Un inedito: “Egogonia”

di GIUSEPPE GENNA

“La maniera ideale di presentare questa sezione del libro sarebbe elencare le citazioni SENZA commento alcuno. Ma temo che sarebbe troppo rivoluzionario. Ho infatti dovuto imparare, per lunga e logorante esperienza, che, nella presente imperfetta condizione del mondo, l’autore DEVE guidare il lettore”.
No.

I Ginn funerei, figli della morte, nel buio affrettano i loro passi; il loro sciame romba; così, profonda, mormora un’onda che gli occhi non vedono.

Chi non ha visto nelle alte erbe della primavera un dramma?

Già molto, molto è potere morire.

Nave d’oro su un mare blu.

Il pensiero, come fumo, dissolversi.

Si dorme? Si sogna?

Verso il soffitto che ride si guarda svanire il fantasma che si ha in mente.

Vide da un lato la terra, dall’altro il mare. Il mio pensiero volando discese su un greto.

Piccoli fiori d’oro sul muro diroccato.

Due mondi, l’astro impercettibile alla folla. Gli azzurri settentrioni. Varcare potessimo le solitudini uggiose. Immenso viaggio e volare, di sfera in sfera. Splendida contemplazione, oh!, di poli, assi, fuochi, della materia, solida e fluida. Di forza che attira, di aria che vibra. Violenti soffioni di zolfo. Formula nuova del baratro. Enigma del cielo. Libro Oscuro. Fulcri. Sfere vagabonde. Globi gemelli che ruotano a due a due. Lembo. Infinito. Incendio. Quegli alberi sono belve. Quelle rocce urlano. Sangue nelle vene dei marmi.
Bacio.
Vita.

Indietreggiare Ezechiele.

Col suo mistero, o figlia. Il suo abito tra quelle macerie. E’ fantasma quando cala la sera. Viandante, piedi nudi. Ardenti ramaglie.

Ardendo il cespuglio di un fuoco senza requie disse: “Io sono che Io sono”.

I nostri contrasti, i nostri disatri. Che di giorno lo sguardo del suo cane. Popolo addormentato. L’etere profondo, sa che l’uomo soffre, la solitudine, la solitudine è una voragine, è un’alta vetta.

Le loro bianche mani che dolcemente ci toccano.
A volte vagamente ci appare nella notte.
A Ur, a Jerimadeth, ovunque regnava la quiete.
L’ora che i leoni vanno a bere.
Un’immensa bontà.
Il firmamento.

Io li spoglio tutti, li mutilo tutti.

Mi raggiungono pallidi, spodestati.

Ciro che vinse a Tiro, Batilla che trionfò di Amarilli.

Lo scheletro ride, l’orso nell’orrida neve, vola nell’aurora, è la legge, da ogni parte si bruca, io mangio i convitati, il baratro sono io, la mia fame non ha confini, che mi porti avvoltoio?

Nel lucore dei boschi.

Dammi la cenere, dammi le legioni.

Non esiste chi uccide, chi è ucciso.

Fa la mia enormità.

Frugate la morte, frugate la rovina terribile, che trovate? L’insetto.

Tutto corroso lentamente dal niente.

Dio che mi hai fatto verme, io ti dissolverò.

Lo spavento mi adora e, verme, ho i miei pontefici.

Sopprimo i tuoi testimoni.

Grappolo che in Sicilia si è appeso alla vite.

Nel nero cielo dei mondi più malati, bisogna, nell’Oceano celeste, che la nave fatta di stelle si squarci e sprofondi, alla fine.
La stella Arturo nell’etere cerca invano una diga. L’eternità non è propizia agli splendori. Nulla esonera dall’erosione le costellazioni. Barcollano e Sirio subisce il mio oscuro attacco. Saturno e il suo anello ciclopico, rosa carne. Nei porti del cielo l’uno cade, l’altro muore.

La cometa è un mondo sventrato che nell’ombra.

L’ombra ha paurosi anfratti.

Di navigare nell’infinito.

I raggi, io li scorgo.

I raggi, io li accorcio.

Si regge su due esseri onnipotenti, il dio che fa i mondi.

Ogni forma creata è effimera, o notte.

La demolizione, questo è il mio diametro.

Un istante volteggiano.

Nel mezzo del cammino. Dov’è il mezzo? Ubi est medium?

Virtù. Verità. Verde. Età.

No, mostro!, tu non mi hai tutto!

L’ombroso Pirrone dice: “Che sappiamo?”. Tutto qui.

Tu, striscia. Sii l’atomo. Il nano che crede di essere il re. Falla abortire nell’immensa promessa. Una legge vile metta l’eterno Zoilo più in alto dell’eterno Omero. E’ la negazione, capace di fare fremere. L’ombra raggiunga gli astri. I pensatori sondano il cielo azzurro, la notte è nero. Ondeggiano sul fondo. Si piegano i Faraoni. I Sardanapali. Lì piange Caio, freme Achab, sogna Commodo, Borgia ride. Tiberio appare fulgido. L’uomo lupo e l’uomo volpe.

Chiome sinistre di pallide larve. Il loro rimorso è in piedi in tutto ciò che incontrano. Altri monti, escrescenze del caos. Assorti in algebre funeree, dove vanno? Guarda coi cavi occhi. Quei lazzaretti dell’indefinito. Oh, che spavento, sulla Terra!

Sento, o Notte, Nerone diventare parricida.

Assopimento sulle incerte vette. Leniamo, disnodiamo. In quali abissi la mia colpa mi ha recluso. Non udirla mai, le mie notti convulse. Ha gli occhi spalancati.

Un poco più vicino a te, o Arcadia.

E vedevo lontano sul mio capo un punto nero.