Rondò veneziano: la nostalgia

anglee.jpg[Prima che iniziasse la kermesse cinematografica della 64ma edizione della Mostra di Venezia, il Riformista mi ha chiesto un articolo di consigli ai giurati, essendo stato giurato io stesso all’edizione precedente ed ero e sono vittima di una nostalgia dolce e infinita per quell’esperienza, la più bella della mia vita intellettuale. Riproduco l’articolo, con un addendum finale che scrivo ora. gg]
Un giorno di afa chimica, l’anno scorso, ero in treno, scaricato nel piazzale della stazione di Bologna dalla mia fidanzata, che mi aveva lasciato. Il cellulare squillò: non era la fidanzata che ci aveva ripensato, era il direttore della Mostra del Cinema di Venezia, Marco Müller. Mi chiedeva di fare parte della giuria della competizione, all’ipogeo della mia misera esistenza. Era uno choc a pochi minuti da un altro choc, ma ben meno patetico di quello che avevo subìto negli affetti. Si tende a scordare che la Mostra del Cinema, tra i festival del grande schermo, vanta la maggiore durata, un arco di vita che definire mitologico è riduttivo. Non so da quanto uno scrittore non veniva invitato a prenderne parte.


Accettai e vissi così l’esperienza intellettuale più esaltante della mia ormai già meno misera esistenza. Facevo colazione con Manuel De Oliveira o Guillermo del Toro. Discutevo con Philip Groening e David Lynch. Scrutavo la bellezza selenica di Juliette Binoche, mentre apparizioni grottesche spuntavano al mio immediato orizzonte: Ethan Hawke pareva uscito dai boschi di Twin Peaks, l’inutile Scarlett Johansson litigava col parrucchiere, tutto il comparto del cinema de’ noantri era assolutamente ignorato dal comparto del cinema vero e serio, che è quello che si fa fuori dall’Italia. Quentin Tarantino non è un babbeo, come maternamente ha dichiarato Stefania Sandrelli, madrina del finale dell’edizione che si tiene quest’anno. Dicendo che il cinema italiano non esiste, il regista USA denuncia una verità che mi si appalesava tra un cornetto e un kiwi sulla terrazza dell’Hotel Des Baines – cioè l’Overlook Hotel dove chiunque impazzirebbe per la quantità di spettri che lì hanno dormito e lasciato tracce: da Visconti a Kubrick, per limitare una parabola che potrebbe occupare, a elencare i nomi, l’intero quotidiano. Niente più Visconti. Ora si osservava il regista di Manuale d’amore aggirarsi, con sicumera commerciale, tra gente che discuteva di geopolitica, fisica, neuroscienze, letteratura, astronautica, alchimia e, ovviamente, storia del cinema. Mi trovavo in una Zona Temporaneamente Autonoma, dove essere un intellettuale, per la prima volta nella mia vita, non implicava vergognarsi o abbassare il tiro dei propri sentimenti e idee. Müller ha fatto di Venezia una bolla spaziotemporale che, assestata sul Lido, non ha nulla a che vedere con l’Italia. Tra i miei compagni di giuria, Carlo Carlei e Youssri Nasrallah e Philip Groening discutevano a livelli da me mai riscontrati sull’italico suolo, mentre in lontanaza osservavo un altro giurato, Michele Placido, abbandonarsi in virili effusioni. La discussione per partorire il verdetto durò circa nove ore. Le altre giurie impiegarono poco meno o poco più. Il cinema italiano era assente a ogni livello, ed è giusto che lo sia, finché questo Paese e gli uomini incaricati di guidarlo continuano a spacciare per opere d’arte zuppe letali che milioni di consumatori sorbiscono.
Quindi, il primo consiglio ex giurato a Venezia è: se siete italiani, fate finta di non esserlo. Dite che siete messicani. Fingete un handicap fonetico, fate correre la voce che siete autistici. Se riuscite a simulare un genoma cinese, siete salvi. Dichiarate una nazionalità africana o mediorientale qualunque, poiché i film africani e mediorientali sono risultati distanti miliardi di anni luce avanti agli italiani. Il nostro pubblico ha disertato dopo mezz’ora la prima mondiale di Inland Empire di Lynch: è una macchia non abbastanza sottolineata.
Il secondo consiglio è dispensato ai profani del circo cinematografaro: cioè quelli come me. Il consiglio è: non sorprendetevi del risveglio ormonale, anche se si è a settembre e non all’apice della primavera. Sarete investiti da un diorama di immagini irresistibili: che siate donne o maschi, frigidi o meno, icone di una bellezza sconcertante invaderanno il vostro campo visivo con una frequenza che mai più nella vostra vita vi accadrà di sperimentare. Fate tesoro di questa esperienza. Per chi non fa parte del giro, il cinema, nei suoi momenti di autocelebrazione, espone a un percorso acrobatico: si cammina senza rete su una fune, a sinistra l’abisso ascetico di un santone indù e a destra l’abbandono dionisiaco ai sensi. Si è ubriachi di bellezza, anche se non si è inclini a toccare il lembo del mantello. In una giuria diversa dalla mia, era stata convocata Chulpan Khamatova, attrice russa mia coetanea, interprete di Good bye, Lenin!. Un prodigio di bellezza discreta e introspettiva, la pelle di avorio e i denti di perla, lo sguardo di orifiamma. Era sorvegliata a vista dalla controfigura femminile di Leonid Breznev. Non che io, che ho un’autostima seduttiva pari a quella di Benny Hill, avrei mai osato avvicinare una deità incarnata di simile purezza. Trascorremmo così, io e Chulpan, due settimane a guardarci, io incantato, lei non credo, sotto la vigile censura preventiva della monociliata mammana brezneviana. Ero talmente ebbro di bellezza che, in gioioso disastro da Titanic delle pubbliche relazioni, tentai di corteggiare la moglie del Direttore della Mostra, non sapendo che ne fosse la consorte. Meno male che il perdono delle gaffes rientra nel grande bagaglio esperienziale di Müller. Registi, produttori e operatori del circo cinematografico ci sono abituati, ma un esterno no. Quindi il consiglio è: resistete ai gameti, poiché si rischia. Quel jet-set momentaneo e transitorio avrà una fine che vi manderà in depressione, se credete alla realtà di quanto state vivendo.
Credere o meno a quanto si vive a Venezia è un quesito filosofico che nemmeno Aristotele saprebbe sciogliere con un sillogismo. Vi pare che si avvicini a voi un’enorme locusta o un sinuoso rettile che vi sussurra parole dolci: è un/a giornalista a caccia di indizi sul verdetto di giuria. Di colpo appare un contadino uzbeko che deve essere sbarcato in Italia con un’unica camicia e un solo paio di pantaloni: è uno dei massimi registi al mondo. Vedete una diva dai caratteri sessuali primari enormemente sviluppati, che saluta una folla di fan in delirio e vi chiedete di quale film in concorso sia la protagonista: e invece è l’ultima delle veline, approdata sul Lido in cerca di gloria. Indossate lo smoking e sembrate David Niven mummificato, ed ecco cosa succede: alla serata di inaugurazione siete presentati, le telecamere di Sky si catapultano a riprendere il vostro corpo disabituato al vestito del Pinguino di Batman e voi vi vedete, enorme volto gonfio di imbarazzo, sparati sul maxischermo della sala (è precisamente una delle scene finali di Inland Empire: avendo compiuto l’esperienza, ho capito un poco di più quanto Lynch ce l’abbia col cinema). Consiglio finale, dunque: applicate una sospensione di credulità a tutto e tutti.
Poi, dopo due settimane, tornate all’esistenza normale. Il consiglio qui è: evitate gli antidepressivi, dopo l’esperienza più euforizzante che questa Waste Land chiamata Italia è in grado di garantire.
PS. Polemiche, le solite, sulla scelta della Giuria e sul Leone d’Oro ad Ang Lee. Sia tenuto in debito conto che si tratta di un risultato uscito da una spaccatura a metà della Giuria. Lo stesso accadde quando assegnarono il Nobel per la Letteratura a Montale, ma nessuno ebbe nulla da ridire. Più di nove ore di camera di consiglio: le consiglio a chiunque abbia ancora verve polemica. Il risultato più eclatante, tuttavia, mi pare la sconsolata dichiarazione di Crialese e Ozpetek, secondo cui, dei film italiani in concorso, manco si è parlato. E i giornalisti cinematografari italiani hanno ancora voglia di polemizzare? Polemizzino con le produzioni, piuttosto (anziché esserne in qualche modo sostentati… òs ékon òta..): perché di questo passo, a furia di non sovvenzionare film che spacchino il muccinismo e quello che gli sta attorno, ci ritroveremo in una nazione di registi geniali che si arrabattano con low budget vergognosi, produzioni indipendenti che sono nient’altro che prestiti di amici – talenti lasciati a bagno nella frustrazione, poiché le loro storie, le strutture dei loro film, le loro poetiche paiono ai produttori troppo “alte” e antieconomiche. In questo vuoto pneumatico tutto italiano, che gli italiani storcano il naso per il premio dato a un qualunque film di Ang Lee è ridicolo e indecente.