L’umanismo occidentale come momento sorgivo di Hitler: l’esempio Blanchot

hitlercovermedia.jpgCosa ha fatto, di Hitler, Hitler? Nulla. Non esiste un Hitler. Hitler è sempre stato il medesimo. Uno studio attento delle sue origini e degli episodi, anche i minori, che costellano la sua apparizione è proprio la continuità congelata di un’idiozia che è, in realtà, un’alterità. L’impressione di qualcosa di alieno, che balugina nelle sue pupille e che tanto ha incantato gli hitlerologi, fino a farne una mitologia, non determina affatto l’unicità di Hitler, bensì il suo contrario: la non unicità in quanto non-essente. Non significa, questo, porre Hitler al di fuori del cerchio umano, il che mitologizzerebbe Hitler ulteriormente, molto più di qualunque spiegazione storicistica o psicologica. Il suo non-essere ha la possibilità di imporsi non per la presenza di un contesto tecnologico adatto a un male mai visto prima nella storia, il che non impedirebbe che questo male, per esito tecnologico, si ripetesse. Piuttosto Hitler si impone utilizzando tutta l’ambiguità della cultura nel cui brodo cresce: ignorante, approssimativo, velleitario, Hitler ha comunque a sua disposizione un armamentario che la cultura occidentale mette a disposizione al non-essere che appare. La non-persona parla e legge, usa la persuasione e la retorica, utilizza il linguaggio portando a termine le premesse rovinose della cultura occidentale che, non avendo realizzato il Libro come prassi metafisica, arriva al massimo a intercettare proprio l’ambiguità, l’incrinatura che permette la frattura tra umano e umano.
E’ il caso, per esempio, di Maurice Blanchot. Le sue riflessioni sul Neutro e sull’Altro (in concordanza ma anche in decisiva divergenza con le meditazioni di Lévinas, sulle quali si consiglia di leggere qui e qui), sebbene interpretabili come estremo tentativo filosofico di suturare la ferita tra umano e umano tramite l’intelligenza di ciò che accade grazie alle premesse dell’umanismo occidentale, fallisce nel suo compito, poiché esula completamente dalla pratica interiore che il Libro indica, che le Scritture (e per gli occidentali il Talmud in primis) si sforzano di indicare, venendo ignorate in questo estremo appello, che è qui e ora da realizzare.
Pubblico perciò uno stralcio di un significativo saggio di Augusto Ponzio (Il neutro e la scrittura ante litteram, dalla rivista dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici), dove si inscena esattamente questo teatro filosofico, che è totalmente inadatto a rompere la continuità della radiazione extraumana che Hitler imporrebbe e che la storiografia, ma soprattutto la letteratura, ha evitato di spezzare.
Mi scuso con i lettori del sito per questi ultimi interventi, che sono difficoltosi a leggersi: sto tentando di mostrare le origini teoretiche del tentativo di rappresentare la non-persona che ho provato a compiere in Hitler. Il romanzo non ha nulla a che vedere con questa difficoltà teoretica, che è desumibile soltanto a livello critico, ammesso che il tentativo che ho fatto sia anche solo parzialmente riuscito. Ciò che si legge nel romanzo è molto semplicemente e linearmente la vita romanzata di Hitler (cioè una sequenza di scene – o metope – che rappresentano di anno in anno, o con salti temporali, ingrandimenti a grandangolo di ciò che la non-persona fa, non sentendo umanamente): poi ogni lettore trarrà le proprie conclusioni, nel caso avverta che ne valga la pena.


Il Neutro in Blanchot e Lévinas

di AUGUSTO PONZIO
blanchot.jpgLa scrittura sa della morte che il linguaggio dà alle cose quando le dice, e, linguaggio che diventa ambiguo, ne dice l’assenza, la presenza interdetta, la sfida al linguaggio che vuole rivelarle e determinarle, ne dice il nulla rispetto a ciò che questo linguaggio le fa essere negandole. Il linguaggio è dunque confinante con ciò che è altro dall’uomo, vicino a ciò che è irriducibile all’orizzonte dell’Essere, all’orizzonte delle possibilità del Medesimo, al potere della parola, al suo impiego in funzione della costituzione del Soggetto e dell’Oggettività, alla potenza dellaverità impersonale. Dicendo ciò stiamo accostando tre autoridifferenti: Barthes, Blanchot, Lévinas. Sentire continuamente vicina la smisurata distanza di ciò che eccede le possibilità del pensiero comprensivo, che non rientra nel processo di riproduzione dello Stesso, è l’esperienza, nel linguaggio, dell’Alterità, un’alterità irriducibile, assoluta. Un rapporto fondato sull’assenza di continuità, in cui si instaura un intervallo assoluto comequello scandito dalla morte, un “tempo morto”, appunto, come direbbe Lévinas (v. Lévinas 1961, p. 56). Il riferimento a Lévinas è ricorrente in Blanchot: più esattamente la riflessione di Blanchot sul linguaggio è inscindibile dalla riflessione sul rapporto di alterità proprio nei termini in cui è avviata da Lévinas: totalità e infinito; al di là del Medesimo, della totalità, della storia, dell’esperienza oggettiva, dell’utilità, dell’economia, della politica, del potere del linguaggio. Relazione con un sovrappiù esterno alla totalità, trascendente, non inglobabile, altro. Eccedenza, infinizione (infinition). Eppure non va trascurata la distanza, una distanza dialogica, fra Blanchot e Lévinas. Che proprio la riflessione sul Neutro soprattutto manifesta. […] Blanchot chiama neutro il rapporto con l’Altro, cioè un rapporto di reciproca estraneità, di dissimmetria, un rapporto irriducibile ad un insieme, ad una unità. Lévinas avverte nel termine “neutro” la presenza dell’ontologia heideggeriana, nei confronti della quale l’intera opera levinasiana è la presa di posizione critica. C’è un passo in Totalité et Infini di Lévinas in cui si fa diretto riferimento a Blanchot a proposito della “filosofia del Neutro”: “Nous avons ainsi la convinction d’avoir rompu avec la philosophie du Neutre: evec l’ être de l’étant heideggerien dont l’œuvre critique de Blanchot a tant contribué à faire ressortir la neutralité impersonnelle …)” (ivi: 274). Scrive ancora Lévinas: “L’exaltation du Neutre peut se présenter comme l’antériorité du Nous per rapport à Moi, de la situation par rapport aux êtres en situation” (ivi: 275. V. anche Blanchot 1973, pp. 101-108; Blanchot 1969, pp. 70-83; Blanchot 1980, pp.36-47; Lévinas 1975). Solo in parte si tratta di una pregiudiziale di ordine terminologico. Certamente, il rapporto che Blanchot chiama Neutro – rapporto che il linguaggio fa intuire, soprattutto attraverso quell’esperienza del linguaggio che è la scrittura – è un rapporto in cui l’altro è presente nella sua infinita distanza e nella sua incolmabile assenza, come assolutamente altro, radicalmente estraneo, come ciò che sfugge a ogni forma di identificazione, di assimilazione, sia quella di una riduzione al Medesimo, sia quella di un’unità impersonale o di una fusione mistica. Un rapporto dunque che, come in Lévinas, può essere indicato in termini di trascendenza, eccedenza, inadeguazione, oltrepassamento: termini che dicono di un’esperienza che non si conclude, come invece avviene per le avventure di Odisseo, con il ritorno presso di sé (v. Lévinas1972). Desiderio dell'”altrove”, dell'”altrimenti”, dell'”estra-neo”, del “fuori”, desiderio “metafisico” che tende verso qualcosa di totalmente altro, verso l’assolutamente altro. Tuttavia il rapporto neutro, che il linguaggio fa intuire nel suo ambiguo rapporto con la morte, è per Blanchot anche un rapporto che rompe in qualche modo con tutto ciò che ha a che fare con “le nostre garanzie”, “le nostre esigenze”, “le nostre responsabilità”. Con ciò si fuoriesce del tutto dalla dimensione etica, anche da quella specifica del discorso di Lévinas, e si allude ad un rapporto impossibile per il linguaggio che nomina, determina, stabilisce ruoli, significa, individua referenti, ma anche per il linguaggio che fa valere il suo potere attraverso le categorie della responsabilità, della colpa, del rispetto, dell’obbligo, della verità. Le perplessità di Blanchot nei confronti dell’impostazione etica in Lévinas del problema dell’altro sono esplicitamente espresse in L’entretien infini, ma con le riserve, la distanza,la non diretta responsabilità consentite dal ricorso a un’altra voce in un testo dialogato quale è quello in cui a Totalité et Infini si fa riferimento in questo libro di Blanchot. […] Lévinas come nota Blanchot, riferendosi a Totalité et Infini, si richiama spesso alla concezione socratica secondo cui il discorso orale viene contrapposto alla scrittura e considerato come la comunicazione in cui pienamente si realizza il rapporto con l’altro. Non è senza conseguenze sulla sua concezione del rapporto di alterità l’abbandono, in Blanchot, del privilegiamento del linguaggio orale. Tale privilegiamento è al tempo stesso quello della categoria di responsabilità intesa come possibilità di rispondere in prima persona, come controllo e vigilanza che i soggetti esercitano. Assumere dunque il punto di vista della scrittura significa rinunciare al presupposto di un soggetto sempre pronto a rispondere, sempre pronto a giustificare e a chiarire. Non solo: il riferimento alla scrittura come scrittura letteraria comporta ulteriori conseguenze nei confronti del diritto di proprietà sulla parola e nei confronti della categoria di “responsabilità” e della stessa categoria di “soggetto”. La scrittura letteraria appare come una sorta di scompaginamento, di scomposizione del soggetto, dell’identificazione. La scrittura letteraria come de-ruolizzazione. La scrittura letterararia realizza lo “scollamento” dal discorso. Essa costituisce uno spazio della disubbidienza al Linguaggio, il quale impone l’adesione di colui che parla all’io del discorso, in un sistema di ruoli, di tratti distintivi reciprocamente opposti. Al contrario, l’alterità della scrittura è spiazzamento; rispetto ai ruoli, ai luoghi comuni del linguaggio, essa si dà come atopia, come assenza. La scrittura dice l’indicibile, dice tacendo l’indicibile. L’alterità della scrittura richiede l’ascolto, non chiede udienza, dato che essa non si propone d’informare, di persuadere, di educare, di sensibilizzare. Essa si dà nel tacere, nel silenzio della lettura, ed essa non ha niente da disvelare; tuttavia dice, ed è inquietante e attraente alla maniera di un volto che tace. E anche quando la letteratura cerca di far dimenticare la propria gratuità, impegnandosi in una azione politica o sociale, “Cet engagement”, dice Blanchot, “s’accomplit tout de même sur le mode du dégangement. Et c’est l’action qui devient littéraire” (Blanchot 1981, p. 92). Il Neutro si intuisce dunque, nel linguaggio, attraverso l’esperienza della scrittura. Tuttavia l’esigenza di discontinuità, di alterità, il desiderio del Neutro, come dice Barthes, è avvertita anche in altri luoghi del linguaggio, benché anche questa possibilità sia pur sempre esperita a partire dalla scrittura. La dissimmetria del rapporto neutro è rinvenibile nella parola dell’insegnamento, nel rapporto indiretto e irreversibile fra discepolo e maestro, a cui anche Barthes fa riferimento: un rapporto di distanza infinita, un rapporto di parola in cui si articola l’ignoto, che non è né soggetto né oggetto, un rapporto in cui si fa esperienza dell’interruzione dei rapporti (Blanchot 1969: 1-9). Ma questo rapporto può anche scadere in un rapporto lineare e diretto di domande e di risposte. Vi si presenta an
cora una volta l’ambivalenza del linguaggio. Ciò che risulta è pur sempre la sua doppia possibilità: di linguaggio lineare, confermativo, rassicurante, univoco; e di linguaggio in cui ciò che è messo in gioco è il linguaggio stesso. Da una parte, la parola che insegna come parola che ricompone, che fa parte di un rapporto appagato di una tranquilla continuità discorsiva; dall’altra il rapporto discepolo/maestro come rapporto esorbitante e privo di misura comune, che, invece di tendere al livellamento, esaspera continuamente la separazione e la dissimmetria fondamentale. Il rapporto discepolo-maestro è tale quando non è rapporto di risposta ma di interrogazione, di ricerca, scaturita da un’esigenza di discontinuità.