La cosa che desidera librarsi

di GIUSEPPE GENNA

[questo inedito racconto di fantasia è stato scritto a fine 2007]

Lui è seduto così: rinsecchito come un albero privo di irrigazione, i polmoni incarboniti, gonfio di presentimento, incapace di ridurre allo zero la mente che va e coinvolge gli oggetti attorno, sfocati in una luce radiale. E’ un momento impreciso, sfugge all’obbiettivo, sembra tremolare, non è a fuoco, non si sente a fuoco. La luce riverbera rimbalzando sulla vernice crepata della porta in legno del bagno.
“Vorrei dirti cose…”
“Non è vero”. Lei si agita, non è una bestia notturna, i suoi metabolismi irregolari, i suoi cicli circadiani disarmonici le costringono il corpo sotto una pellicola di velcro – uticante all’interno. L’acqua sembra interromperla. Si muove a scatti irregolari, agili, una sapienza non pensata e perciò divina: lei è la cosa che desidera librarsi. Il suo corpo è miele, è ambra che conserva una coccinella fossile di ere addietro, è l’azzurrità sconfinata pronta a dilagare. Sarebbe questo, ma lei perde il corpo afferrando la bottiglia in plastica del latte, rivolgendosi all’oggetto totemico africano importato, osservando il computer e parla, contraddice quanto ha appena pronunciato,muta il corso dell’eloquio, lo interrompe, parla non fissando il suo sguardo che incenerisce negli occhi di lui – uno sguardo di reciproco stupore di cui non si accorgono. E’ così, accade a tratti, forse per via della lascivia della luce troppo fioca, che illumina il luogo dove non è nessuno al momento: gli occhi nocciola di lei trasmutano profondamente in nero, è bianchissima tutta e le pupille sono puro nero. Un fenomeno che lui ricongiunge con certi mutamenti climatici o interiori. Ha una percezione geologica del corpo di lei – stratificazioni successive, esposte ai climi per secoli in cui lui non è stato presente, memorie di altre geografie, erose, sdrucciolate, dilavate da alisei che lui non sa immaginare.
“Mi sforzo di farlo”.
“Cosa?”
“Immaginarti. Immaginarti prima”.
“Prima di cosa?”
“Di ora. Dell’ambiguità”.
“Non capisco”.
La mela bitorzoluta in cima alla tavola affollata di oggetti ha una gemella combusta, ridotta a un esoscheletro, mummificata, sembra la testa di una bambina atzeca, lei gliela mostra. Questa è ambiguità. I profumi di incenso mancano e si avverte la loro assenza. Corrispondono ai profumi dei loro corpi in potenza, sempre sul punto di. E’ una strategia di cui lei neanche si accorge: dovrebbe accendere incensi. Sfiora la perfezione assiduamente per evitarla con inesausto sforzo, il cui peso non avverte, questo la trascina verso abissi marini, dove finalmente i suoi capelli di alghe sfarzose illuminano recessi a pressione insostenibile, è sicuramente così che accade, la sua pelle di cotone da cogliere all’apice della maturazione, è luce, illumina fondali inesplorati. Scopre specie non conosciute, varca confini ignoti. Lui si sforza di considerarli inesplorati. Lei non sa di esplorarli e si sforza di farlo. Effonde l’ambiguità.
Ogni dono a te è una conquista.
“Ambiguità”.
“Tu intendi: non sai cosa voglio?”
“Intendo: sai cosa voglio io. E…”.
“Lo so. E?”
E vorrebbe fondersi in un atto di avvitamento, il grembo di lei in osmosi col grembo di lui, in fusione, oro bianco e grafite povera, le braccia avvitate in un unico gesto verticale, scomparendo l’uno nell’altra, mentre la candela tremolerebbe per le radiazioni di un desiderio estinto, di un moto che lascia immobile il desiderio, superato e dissolto.
Questo animale secondario, intimo, che divora organo per organo, lasciando in vita il corpo, struggendo i lobi cerebrali. La risaputa condanna, continuamente ripetuta, umana del desiderio.
Un avvitamento verticale, prodigioso, in uno spazio senza limiti e non ottenebrato,cristallino puro, i piedi come radici in germoglio che si inarcano e si legano a elica, prima del capovolgimento, la testa nell’acqua inferiore che non esiste, alto il cielo dove ascendendo si uniscono in un oggetto unico e senziente.
“Vorrei non avere specchi. Vorrei non scrutarmi i denti”. Il suo sorriso la prostra. L’ammanco di smalto sull’incisivo non esisterebbe, è impercepito, ma lei sa farlo vivere, lo evidenzia, si porge perché l’ostentamento diventi una denigrazione. Una denigrazione di chi? Di lei? Di lui?
“E mi sollevi da ogni disincanto, finché sei ambigua. Continua così”.
“E’ un ordine?”. Potrebbe esserlo. Non ha mai subìto ordini, lei. Le piacerebbe darli, non affronta i rischi di quanto le piacerebbe: dilaniare, fare male, distruggere con le sue mani il corpo di lui. Conosce evitare la strettoia finale delle infinite, noiose, ripetute dialettiche, fumo con cui tutti i maschi le celano la chiostra acuminata, tagliente di netto. Sa che vogliono addentarla e allora lei concede per una frazione minima di tempo quanto vogliono: per conoscere la chiostra e, dopo un attimo fuggevole, osservarla crollare, e disgregarsi, sbriciolata.
“Non so dare ordini, io”. Lui è l’uomo che non sa dare ordini. Osserva quanto accade e contamina lo sguardo con speranze deluse e il plafone che si è costruito in anni: di disincanto. Lotta con il disincanto. Sotto i suoi occhi il suo corpo si divincola, imprime il sisma, esce di controllo – vuole evitare questa regione di lotte e aspira alla cremazione del desiderio. Ambisce a passare per una cruna stretta, definitiva, che lo trasformi nella luce che lei emana senza rendersi conto di irradiare. Miele e luce dolcissimi, inarrivabile miele.
“Potrei elencare le tue goffaggini una per una e mi ascolteresti per ore” dice lei e ruota infinitamente il rubinetto bianco del lavandino, nemmeno sorride allo scorrere stentato del flusso di acqua, un rivolo che vince la resistenza di tubature otturate dal calcare. “Potrei dirti cosa sei e incenerirti all’istante. Non voglio di farlo, perché mantenere l’ambiguità mi dà agio di trattenerti sulle soglie. Adoro le soglie”.
Potrebbe, lui, restare nell’attesa del fulmine, del sentore di ozono, della sua propria cancellazione, a cui tanto aspira ben oltre le aspirazioni del suo corpo lui. Si rannicchia.
All’improvviso e inaspettata lei si rannicchia in lui. Si contrae aggrappandosi al corpo di lui. La testa di lei è calda, profuma di sottobosco, il suo collo è più magro di quanto lui avesse calcolato, sembra diventargli bambina tra le dita, vorrebbe trascorrere ore a pettinarla, a farla stare tranquilla.
“Non posso fare a meno di agitarmi”. Non può. Muta posizione. Calcola un bacio che contenga un gradiente di dolcezza e magnetismo: calcola. Nella penombra si offusca. Vorrebbe radicarsi in lui, sta per dirlo, non lo dice, perché non è vero. E’ una donna capace di manifestare verità dietro basalti solamente e scisti depositati ere e ere addietro, inconsultamente, non calcolate, un’estensione temporale che la strugge. Così lo strugge.
C’è un fantasma di morte tra i loro due corpi e una paura che evade dalla lingua che potrebbero impiegare. Non riescono a ridurre tutto a linguaggio e queste sono nozze chimiche e segrete, non conoscono il segreto di questo sposalizio muto, incompleto, monco.
La sua attenzione nei confronti di se stessa non si allentava mai, se non durante il sonno.
In lui cerca di dormire ed esibisce agitazione.
Sono due quindicenni impreparati a qualunque atto di amore. Dove erano entrambi il mattino in cui Io creai le stelle?
Nel buio le pupille di lei sono stelle e il suo corpo vestito è una mappa cosmica, costellazioni che lui non riconosce tra quelle note, non i Carri, non la Cintura di Orione. E’ un altro spazio, che non ha mai visto, non sa a quali mappe ricorrere.
Lei rinfocola una colpa antichissima, che custodisce come un tesoro cariato. “Vorrei che…”
“Vorresti cosa?”
“Parla più piano. Ci sentono”.
L’impronta di ciò che viene visto non corriponde a quanto si stampa grazie a ciò che non viene visto. Sono orme ignote e credute note. Si sfiorano mancandosi. Sono la cosa che desidera librarsi.
Alla notizia della morte, il mio animo subisce scosse telluriche, è percorso come un parafulmine dalla scarica che mi ammutolisce: faccio terra. Solo per questo, io non crollo.
I cuori hanno battiti distonici. Lui la tocca come desidererebbe toccarla e lei è inerte, di colpo è cera oleosa, immobile, una donna candela, priva di stoppino, un calco, una reliquia tempestata di oro. Sa coprire la sua sostanza aurea con oro più prezioso in apparenza. Sa motivare. Straparla. Intorbidisce l’acqua. Inizia a sentire. Quanto sente dissesta il grande calcolo.
Si avviterebbero verso l’alto, fondendosi, un albero che ha le sue radici impiantate in un cielo azzurro polvere.
Neppure il sole viene visto in una luce che non sia la sua.
Lei non fa eccezione e lo stomaco di lui si contrae e la salivazione si arresta e rimane inerte, stupefatto, dalla verità.
“Ti voglio. Risale ad anni fa”.
Gli anni sono ere, una foglia, sul ballatoio, si stacca dal ramo flebile, si dissecca, arrugginisce, resta soltanto l’intelaiatura morta: questa è combustione. Il tempo ci brucia, disseccandoci. Ecco la grande paura di lei. La grande paura di lei la getta in una colpa priva di pareti.
Agita il ventre.
Lui vorrebbe discendere nel presente, qui e ora, lei lo sospinge in una considerazione del tempo, di altri tempi, prima, dopo, un indefinito, misterioso, spaventevole tempo.
Pronuncia l’assenso e nega il consenso. Le sue braccia sono embricate sul corpo goffo, irregolare di lui.
Mela di Caglio.
Cieldoro che è lei.
Si osservano i suoi capelli misteriosi distendersi sul cuscino che spezza il movimento sinuoso e cura la cervicale. E’ buio e marrone attorno tutto nell’aria. Un albero dipinto dalla parete si curva e si allunga fino a coprire di foglie di leccio nero entrambi, e dalla strada salgono distanti clamori.
Lei fiorisce, bianchissima, lentamente, gonfiandosi nelle vene, per pulsazioni irregolari: fiori, voi così affini alle mani che vi dispongono. Mani interne a voi fiori stessi.
Esalando lentamente, vapore quasi di fanciulla, il corpo di lei reca la traccia di un altro tempo, di oro e azzurro. Le sue ciglia sono gloria che giace a un tratto all’aria.
Inesauribile oggetto che la tormenta. Inesauribile oggetto che tormenta.
“Io te lo consegno”.
“Io non mi spoglierò mai delle mie vesti. Però tu non rassegnarti. Assedia senza pensare mai a questo rifiuto che spaccio come dolcezza”.
“Chi sta parlando? Tu o io?”.
Lui o lei?

Pieno fiore innumere.
“Me ne vado”.
“Ecco. Mi abbandoni. Anche tu” e lo dice mentre lo ha abbandonato, dall’inizio, prima ancora che si sfiorassero per caso, una sera.
E’ la cosa che desidera librarsi.
Non si sa affidare un nome alla cosa stessa, il ricordo la attraversa, è “Ricordi?”, le appaiono, fosforescenti, figure disincarnate sul volto, le memorie a diorama e lui stupito osserva quelle muoversi, sagome cinesi di luce acquea, mappe di altri corpi, la sagoma nera del padre di lei, un caleidoscopio che incanta i bambini, tutti i bambini che le vorrebbero chiedere di essere madre accettano il suo “No” preventivo, assoluto.
Si percepisce dissoluta.
“Vado”.

Lui esce e respira l’aria sporca e salmastra all’angolo della piazza. I veicoli a spazzola dei netturbini spruzzano disinfettante sotto il cordolo del marciapiede. La notte buca l’immagine. La città è accesa e deserta.
I polpacci sono un unico livido, le mani piombo trattenuto dalle tasche, gli occhi vetro privo di pupilla.
Deflagra dietro di lui senza requie il ciel d’oro del corpo di lei, il suo profumo di cotone maturo.
La guida estasiato verso il creato. Lei acconsente.
Ogni spazio felice è figlio dell’addio che temono di varcare incantati, roteando l’uno nelle sfere oculari dell’altra, dove non sia rifiuto né assenso, ma il niente sapere che bea nel buio luminoso: chiudi gli occhi, vedi le luci, le fantastiche luci dei mattini di porpora che dentro il tuo grembo salgono alle tempie?

Quanto si fissa nel restare è già pietra.
Eccolo, curvo, sull’asfalto, le tre e mezza di notte, le luci accese dei lampioni, polverose, eccolo, restato, pietra, ammonio, disgregato, atomo diviso da atomo, vuoto, assenza di silenzio, mente attonita, carne che si sta disfacendo, mente che parla a raffica, folate, a trecce di immagini, a mitraglia, inquieta.
“Volevo parlarti di mio padre… Commuoverti…”

Sii sempre morto in Euridice.
L’infinito fondamento della vita che in te vibra.
Cupe, mute riserve della natura sconosciuta.
Senza te, guidando i tuoi passi, dove vado io?
Infinitamente si allaccia la mano, perlacea, accecante, chiara, fragilissima, alla mano brunita berbero. Come vorrebbero richiudersi a notte queste mani sempre aperte! Esse vanno.