata da una psicologizzazione o una reductio ad realitatem non supportata da una forma adeguata ai tempi. D’altro canto c’è il percorso massimalista, accidentato, ma bene emblematizzato da un genere letterario, la fantascienza o meglio il fantastico, la cui estensione tenterò di determinare.
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Da END ZONE di Don DeLillo

delillo220509So che è prevista la pubblicazione della traduzione italiana di End Zone di Don DeLillo, un romanzo del 1972 a tutt’oggi inedito da noi. Metto on line un breve brano, tradotto come posso tradurre io, che non sono un traduttore. Si dà qui un momento di ciò che chiamo “vuoto” o “dialogo vuoto” o “Personaggio Vuoto“. Si tratta di parte di un intenso discorso a due, assolutamente incollocabile, se non in quello che Daniele Del Giudice ha nominato (non per teoresi) “orizzonte mobile” e rispetto alla cui emersione vorrei continuare l’indagine, non soltanto genealogica. Si tratta infatti per me dell’autentica forma del contemporaneo che la tradizione (non solo novecentesca) ci consegna, al di là delle specificità linguistiche nazionali. E’ ciò che è metastorico (il Prometeo di Eschilo è per me un Personaggio Vuoto) e deve trovare, di epoca in epoca, una rinnovata modalità espressiva, che a oggi io non sento più appartenere a quel genere che nel secolo scorso è stato etichettato come “romanzo”, bensì a qualcosa di molto aperto, offuscato e tutto da stabilirsi, a cui dò nome “narrazione” o, ma in senso esclusivamente leopardiano, “poesia”. Quanto a End Zone, specifico trattarsi dell’area in cui il giocatore di footbal americano segna, cioè fa touchdown. Sarebbe come se io allestissi una narrazione teologica a partire dal calcio e la intitolassi Porta. La differenza starebbe nel fatto che, mentre la Porta ha un’evidente deriva semantica (dalla porta di calcio al varco, anche alla “Porta dei Cieli”), essa rimane un manufatto umano o un’intuizione percettiva metaforica umana; l’espressione americana riguarda invece qualcosa che umano non è (se non per accidente), poiché la Zona Finale è in tutto ciò che apparem e costituisce una fase temporale estremale, che fa da premessa all’uscita dal tempo. Di qui si induca la potenza su cui lavora Delillo.
Ecco, a ogni modo, il brano.
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Ultimo giorno per iscriversi all’evento 2.0

ovvero: L’insuperabile Quesito della Susi: che cavolo è il Web 2.0?

n59207858993_5633[Questo è l’ultimo giorno in cui ci si può iscrivere on line per partecipare gratuitamente al convegno sul 2.0 organizzato da Siris Media Factory (se siete su Facebook, vi consiglio vivamente di iscrivervi al gruppo Siris, che mobiliterà cose che ritengo importanti) per Asseprim e Assintel, associazioni Confcommercio. Tra i realtori, i vertici di Google, Adobe, Burson & Marsteller, SAP – e me che parlerò di narrazione aperta e crollo futuro di Facebook. L’evento si tiene domani a Milano in corso Venezia 49, a partire dalle 9.00. Tutti i particolari, oltre all’iscrizione istantanea, su http://www.duepunto0.it]

susi2Cioè: a me questa cosa del 2.0 sembra in tutto e per tutto uno degli eterni interrogativi che emergono nell’altrettanto eterno salotto del Quesito della Susi: gente loungissima con la scucchia, che si aggira nel 2009 vestita vintage (in emulazione fallimentare del guardaroba più brutto nella storia del regno umano: quello italiano degli anni Settanta, a colpi di Cagi e di Facis), e formula esoteriche domande che nemmeno il Corvo Parlante o L’impareggiabile Piero. Il Web 2.0 è l’ircocervo, il patafisico e il patato, l’unicorno e un corno, il mercato rionale e – ma anche o – globale, la banda larga e quella d’Affori, YouTube e U2, podcast e casting, social network e carcere, grano virtuale ed estrattori che cercano l’oro come nel capolavoro di Chaplin. Tentare di definire il Web 2.0 è pari al comunicare che fine fa un morso di banana che inghiotto: dove va?, come?, che ci fa dentro il mio corpo?, arriva un fisiologo che mi dice cosa accade sul serio e nulla di quello che dice è sentito o visto: dove cavolo sarebbero i metaboliti e il ciclo di Krebbs? Che c’entra il mitocondrio?
E’ perciò abbastanza liberatorio andare come Don Chisciotte a illustrare che diavolo sarebbe il Web 2.0 in un convegno. Eppure lo faccio. Mi permetto anche di dire che, secondo me, Facebook crollerà in otto mesi (non sette: otto). Poi faccio l’interpretazione del video più assurdo di YouTube: ma è veramente il PIU’ assurdo che si sia visto e non l’avete sicuramente visualizzato (lo induco dalle stats).
Oh: se volete venire, è dai tempi di Clarence che non facevo una cosa del genere. L’evento si tiene a Milano, martedì prossimo. L’ingresso è gratuito, ci si iscrive on line qui, parlano anche i vertici di Google e di Adobe tra i molti altri.
Gianluca Neri sarà presente sugli spalti in ispirito, a tirarmi addosso aeroplanini di carta e verrà arrestato in qualità di membro qaedista che dirotta jet cartacei.

Donata Feroldi: Per la critica.

La mia amica D., in tempi non sospetti, ha scritto questo:

Nel Salon del 1848, Charles Baudelaire scriveva: “la critica, perché sia giusta, dunque perché possa avere la sua ragion d’essere, dev’essere parziale, appassionata, politica, vale a dire fatta da un punto di vista esclusivo ma che apra il massimo di orizzonte”. Aprire il massimo di orizzonte significa anche aprire il massimo di spazio operativo non solo per il lettore, a cui la critica pare rivolgersi in prima istanza, ma anche – e forse soprattutto – per chi scrive e scriverà. La giustezza della critica, come avrebbe potuto definirla Benjamin che proprio da Baudelaire è partito per tante delle sue riflessioni, coincide con una apertura, una apertura operativa: perché la critica è un’azione, così come lo è la parola letteraria, la parola poetica. La giustezza della critica ha una condizione – antiretorica – che la accomuna alla scrittura letteraria: fare ciò che dice, coincidere con ciò che asserisce.

La legge della critica non è diversa da quella della scrittura, infatti la critica è un’azione che accade dentro la lingua, attraverso la scrittura: essa è – profondamente e non per modo di dire – l’imperativo alchemico del solve et coagula. L’esito è la coagulazione, la condensazione di un’esperienza di dissoluzione del testo – o nel testo – che chiama altre dissoluzioni e altre coagulazioni: l’apertura di orizzonte risiede probabilmente nel moto di dissoluzione che non è distruzione ma fluidificazione e scioglimento. Perché vi è una circolarità: come nella fisica qualitativa goethiana, ritmata da sistole e diastole. La fine del movimento, la fine di quest’alternanza che è una osmosi perché il respiro svolta, e ciascuno dei due momenti o poli del movimento svolta insensibilmente nell’altro, è la morte. Dunque non ci si può fermare o pretendere che la storia o la letteratura finiscano nel punto di coagulazione o dissoluzione che è stato raggiunto hic et nunc: la storia e la letteratura finiranno, se mai, nella catastrofe dell’umano (anche solo individuale) per il venir meno dell’interprete, nella scomparsa definitiva dell’uomo dalla faccia della terra e nella scomparsa della terra, nella fine del tempo. Se ciò non si dà, finché non si darà – perdizione o redenzione che sia –, le forme trasmuteranno le une nelle altre senza soluzione di continuità (anche in nostra assenza, soprattutto in nostra assenza). E anche gli scarti, gli stacchi, entità ontologiche abissali, non saranno che salti (quantici) che intervengono a ritmare complicandolo un continuum che si raddensa in polarità che possono apparire opposte.

Ma l’individuo che compie quest’opera non solo non è esente dal moto di dissoluzione e coagulazione che investe la materia dei testi – il testo è la materia prima di questa alchimia –, ne è profondamente investito – se così non è, non c’è critica; se così non è, non c’è scrittura: “vaporizzazione e centralizzazione dell’io”, dice ancora Baudelaire – l’io è la materia prima di questa alchimia.

E ora una premessa: parlarne qui, parlarne in questi termini, senza il supporto dei testi ossia senza l’accadimento-esibizione in atto dell’opus criticum, è già uno slittamento, un tradimento, una traduzione. È, anche, una premessa, almeno localmente: una premessa che si riflette in se stessa, una premessa che, come ogni premessa, arriva al termine provvisorio di un percorso, alla chiusura di un cerchio, prima che il cammino riprenda descrivendo un altro cerchio più ampio, che torna inevitabilmente al suo inizio… e così via. Parlarne in questi termini significa offrire solo figure, rinviare all’opera per speculum et in aenigmate. Significa anche affermare, proprio attraverso queste figure, che niente sostituisce o può sostituire l’opera – ma le figure, nella loro allusività, la portano, possono accompagnarla e indurla. Nessuna comprensione può darsi se non attraverso una personale vaporizzazione e centralizzazione dell’io: nulla può sostituire questa esperienza, questo attraversamento. Un altro soggetto non può compierlo al posto nostro: può precederci, confortarci – per il fatto di averci preceduto – sull’umana possibilità di intraprendere questo cammino, ma la sua esperienza non può sostituire la nostra. Occorre fare il percorso in sé, rifarlo. Il fatto che altri uomini abbiano vissuto prima di noi, non ci esime dal vivere e non risolve – volta per volta, quando si presenta – il dilemma della scelta. È falso pensare che si possano accumulare conoscenze tesaurizzate da altri. Si può farne tesoro nel senso di chiedere consiglio, cercare lumi nell’esperienza altrui… ma poi cammineremo con le nostre gambe, agiremo con le nostre mani – nel bene e nel male. Virgilio accompagna Dante nel suo viaggio ultramondano, lo accompagna per un tratto, e poi lo accompagna Beatrice. Ma il viaggio rimane di Dante. È come se Dante fosse un Platone che torna verso il mondo delle Idee, compiendo a ritroso il cammino dell’incarnazione: non è come se, è. Nessuno può percorrere per lui la via che dal groviglio della foresta oscura porta alla visione – la visione non è garantita, la visione può anche non arrivare, il rischio è reale, la diritta via è davvero smarrita, non per modo di dire.

È falso pensare che vi sia un sapere che può essere trasmesso come un pacchetto di informazioni, una quantità di byte incisi su silicio, una moneta del pensiero. Il poeta, il critico, possono solo, nella migliore delle ipotesi, nella convinzione che vi siano un vero e un bene attingibili attraverso il bello, fare la loro invitation au voyage, che non è superficiale invito alla lettura, ma invito a intraprendere il viaggio interiore di dissoluzione e coagulazione, di vaporizzazione e centralizzazione, in cui è consistita la scrittura (e in cui può consistere la lettura), un invito a salpare dal porto del sé verso un porto più ampio che a sua volta non potrà non essere un porto del sé, un altro sé raggiunto attraverso altro, in una alternanza di raccoglimento e abbandono. Da qui a qui, attraverso un lungo giro che è la vita. E, in un senso, si tratta di un viaggio immobile, di un viaggio sul posto: c’è un porto, sotto il porto da cui si salpa, che non viene mai meno ma che, tuttavia, si tratta di toccare. C’è una sostanziale immobilità che regge, e non per modo di dire, il movimento: un’immobilità dentro cui tutto accade, una quiete che è data ma non ancora avvertita, non ancora posseduta: di qui la necessità del viaggio.

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