L’epica ultraletteraria: “2001” di Kubrick

Al di fuori della letteratura, per trovare l’epica sussuntiva di un intero tempo umano, e cioè quello che ho vissuto e sto vivendo: “2001 – Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick come Opera tout court, accumulo vertiginoso di simboli che vengono svuotati improvvisamente.

L’ambiguità e l’intensità con cui un’opera si propone e propone domande, di cui la risposta non è certa, è per me un metro di valore artistico. Vedo, per quanto concerne la scrittura, una continuità tra Sacre Scritture e poi epica e poi tragedia e poi lirica e poi racconto, romanzo. E’ una tesi tra le tante, ampiamente motivata da molti teorici e cursori critici, e non è qui la sede di stare a filologare su una convinzione personale.
E’ invece su un’impressione persistente che vorrei ragionare.
Se penso a un arco relativamente non brevissimo di tempo, cioè il Novecento e questo primo decennio del nuovo secolo, trovo una moltitudine di opere scritte che mi immergono in intensità e ambiguità. Trovo Scritture Sacre che ancora non sono state riconosciute pacificamente tali (per me, Ramana Maharshi vale i Vangeli, tanto per dire), ma non trovo ciò che totalmente è epico – cioè in grado di sussumere i caratteri di un campo di senso e di una vastissima collettività qual è l’occidentale (quindi: non l’italiana; qui non intendo discutere di New Italian Epic). Se dovessi accennare a ciò che ritengo essere l’unica autentica opera epica della contemporaneità (fatto salvo il corpus di T.S. Eliot, che però per me non è propriamente epico: è qualcosa di superiore all’epica), allora dovrei compiere, per quanto concerne me, un passo abbastanza disdicevole per uno scrittore: uscire dalla letteratura. Per me, intendo, l’unica opera epica, quanto a potenza sussuntiva di un’intera civiltà è 2001 – Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.
Il proposito del film è evidentemente epico: ricorre il titolo di una delle fondazioni dell’epica occidentale, cioè Odissea. Però il film è ambiguo: poiché se l’odissea è nello spazio, va detto che, come in ogni epica, l’itinerario avviene in tutto lo spazio – dallo spazio iniziale terrestre (le scimmie primati scoprono lo strumento e compiono il salto alimentare e sociale) a quello cosmico (stazione, Luna, Discovery) a quello interiore (confronto psicologico con la macchina e superamento dello psicologico attraverso attività coscienziale) a quello archetipico (visione di sé identificato con la propria forma incarnata nello spaziotempo liquido) a quello assolutamente non linguificabile (apparizione del Bambino nell’astro luminoso). Lo spazio è dunque non tanto uno spazio fisico: è uno spazio coscienziale. I personaggi, tra cui manca l’eroe, il che determina il ruolo secondario dell’eroe nel processo di epicizzazione di una storia, includono un’attività apparentemente coscienziale (e invece soltanto intelligente ed emotiva) come Hal 9000, il robot di bordo dell’astronave Discovery. La funzione eroica è stilizzata attraverso un inconsultamente novecentesco (linea Kafka, Walser, Beckett, etc.) e antinovecentesco (emersione dell’arcaico come forma del contemporaneo) ricorso alla stilizzazione antipsicologica: i volti immobili e inespressivi degli astronauti David Bowman e Frank Poole, l’impossibilità empatica dello spettatore rispetto ai primati se non attraverso item emozionali basali ma non fisiognomici (rabbia, reazione, aggressività) – il trascendimento dello psicologico verso il vuoto coscienziale che si manifesta è dato dal fatto è che qui è in questione la totalità assoluta della specie, cioè l’autentico eroe implicito, che è un eroe coscienziale. Coscienziale come è il simbolo a-simbolico del monolito: radiante vibrazioni sonore, puro ente geometrico che non ricorre ad alcuna stratificazione culturale pregressa.
I salti temporali sono propriamente le lacune e gli intermezzi tipici dell’epica e, prima, del racconto orale per come codificato da Ong. Questa storia non è verbale (45 minuti di parlato a fronte di 146 minuti di svolgimento): l’epica dunque può prescindere dalla parola, non dal segno – verità implicita che sembra essere scordata dalla critica in questo presente. La fantascienza non è più un genere di appoggio né uno schermo comunicativo – è spazio puro, non soltanto cinematografico. E’ la possibilità della totalità del discorso umano, riassumibile in questa affermazione pronunciata dalla totalità della specie: “Noi siamo esistiti, esistiamo, esisteremo in altre forme”. La circolarità, l’occhio eccentrico, l’elencazione (si pensi alla lunghissima sequenza di epifanie mentali verso Giove), la logica dello sporgimento extraumano, le divagazioni: tutto è funzionale a una naturale circolarità, ma non cade nello stilema, non si percepisce come stilema ed è evidentemente incalcolabile per chi assiste al racconto.
Tuttavia il racconto è qui oltre il simbolico. La circolarità viene direttamente esperita e ciò che è figurale avviene come emersione di polarità tra cui possono scoccare archi voltaici (per esempio: il passo incerto dei primati è in connessione col passo incerto della hostess nella navicella di collegamento e poi coi passi degli astronauti sia sulla Luna sia fuori dalla Discovery e infine nel tempospazio liquido della visione delle tre età). Il passo è simbolico nel senso culturale soltanto in certi contesti, per esempio nel contesto dell'”itinerario”, ma qui l’itinerario non è quello del contesto che fornisce al passo il valore simbolico culturale – tali contesti sono cioè negati e il simbolo acquisisce una dinamica e una potenza di veicolazione aperta del discorso coscienziale. Tutto è vuoto e ogni simbolo culturale cristallizzato viene emesso e trasceso: viene denudato. Per esempio: il simbolo dell’allineamento dei pianeti non ha alcuna valenza astrologica, sebbene in partenza ce l’abbia – tale valenza viene disgregata dal procedere del racconto e dal processo esperienziale dell’ascolto e della visione del racconto. Oppure si pensi a ciò che compare, ed è difficile da intercettare, nel momento in cui i primati toccano il monolito dal basso, con paura: visto dal basso, il monolito si erge verticale, sopra il suo bordo il sole è pieno e sopra il disco luminoso appare orizzontale la falce della luna. Questo è il simbolo del Rebis (rebis), in codici ermetici, ma anche egizi – e questa emissione culturale del simbolo è distrutta dalla presenza vibratoria delle radiazioni ultracustiche del semplice monolito, che rimette in moto altro simbolismo – un simbolo aperto, dinamico, energetico in quanto vuoto e vuoto in quanto fatto di compossibilità che pressano l’universo in cui si manifesta la specie umana.
Non è plausibile trattare 2001 di Kubrick, qui, se non per minimi accenni. Non intendo interpretare, ma soltanto ragionare su questa mia percezione: non trovo una letteratura contemporanea in nessuna lingua che io conosca (nemmeno con l’ironico e fondativo Omeros di Derek Walcott) capace di sussumere la questione metafisica (cioè: radicalmente materiale e coscienziale: e cioè ancora, la questione del tutto e quindi del “sé” che la specie umana si pone) come il film di Kubrick, che, per me, non è un film più di quanto sia un libro: è l’Opera.

Evangelisti: “Una narrativa adeguata ai tempi”

valerio_evangelistidi VALERIO EVANGELISTI

La globalizzazione dell’economia, il ruolo egemone dell’informatica, il potere del denaro astratto, le nuove forme di autoritarismo legate al dominio delle comunicazioni sembrano lasciare indifferenti gli scrittori di letteratura “alta”, quanto meno in Europa. Nella maggior parte dei loro romanzi il mondo pare rimasto immutato. Prevalgono le storie intimiste, identiche a quelle che avrebbero potuto svolgersi cinquanta anni fa, o che potranno svolgersi tra cinquant’anni. Amori, passioni e tradimenti continuano a consumarsi entro contesti dai colori tenui e dalle luci soffuse, in cui si annusa la polvere e il borotalco. Ci sono eccezioni, certo; ma rimangono isolate e non alterano il quadro generale, minimalista a oltranza.
Lo stile fiacco, estenuato, viene considerato realista. A esso apparterrebbe la verità, tanto da farne l’unica forma di letteratura veramente nobile. Poco importa che l’autore, se non ha tempo da perdere, batta il proprio testo su un computer e lo spedisca per posta elettronica. Poco importa che i tempi di stampa si siano più che dimezzati grazie a nuove tecniche tipografiche. Queste innovazioni vili non possono riflettersi nella storia narrata, salvo contaminarla e ridurne la carica di sublime. La prosa “realistica” si colloca fuori del tempo. Ciò che vi sta dentro è robaccia.
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Un’intervista su ALLEGORIA: realismo, fantastico, genere

[da Allegoria, n° 57, a cura di Gilda Policastro e Raffaele Donnarumma: M. COVACICH, M. FOIS, G. GENNA, N. LAGIOIA, A. NOVE, A. PASCALE, L. PUGNO, V. TREVISAN, Ritorno alla realtà? Otto interviste a narratori italiani]

allegoriaDa più parti, ormai, si parla di un mutamento di scenario nella letteratura e nel cinema recenti. Ciò che è accaduto dopo l’11 settembre 2001, si dice, avrebbe cambiato il nostro orizzonte storico e posto fine al clima culturale del postmoderno. Condivide questa diagnosi? È cambiato qualcosa nel suo modo di scrivere negli ultimi anni? Le sembra si possa parlare di un ‘ritorno alla realtà’?

Se la domanda concerne l’Italia, soprattutto nel cinema vedo mutamenti: in peggio. Il cinema italiano è inesistente dal punto di vista industriale, produttivo e artistico. Ciò non ha a che vedere con alcun discrimine storicamente topicizzabile. Il clima culturale postmoderno non c’entra assolutamente nulla, poiché del postmodernism l’Italia non ha recepito nulla. A maggior ragione sul piano dei mutamenti letterari, la postmodernista è una stagione totalmente saltata, qui da noi: la critica ha fornito l’etichetta di “postmoderno” a uno specifico italiano che, al limite, è modernismo sul piano della produzione narrativa e poetica internazionale. Non mi pare che il postmoderno si sia mai allontanato dalla realtà (come dimostra acutamente La democrazia magica di Cordelli), mentre soltanto in Italia è avvenuto che la vacanza postmodernista fosse occupata da strascichi neoavanguardisti che hanno fatto la realtà: nel senso che ne hanno potenziato il dato ironico e linguistico, di pastiche e di contaminazione, con l’aiuto di una critica che non ha saputo interrogarsi rispetto a ciò che succedeva non soltanto al contemporaneo, ma soprattutto al contemporaneo extranazionale (qui va salvata una luminosa eccezione, che questi fatti li denunciava apertamente: è il Fortini della Verifica dei poteri).
Non parlerei di “ritorno alla realtà”, quanto di “ritorno al racconto”, laddove però il racconto ha emesso l’ultima e più fatale radiazione civile di cui la letteratura era capace: cioè il primato della leggibilità, ovvero la traduzione in termini di poetica del veicolo unico della vendibilità. La sperimentazione letteraria, in Italia, non è assolutamente intercettata dalla critica, che manca di riferimenti culturali alle altezze della sperimentazione stessa, portata avanti peraltro da pochissimi autori.
Quanto a ciò che concerne me, il paradigma più plausibile a cui mi sentirei di accennare è quello psichico: intendo cioè che, nella mia percezione interna, è mutata la fiducia in un paradigma in cui la paranoia risultava affabulante e offriva sufficiente compattezza per essere spezzata e liberare energie. A questo protocollo di affabulazione ho sostituito, in una prospettiva del tutto idiosincratica e per nulla apodittica, via via paradigmi che mutavano con i libri che scrivevo: dalla falsificazione della mimesi e dall’esplosione della leggibilità (quale agente monomandatario della narrazione) fino a un’applicazione carsica, quasi nicodemista, di un protocollo che corrisponde a una mimesi del profondo, cioè al paradigma della sindrome da stress post-traumatico. Ma il discorso non è possibile che venga appena accennato, poiché l’esigenza, continuamente avvertita con urgenza, è quella di un ritorno al primato della retorica, nel senso che gli stilemi utilizzati, sia nella lingua di superficie sia nei ritmi strutturali, siano nuovamente riempiti di psiche – il che, in Italia, non mi pare che accada. E ciò richiederebbe lo spazio di un saggio.
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Correggendo le bozze de “Le teste”

ltbozzeSto correggendo le bozze de Le teste, l’estremo fintothriller in uscita – da quanto ho capito – presso Strade Blu di Mondadori a settembre. Qui si sposta tutto su lingua e certo genere di allegoresi. Rileggere a freddo e con le intelligenti osservazioni della redattrice mi conforta. Non so quanto il testo sarà gradito alle teste dei Miserabili Lettori. C’è uno stile azzimato e pseudottocentesco, consecuzioni di due punti, un pianoro linguistico traforato di scomode buche, iperbati fastidiosi, lessico che sta subalterno al ritmo a ogni condizione. La suspence va a quel paese, località di cui però non si conosce il nome. Esistono inserti di un monologo pronunciato da chi? Non si capisce. Fastidiosi anch’essi, comunque, epperò che qualche cosa la significano in un qualche modo. Per esempio l’inserto che segue, su cui ancora sto lavorando – potrei averlo scritto io, per davvero; ma la questione (quasi mi scappa: “la quistione”) è che si scrive sempre per finta. Spero il tutto non dispiaccia troppo, in primis a chi è affezionato all’ispettore Lopez e alla serie dei fintithriller, poiché qui ci si esprime all’opposto stilistico di Grande Madre Rossa

“Con quale senso di colpa, tra una visione fosca e tuoni privi di suono io sto dimenticando e, in pari tempo, con quale senso di colpa riesco ancora a rintracciare un ricordo vago! I ricordi della colpa che ho nutrito verso le donne, tutte sepolte in me, in un corpo muto e solitario, sempre, sbattuto in eterni Natali contro la parete di un silenzio non indifferente, doloroso quindi: e di quale dolore si trattava?
Poiché è l’infinità di una donna non seppellibile se non in me e io in lei che ho cercato invano, stringendo i pugni infilati nelle tasche bucate del mio trench sporco sui polsini e sul bavero all’altezza del collo e della nuca. La testa lasciava tracce di grasso, un residuo sebaceo corrispondente alle sue secrezioni pensative. Portavo con pena, sulle spalle, il peso dell’organo più cospicuo della fisiologia umana: la testa, questa dismisura anatomica che cova il contagio, i bacilli macroscopici della malattia occidentale.
Non è una sorpresa ricordarmi sempre così: solo. Gelido. Apparentemente distaccato. Uomo di fulminee intuizioni.
La crepa che mi si allargava dentro era una dissociazione schiva, che falsificava la mia pelle e aveva congelato ogni desiderio e ogni sintomo di piacere. Continua a leggere “Correggendo le bozze de “Le teste””

Prolegomeni all’antithriller LE TESTE

ghigliottina2Le teste è il prossimo romanzo a firma mia, in uscita da Mondadori credo a settembre.
A distanza di anni, poiché da anni lavoro intorno a questo romanzo, pubblico un apparente thriller – questa volta ancora più apparente.
L’ispettore Lopez, protagonista vuoto dei precedenti Catrame, Nel nome di Ishmael, Non toccare la pelle del drago e Grande Madre Rossa, è nelle Teste più vuoto di sempre e più pieno che mai.
Resto sul piano delle intenzioni autoriali e non degli esiti, ovviamente contestabili e affidati al criterio di gusto di ogni singolo lettore.
In apparenza la suggestione fondamentale del romanzo Le teste è di ordine allegorico. Tale suggestione si accompagna a un sentimento metafisico e politico. Il tema centrale, come da titolo, è la testa – nei suoi rapporti col corpo, col cuore, con il potere e il controllo e cioè con quella che chiamo la malattia occidentale. La decapitazione mi è parsa uno snodo fondamentale in cui l’allegoria riesce a connettere metafisica e politica. Si vedrà alla pubblicazione come intendo tale connessione.
hugo3Il libro che ha inizialmente ispirato la stesura de Le teste è L’ultimo giorno di un condannato di Victor Hugo: un racconto lungo (o romanzo breve) apparentemente lineare e antibarocco, il che potrebbe sembrare antagonista rispetto alla poetica del grande genio francese. Potrebbe. Poiché, in realtà, viene da Hugo strutturata una potente allegoria in forma superficialmente lineare (l’avvicinamento alla ghigliottina da parte del condannato che, da subito, vede tutto e anticipa la visione patibolare: visione di “Testa” contro visione del “Cuore”), ma che è profondamente labirintica: è un’allegoria metafisica (il testo gronda di incursioni nel simbolismo della testa, eminentemente ermetico e poi massonico; ma anche ricollegabile all’essoterismo induista e sufi) e politica (l’urlo contro la pena di morte e, ancora più in profondità, la decapitazione come orrore finale della civiltà occidentale). Di più: aggredendo la macchina di morte, Hugo rende indistinguibile il processo allegorico e l’esplicitazione del simbolico, poiché letteralmente simbolizza un esito della tecnica – esito metafisico, esito politico. La più sintetica mappatura allegorica di questo esito si trova ne I miserabili. Riporto qui di seguito il breve passo in cui la macchina che decolla teste ascende ad allegoria totale del momento storico occidentale: storico certamente, ma anche metastorico, poiché qui, alla fine dell’occidente, siamo al suo inizio, siamo nel suo ventricolo sinistro.
Il Caput Mundi si stacca. L’occidente cade. E’ un momento di fondazione e di sfondamento. E’ il momento della letteratura.
Ogni parola del passo che segue (davvero: tutte le frasi del brano) struttura trama, stile e intenti dell’antithriller Le teste.
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Una lettura personale di “Grande Madre Rossa”

gmr_piccAvendo pubblicato il booktrailer dell’edizione Segretissimo Mondadori di Grande Madre Rossa anche su Facebook, esso è stato variamente commentato. Estraggo due commenti ai quali tengo: per rispondere e anche fare un po’ di chiarezza interiore, senza alcuna pretesa di autocommentare un mio testo – soltanto chiarire cos’è per me il libro in questione. Lo sguardo che lancio non è sull’esito testuale, sulla riuscita effettiva del libro, sulla sua letterarietà. E’ semplicemente una prospettiva intima, estranea alle logiche del successo e della valutazione. Mi serve scrivere, per meditare.

Vanja Farinovskij mi scrive: “Credo fosse il libro che mi mancava per comprendere quello che è stato il tuo ‘abbandono’ del genere noir, se così si può definire”.

Luca Giudici mi scrive: “Mi piacerebbe sapere cosa pensi tu, Giuseppe, di GMR. Io lo avevo letto quando è uscito e, rispetto a ‘Ishmael’ bè … devo dire che mi erano nate molte perplessità (forse un progetto troppo inattuale, in quel momento). E’ interessante quello che dice Vanja: GMR è fondamentale non tanto in sé, quanto per capire a posteriori lo sviluppo della tua scrittura.”

Compio due generi di precisazioni: una storica (il contesto in cui Grande Madre Rossa è nato) e uno interiore (in cosa si è trasformato e cosa volevo indagare attraverso la scrittura).
Grande Madre Rossa è il terzo “thriller” dopo Nel nome di Ishmael e Non toccare la pelle del drago (il quarto “nero”, considerando Catrame). Se Catrame era nato per omaggio a mio padre, amante dei Maigret di Simenon, che aveva riletto tutti più volte, ed era stato scritto (e si vede…) in quattro giorni, Nel nome di Ishmael era stata un’occasione offertami dal direttore generale di Mondadori, Gian Arturo Ferrari, che mi aveva chiesto quale libro volessi fare e me lo aveva fatto fare, fornendomi tutto il supporto emotivo e cognitivo di cui uno scrittore ai primi passi avrebbe bisogno in un mondo ideale – cosa di cui sarò per sempre grato a Ferrari, che è in pratica il padre putativo del romanzo, non quanto a trama e sviluppo, ma certamente quanto a valutazione, editing e strategia. Continua a leggere “Una lettura personale di “Grande Madre Rossa””

Umberto Eco: “La metafora nel Medioevo latino”

eco_dvDa Doctor Virtualis, rivista on line di storia della filosofia medievale, riprendo un fondamentale intervento di Umberto Eco su La metafora nel Medioevo latino. E’ per me un articolo centrale, in merito alle considerazioni che vado facendo sulle trasformazioni e gli impieghi della retorica.
E’ sufficiente cliccare qui per visualizzare il file in pdf.
Qui di seguito, un estratto:

“Di interpretazione allegorica si parlava anche prima della nascita della tradizione scritturale patristica: i greci interrogavano allegoricamente Omero, nasce in ambiente stoico una tradizione allegoristica che mira a vedere nell’epica classica il travestimento mitico di verità naturali, c’è una esegesi allegorica della Torah ebraica e Filone di Alessandria nel primo secolo tenta una lettura allegorica dell’Antico Testamento.
Nel tentativo di contrapporsi alla sopravvalutazione gnostica del Nuovo Testamento, a totale detrimento dell’antico, Clemente di Alessandria pone una distinzione e una complementarità tra i due testamenti, e Origene perfezionerà la posizione affermandone la necessità di una lettura parallela. L’Antico Testamento è la figura del nuovo, è la lettera di cui l’altro è lo spirito, ovvero in termini semiotici è l’espressione di cui il nuovo è il contenuto. A propria volta il Nuovo Testamento ha senso figurale in quanto è la promessa di cose future. Nasce con Origene il discorso teologale, che non è più – o solo – discorso su Dio, ma sulla sua Scrittura (cfr. Compagnon 1979).
Già con Origene si parla di senso letterale, senso morale (psichico) e senso mistico (pneumatico). Di lì la triade letterale, tropologico e allegorico, che più tardi diventerà la quadrupla espressa dai versetti di Nicola di Lyra (o di Agostino di Dacia): littera gestas docet – quid credas allegoria – moralis quid agas – quo tendas anagogia.