APcom/Virgilio: su Italia De Profundis

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ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
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Un non-romanzo nel cuore della letteratura
“Italia De Profundis” di Giuseppe Genna (Minimum Fax)
di LEONARDO MERLINI
[agenzia APcom ripresa da Virgilio]
Milano, 10 dic. (Apcom) – Un fiume di parole, straordinariamente gestite da uno scrittore senza dubbio geniale, che va a comporre un non-romanzo di impatto devastante che mira diretto al cuore di tenebra della letteratura. “Italia De Profundis”, ultima opera di Giuseppe Genna che esce per i tipi di Minimum Fax, è tutto quello che ci si potrebbe aspettare e anche molto di più: una dolorosa ricostruzione tanto di una società, la nostra, che cade orrendamente a pezzi, quanto di una personalità, quella del personaggio che porta lo stesso nome dello scrittore, che nel libro sembra vivere perennemente su un ottovolante (u)morale e intellettuale. Ma “Italia De Profundis”, titolo che Genna definisce incidentale, è anche un delirio citazionista, una vera e propria fotografia postmoderna della postmodernità e delle sue miserie, una lezione, che non ha nulla di cattedratico, sul senso della letteratura, sul dolore della letteratura, sulla (in)utilità della letteratura. Un grande libro insomma, un libro fuori dal comune, debordante e talvolta insostenibile, nel quale il nome di Genna compare ovunque insieme a molte riflessioni in prima persona, ma dove al contempo si percepisce l’assenza dell’autore, la sua abilità nel creare finzione intorno al proprio nome, la sua operazione letteraria che mira e decostruire il romanzo e il se stesso narrativo.
E’ un gioco di specchi complesso, una giostra nella quale il lettore può perdersi o può scegliere di fuggire, terrorizzato dall’orrore di un Paese che affonda inesorabilmente. “Il tetto di sviluppo – scrive Genna – è stato toccato, il peak point della ricchezza finta del Paese è ormai un ricordo e ci si prepara a un orizzonte deflatorio: il congelamento dei consumi e dei desideri, il che, sia chiaro, è una delle ferite che il mercato, coltello bilame, apre nel proprio costato”. Cronaca alienata di una società nella quale “il conflitto generazionale è mantenuto nel recinto delle energie compresse e, perciò, inespresse”, il libro di Giuseppe Genna punta sempre qualcosa che sta oltre un confine, che sia quello linguistico o quello dell’interpretazione. L’esito può suscitare reazioni diverse – anche perché i temi toccati sono veri e propri nervi scoperti della società come la pedofilia, l’eutanasia, le droghe, la diversità sessuale – ma anche il più critico dei lettori non può non riconoscere l’ambizione del tentativo.
Tentativo che in maniera a volte esplicita, ma più spesso passata sotto silenzio, si trasforma in una vera e propria indagine sul senso della letteratura e sulla sua funzione presente. “La verità – scrive a un certo punto il folle e lucido narratore – è che il romanzo non coincide più con il veicolo della narrazione. Esso stesso è un canale alienativo, e lo diventa maggiormente quando l’élite intellettuale ne richiama la tradizione, che è quella di uno strumento efficace nell’interpretare la realtà. Eppure a quale narrazione bisogna guardare? Questo, precisamente questo, è il problema della poesia in epoca contemporanea”. Genna cita “gli incompresi del passato, da Leopardi con lo ‘Zibaldone’ al Pasolini di ‘Petrolio’, dall’Eliot della ‘Waste Land’ al Wallace Stevens di ‘Harmonium’, passando per Celan e Miller e Burroughs” e, pagina dopo pagina, raccoglie e reinterpreta la loro lezione. Arrivando, paradossalmente solo in apparenza, a restituire al romanzo una rinnovata capacità di interpretare la realtà che poche righe prima egli stesso aveva negato. Se a questo si aggiungono gli universali – due su tutti: l’amore e la morte – che traboccano da ogni pagina del libro, ecco che il quadro è completo. Il non-romanzo inventa il nuovo romanzo.

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