Nucleo metafisico del romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgLa metafisica non è la religione. La metafisica è pratica coscienziale, cioè individuale e intima. Essa predispone alla realizzazione interiore individuale di ciò che è stabile a fronte dell’identificazione attuale nel divenire. Questo divenire in cui siamo immersi si presenta come essere a bassa intensità: il divenire è, ma è percepito diverso dall’essere. Questa percezione è tale, è diversa dalla percezione dell’essere: è allucinatoria. Ciò non significa che non sia reale – è reale nella prospettiva della percezione. Il divenire è transeunte: ciò esige che si abbia percezione di qualcosa che non è transeunte. Che cosa nella vita è stabile, non transeunte? Non c’è risposta mentale o linguistica a questa domanda: c’è la domanda da porsi.
Quanto qui detto si lega alla desunzione dell’oltrepassamento dell’essere cristallizzato che Emmanuel Lévinas dichiara non solo nei suoi scritti, ma esplicitamente nell’intervista qui pubblicata. E’ il legame con il Talmud a permettere una simile concezione – tutta da realizzare, e non intellettualmente – di qualcosa che preceda l’idea dell’essere? Questa considerazione ha a che fare con il romanzo Hitler: laddove, partendo dalla nozione di “non-persona” formulata da Joachim Fest, giungo narrativamente a fare muovere nell’apparenza il non-essere, a definire Hitler come sagoma terminale del non-essere che l’occidente ha fatto penetrare nell’essere. Ci sarebbe da chiedersi perché, storicamente, Hitler appaia in occidente e non in oriente. A nulla varrebbe la spiegazione storicistica che solo in occidente ciò che ha compiuto Hitler era tecnicamente possibile. Non varrebbe a nulla perché la tesi da cui si parte è proprio che l’occidente stesso è Hitler, senza che che a Hitler sia sottratto un grammo di responsabilità: l’occidente che non ha compreso il Libro, che non lo ha praticato metafisicamente, che ha separato la realizzazione della domanda priva di risposta dall’umano. E’ una denuncia che, dalle parole di Lévinas andrebbe esplicitata ed estesa. E che è in armonia con quanto i rishi orientali dichiarano circa il fenomeno detto “Maya”: gli occidentali pensano che si alluda a un’illusione, al mondo come illusione. Mentre non è così: si sta dicendo che l’identificazione con la percezione porta ad assolutizzare qualcosa che è relativo, ed è proprio in questo modo che nell’essere penetra il non-essere e corrode l’essere stesso. E’ ciò che, se si studia la vita di Hitler (letteralmente da idiota, tranne che in un decennio: non c’è la banalità del male, quanto a Hitler stesso, ma l’idiozia del male), ci si accorge che viene compiuto.
Si consideri perciò la seguente meditazione orientale, che corrisponde alla meditazione talmudica – è ciò che ha permesso al volto di Hitler di mostrarsi e di tentare di autoperpetrarsi al di là della morte fisica, in ciò che rimane dopo la sua opera di dissoluzione, e a cui bisogna opporsi per non garantire la vittoria postuma a Hitler medesimo (che corrisponde al noto comandamento di Fackenheim):
“I quattro elementi sottili della consapevolezza, cioè Manas (la mente), Buddhi (l’intelletto), Chittha (la volontà) e Ahamkara (il senso dell'”io”) sono tutti Maya (movimento conformato, a cui si aderisce percettivamente). Che cos’è Maya? Maa (non) ya (esiste). Ciò che non esiste ma appare esistente è Maya; essa fa sembrare reale l’irreale ed il reale irreale. Un altro suo nome è Ajnana (ignoranza), che è ciò che nasconde la realtà, fa considerare esistente il non esistente, fa apparire vero il falso. Se vi muovete verso la luce, la vostra ombra cade dietro di voi ma, quando ve ne allontanate, dovete seguire la vostra stessa ombra. Andate in ogni istante un passo più vicini alla luce e quindi Maya, l’ombra, cadrà dietro di voi e non vi ingannerà.”