Un’intervista su ALLEGORIA: realismo, fantastico, genere

[da Allegoria, n° 57, a cura di Gilda Policastro e Raffaele Donnarumma: M. COVACICH, M. FOIS, G. GENNA, N. LAGIOIA, A. NOVE, A. PASCALE, L. PUGNO, V. TREVISAN, Ritorno alla realtà? Otto interviste a narratori italiani]

allegoriaDa più parti, ormai, si parla di un mutamento di scenario nella letteratura e nel cinema recenti. Ciò che è accaduto dopo l’11 settembre 2001, si dice, avrebbe cambiato il nostro orizzonte storico e posto fine al clima culturale del postmoderno. Condivide questa diagnosi? È cambiato qualcosa nel suo modo di scrivere negli ultimi anni? Le sembra si possa parlare di un ‘ritorno alla realtà’?

Se la domanda concerne l’Italia, soprattutto nel cinema vedo mutamenti: in peggio. Il cinema italiano è inesistente dal punto di vista industriale, produttivo e artistico. Ciò non ha a che vedere con alcun discrimine storicamente topicizzabile. Il clima culturale postmoderno non c’entra assolutamente nulla, poiché del postmodernism l’Italia non ha recepito nulla. A maggior ragione sul piano dei mutamenti letterari, la postmodernista è una stagione totalmente saltata, qui da noi: la critica ha fornito l’etichetta di “postmoderno” a uno specifico italiano che, al limite, è modernismo sul piano della produzione narrativa e poetica internazionale. Non mi pare che il postmoderno si sia mai allontanato dalla realtà (come dimostra acutamente La democrazia magica di Cordelli), mentre soltanto in Italia è avvenuto che la vacanza postmodernista fosse occupata da strascichi neoavanguardisti che hanno fatto la realtà: nel senso che ne hanno potenziato il dato ironico e linguistico, di pastiche e di contaminazione, con l’aiuto di una critica che non ha saputo interrogarsi rispetto a ciò che succedeva non soltanto al contemporaneo, ma soprattutto al contemporaneo extranazionale (qui va salvata una luminosa eccezione, che questi fatti li denunciava apertamente: è il Fortini della Verifica dei poteri).
Non parlerei di “ritorno alla realtà”, quanto di “ritorno al racconto”, laddove però il racconto ha emesso l’ultima e più fatale radiazione civile di cui la letteratura era capace: cioè il primato della leggibilità, ovvero la traduzione in termini di poetica del veicolo unico della vendibilità. La sperimentazione letteraria, in Italia, non è assolutamente intercettata dalla critica, che manca di riferimenti culturali alle altezze della sperimentazione stessa, portata avanti peraltro da pochissimi autori.
Quanto a ciò che concerne me, il paradigma più plausibile a cui mi sentirei di accennare è quello psichico: intendo cioè che, nella mia percezione interna, è mutata la fiducia in un paradigma in cui la paranoia risultava affabulante e offriva sufficiente compattezza per essere spezzata e liberare energie. A questo protocollo di affabulazione ho sostituito, in una prospettiva del tutto idiosincratica e per nulla apodittica, via via paradigmi che mutavano con i libri che scrivevo: dalla falsificazione della mimesi e dall’esplosione della leggibilità (quale agente monomandatario della narrazione) fino a un’applicazione carsica, quasi nicodemista, di un protocollo che corrisponde a una mimesi del profondo, cioè al paradigma della sindrome da stress post-traumatico. Ma il discorso non è possibile che venga appena accennato, poiché l’esigenza, continuamente avvertita con urgenza, è quella di un ritorno al primato della retorica, nel senso che gli stilemi utilizzati, sia nella lingua di superficie sia nei ritmi strutturali, siano nuovamente riempiti di psiche – il che, in Italia, non mi pare che accada. E ciò richiederebbe lo spazio di un saggio.

Negli ultimi anni sembra di assistere, da un lato, a un nuovo interesse per forme narrative o d’inchiesta documentaristiche e di non fiction; dall’altro, a un radicarsi della virtualità, della multimedialità, della fiction. Vede un’opposizione inconciliabile fra questi due fenomeni? Come narra la realtà negli anni del reality televisivo?

Esattamente questo approccio determina la limitatezza dello sguardo critico italiano. Questa è una domanda che poteva porsi, negli anni Sessanta, a Tom Wolfe o a Norman Mailer. Mi risulta abbastanza risibile il dibattito che si è acceso in Italia intorno a questi termini. Il problema del reality televisivo è il problema della fiction televisiva: cioè di un medium che, dal romanzo, ha mutuato tutte le proprie retoriche, costringendo la letteratura allo sforzo di rinnovare e ripresentificare retoriche che la televisione fatica a intercettare. Questo sforzo mi pare che stenti a essere compiuto. Da questo punto di vista, il romanzesco ha un nemico nella tv, la narrazione no. La domanda autentica che andrebbe posta è: quanto di tragico viene rappresentato nella letteratura contemporanea? Il punto qualificante della letteratura è la sua possibilità di elaborare un immaginario che superi la rappresentabilità finzionale e romanzesca televisiva – ma questo immaginario potente, che è tale perché tocca universali umani, necessita di retoriche a cui gli scrittori contemporanei avrebbero da lavorare, esulando da schematiche di genere (anzi: di sottogenere, poiché il genere è il romanzo, mentre noir o rosa o thriller o di formazione sono puri sottogeneri).

Qual è il rapporto della sua scrittura con la tradizione del realismo? Ritiene che la qualifica di realistico possa adattarsi senza specificazioni ulteriori alla sua narrativa? In caso contrario, come definirebbe il suo progetto narrativo?

Non conosco una scrittura che sia realistica. Faccio un esempio: la vulgata per cui il naturalismo di Zola sarebbe realismo è esilarante – ci troviamo di fronte a un costruttore di miti, che utilizza protocolli desunti dalla sorgente pittura impressionistica, impegna una lingua che permette l’avvento di Céline, e ancora si pensa a una scrittura realistica. Perfino il romanzo primonovecentesco, col suo psicologismo apparentemente mimetico, non desume la propria psicologia da una psicologia reale: la forgia e costruisce l’interiore del mondo borghese. Il realismo oggi sarebbe incarnato da chi? Dal cinismo di Roth che fa ricordare a un morto post-mortem in Everyman? Da Houllebecq che sembra mostrare la possibilità di un’identificazione per mimesi e che termina il suo ultimo romanzo, Piattaforma, con uno strepitoso viaggio di un futuro clone tra umani ridotti a branchi di primati? La letteratura è sempre fantastica.
Quanto alla mia scrittura, non ho dubbi interni (mentre comprendo qualunque dubbio sorga nel lettore) sul fatto che scrivo per un fantastico plumbeo, se in un libro, accanto a una sorta di autobiografia tesa a spaccare il finzionale mettendolo in ambiguità, intercalo la storia della tentata colonizzazione umana del pianeta Marte. Questo avviene per un’esigenza metafisica, e non spiritualistica, che sembra emendata dalla letteratura contemporanea italiana: cioè la domanda su cosa materialmente sia “io”. Per affrontare questa domanda, sulle tracce di Anselm Kiefer, ravvedo la necessità di transitare per una fase plumbea della creazione e, quindi, della scrittura. Ciò peraltro è previsto dalla tradizione umanistica pre-bruniana e dalla tradizione filosofica letta con le lenti messe a disposizione da Hadot.

Quali sono le forme narrative che la interessano di più? Qual è il suo atteggiamento di fronte allo stile e al linguaggio?

Nessuna forma narrativa mi interessa: la forma è da trovare. Se penso al fatto che, a oggi, Amerika di Kafka o Il biglietto che esplose di Burroughs non sono compresi dal punto di vista formale, mi consolo con la fortuna di essere cieco di fronte alla forma e di potere cercarla dall’interno, senza gabbie precostituite – nel caso sono io che mi costruisco una gabbia, e quasi sempre per dilatarne le sbarre e uscirne.
Quanto allo stile e alla lingua: cosa intendiamo per stile e lingua?
La lingua esiste?
E’ chiaro che molto spesso vedo mancare l’abc della prosodia, vedo treni di parole che ridurrebbero allo zero di Kelvin qualunque retorica. Il fatto, tuttavia, è che la critica italiana ancora deve comprendere e accettare che la lingua è questione di ritmo a più livelli e che un romanzo di Hugo dà stilististicamente miglia di polvere a qualunque poesia di Baudelaire. La sanzione Meschonnic è di là dal venire comminata alla nostra critica, e per questo non si comprende nessun movimento di sperimentazione, anche facendo leva sulla tradizione: se utilizzo moduli prosodici tratti dallo Zibaldone o da Petrolio, questi non vengono intercettati da nessuno. L’isolamento dell’autore non è sociale: è comunitario – chi dovrebbe avere occhi per vedere, non vede. Detto ciò, la lingua va per me superata, la letteratura è penultima e, se la questione del tragico è metafisica, è molto chiaro che transumanar per verba non si porìa. Ci sarebbe da interrogarsi, proprio come fece Burroughs, sull’al di là del linguaggio e dell’umano. Mi sembra che i tempi non siano pronti per una tale sperimentazione, che di fatto è già accaduta e sta accadendo.

Crede che la letteratura possa ancora incidere sulla realtà e avere un valore politico o civile? Oppure la marginalità della letteratura, insieme a quella dell’intera sfera intellettuale, è oggi definitivamente assodata?

Questo è un altro quesito che si poteva porre negli anni Cinquanta a Vittorini, esistente il Partito Comunista Italiano. La scrittura è sempre un atto politico, oppure non è letteraria. E’ sempre un intervento civile, automaticamente. Il dissesto che provoca è sempre condotto attraverso forme opportune, dall’epico al tragico al silenzio metafisico: l’impatto sulla realtà è sempre garantito. La marginalità attuale della letteratura è una percezione della piccola comunità di scrittori, critici e intellettuali. Stiamo alludendo allo scrittore-tribuno? In quel caso, concordo sulla marginalità e ne sono felice. Quanti jeans Levi’s ha fatto vendere Kerouac? Perfino dal punto di vista della prova di mercato la letteratura si dimostra politicamente efficace. Comprendo la posizione di un presente che disperatamente si autostoricizza come marginale e lo fa in base a criteri storistici e sociologici: ma la critica non è sociologia e men che meno lo è la letteratura. Ci sono scrittori italiani attualmente a processo per diffamazione presunta nei confronti di esponenti politici importanti: laddove la letteratura deve fare male, lo fa tuttora. La marginalità della letteratura sarebbe definibile in base a cosa? All’ascolto da parte delle masse? Rispetto all’incapacità di rompere un’omologazione e un’alienazione che, anzitutto, fa la sua vittima prelibata nella comunità intellettuale? In base a quale criterio parleremmo di un’efficacia politica della letteratura? Lovecraft è meno politico di Ellroy, che strepita la sua allegorica denuncia contro la corruttela dell’Impero Americano? L’inefficacia storica della vicenda letteraria e politica di Uwe Johnson siamo sicuri che non conduca oggi a un lavoro politico sul piano delle poetiche? E lo stilismo di Mengaldo, che conduce a La vendetta è il racconto, cioè alla panoplia più sofferta e politicamente incisiva riguardante la letteratura della Shoah, era forse sterile politicamente quando si applicava intorno a Petrarca? Leopardi non era forse politicamente marginale mentre lo era dal punto di vista letterario, grazie a una critica beota che soltanto con Fubini ha canonizzato lo Zibaldone in quanto libro?
In definitiva, il politico richiama il comunitario. Se, tuttavia, la letteratura non dispone oggi non di comunità di ascolto in senso allargato, ma di una semplice comunità letteraria all’altezza di che cos’è oggi la letteratura, è colpa della mancata radiazione politica della letteratura o del cerume che ottunde l’ascolto proprio di quella comunità?